San Carlo, il futuro rubato

ImageLe cifre che la Soprintendente snocciola al Mattino per raccontare la crisi del San Carlo sono eloquenti: due milioni all’anno per pensioni aggiuntive maturate versando il due per cento circa dello stipendio sono un fardello insopportabile, per il teatro. Ed è un fardello che grava da decenni, che si trasmette con la reversibilità della pensione, e che dunque nemmeno la morte estingue. Una palla al piede di cui il lirico cittadino non è riuscito e non può, allo stato, liberarsi, e che tuttavia appesantisce drammaticamente i costi di gestione. Lo scontro consumatosi nel cda, con le dimissioni di Caldoro, Cesaro, Villari e Maddaloni, e il passaggio dell’Ente sotto la vigilanza del Ministero, mette nuovamente allo scoperto una realtà con la quale è sempre più difficile fare i conti. I conti, anzi, non tornano affatto. Ora, può darsi che non sia stata una mossa indovinata la mancata adesione alle «misure di risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche e di rilancio del sistema nazionale musicale di eccellenza» – così recita, all’articolo 11, il decreto Valore Cultura approvato in pompa magna dal governo, l’autunno scorso. O forse lo è stata. O forse le condizioni imposte dal decreto per l’accesso al fondo messo a disposizione dal governo erano troppo punitive (e quel fondo troppo esiguo). Di sicuro, però, quello che il San Carlo si porta sul groppone dalla metà degli anni Settanta,  con le centinaia di prestazioni pensionistiche supplementari  erogate a fronte di contributi bassissimi, non ha nulla a che vedere con  i temi del decreto: la cultura, gli spettacoli dal vivo, l’eccellenza musicale. Ha a che vedere invece con la necessità di riscrivere il patto sociale su cui poggia la costituzione materiale del nostro Paese.

Questa necessità non la si riesce ad affrontare da troppo tempo: non con i governi tecnici, non con le larghe intese, e nemmeno, a quanto pare, con le piccole. E invece, in una situazione di così profonda recessione come quella che attraversa l’Italia da più di un lustro a questa parte, mettere mano alla sua forma fondamentale, al suo disegno istituzionale, alle sue regole elettorali, ed anche ai lineamenti di fondo della sua composizione sociale ed economica è indispensabile. Altrimenti non si va da nessuna parte. Di pesi, infatti, come quello che il San Carlo si porta sul dorso, sorta di meteoriti provenienti non dallo spazio, ma sì da un’altra epoca, ve ne sono parecchi, nel nostro paese, e andrebbero spazzati via. Basti pensare, per stare in argomento, alle centinaia di migliaia di baby pensionati ancora in circolazione: il quarantennale del provvedimento approvato dal governo Rumor è stato celebrato pochi giorni fa, il che ci riporta a quegli stessi anni in cui al San Carlo si aggiungevano con colpevole faciloneria gli assegni pensionistici.

 Orbene, non si tratta neppure di denunciare la profondità disparità di trattamento tra chi oggi gode di trattamenti previdenziali di così evidente favore e chi invece non sa neppure se un trattamento previdenziale ce l’avrà. Del resto, la seconda Repubblica, dal 1995 in poi, ha più volte messo mano alla riforma delle pensioni, segnando, tra molte incertezze e non poche incoerenze e iniquità, il passaggio ad un sistema retributivo che non consente più il verificarsi di simili situazioni. Resta comunque il fatto che certi diritti sono acquisiti e non è facile (e forse neppure possibile, in punta di diritto) toccarli. Ma al compito di ripensare il patto sociale su cui regge la condizione e l’esercizio effettivo di una cittadinanza democratica bisognerà pur cominciare a dedicarsi. È un compito eminentemente politico: non si tratta di semplice razionalità economica, e neppure solo di questioni di giustizia tra classi sociali o tra generazioni; è l’idea che abbiamo del nostro paese, che dobbiamo poter tracciare nelle leggi fondamentali che ne disegnano la fisionomia. C’è ovviamente una profonda differenza fra gli anni Settanta ed oggi, e non è affatto (o soltanto) la differenza fra le vacche grasse di allora e le vacche magre, anzi ormai inscheletrite, di oggi. O fra l’epoca dei grandi politici di massa e delle grandi lotte sindacali, e la sempre più estesa spoliticizzazione dei rapporti sociali di oggi. E, a pensarci, il punto non è nemmeno che quegli anni non possono tornare, oppure che non possono né debbono gravare ancora sul presente. Il punto vero è che non si vede una classe dirigente in grado di pensare quella differenza, di andare cioè oltre il risentimento e l’acrimonia o, all’opposto, il lutto e la malinconia,tenendo in una mano il giudizio storico e, nell’altra, un’autentica visione politica e progettuale.

Così si mettono pezze qua e là, come sarà richiesto di fare anche per il San Carlo, e il campo rimane ingombro di detriti appartenuti ad un’altra epoca e non ancora rimossi.

(Il Mattino, 12 gennaio 2014)

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