Il lato oscuro della provincia

ImmagineUn prelato, un notaio, un commercialista. Finché le cronache hanno raccontato le scorribande nel mondo della finanza di monsignor Scarano, il quadro che le sue imprese criminali componevano poteva essere collocato all’ombra del Cupolone, nel fitto sottobosco di intrighi legati alla finanza vaticana (su cui finalmente si comincia a fare un po’ di luce). Ma l’inchiesta si è allargata – come sempre accade in Italia – agli amici e ai parenti, e così sta venendo fuori qualcosa di diverso, che appartiene ad un altro genere letterario: non più una storia di delitti e tonache, ma il racconto sordido e molle di un pezzo dell’eterna provincia italiana. Dei suoi piccoli arrivismi e dei suoi grandi conformismi, delle sue pusillanimi certezze e delle sue tronfie velleità. Il prelato mondano, l’amico imprenditore, il professionista imbroglione, la parente stretta, il pretucolo. E, su tutti, un fiume di denaro.

Salerno è una città di provincia: per dimensioni e per tradizioni. Vive a pochi chilometri da una capitale, Napoli, e da almeno un paio di decenni ha deciso di soffrirne. Vive prevalentemente di commercio e di edilizia, e di una classe media formata da un ampio ceto impiegatizio e da sovraffollati ordini professionali. Commercianti, dipendenti pubblici, avvocati e, certo, notai e commercialisti. A cui finiscono con il mancare le grandi imprese e i grandi affari che una città di provincia, nel Sud del nostro paese, non riesce ad offrire. Perciò si arrangiano. Passeggiano sul corso, si incontrano in tribunale, fanno un po’ di anticamera, molte telefonate, poco cinema e pochissimi libri. E poi si arrangiano.

Negli anni Settanta, Salerno ha provato ad essere un polo di sviluppo industriale: non c’è riuscita. Di quella stagione è rimasto poco o nulla, ed anzi gli ultimi anni sono stati segnati da eventi a dir poco traumatici: la chiusura della fabbrica Marzotto, l’arresto e la caduta di Pier Luigi Crudele (il fondatore di Finmatica), e soprattutto il fallimento del pastificio Amato, che tuttora fa tremare i palazzi che contano. Il suo storico stabilimento sorgeva nella zona più popolosa della città: ora è soltanto un edificio cadente e abbandonato.

Monsignor Scarano, invece, ha casa nel centro storico: è lì che teneva le sue tele, i suoi Van Gogh e i suoi De Chirico, a pochi passi dal Duomo. Quante volte abbia percorso quei passi non è dato sapere, ma è più facile immaginarlo diretto verso altri luoghi della città: verso case private, uffici tecnici, sportelli bancari, studi professionali. I luoghi in cui poteva mettere a frutto le sue relazioni importanti, e a disposizione i suoi conti correnti.

I luoghi in cui si ritira una borghesia cittadina dedita più all’affare che all’intrapresa, dotata più della proverbiale, italica furbizia che di genuino spirito imprenditoriale e di robusta etica pubblica. Il giovane presidente di Confindustria, Mauro Maccauro, sta provando a dare una voce nuova alla categoria, dopo anni di afonia, ma, per il momento almeno, ai salernitani ne arriva forte e chiara una sola, di voce. Ogni settimana, di pomeriggio, per un paio d’ore, su una cortese tv locale: quella del primo cittadino, Vincenzo De Luca. Raccontare Salerno è impossibile senza parlare di De Luca, identificatosi a tal punto con la sua città da aver dichiarato una volta: «Mi piace immaginare l’urna con le mie ceneri posta al centro di questa piazza sul mare».

La grande piazza, insieme all’enorme edificio che la contorna, non è ancora terminata, e su di essa pende anzi un aspro contenzioso, ma già adesso funziona bene come metafora dello spirito con cui De Luca ha guidato la città, o forse del modo in cui la città si è lasciata guidare in questi anni: poche chiacchiere, tante costruzioni, tante spacconate, e la saldatura fra gli interessi dell’imprenditoria edile (l’unica rimasta in città) e lo spirito popolare, soddisfatto da standard di ordine e pulizia superiori a quelli di altre città meridionali ed anche dalle continue polemiche contro il napolicentrismo della Regione. E così il sindaco di una città che negli anni Settanta e Ottanta conosceva l’estremismo e il terrorismo (ma anche vivaci fermenti artistici, letterari, teatrali), il sindaco che in quegli anni sì laureò in filosofia con una tesi sulla concezione dello Stato in Marx e in Lenin, nomina oggi come nemici della città due sole categorie: non la destra o la sinistra, i fascisti o gli imperialisti, ma i «cialtroni» e i «cafoni» (a parte Napoli, ovviamente). Eppure, né il prelato, né il notaio né il commercialista appartengono all’una o all’altra categoria. Siedono invece nei circoli cittadini, frequentano gli ambienti giusti, coltivano la rete di amicizie su cui si regge una città smidollata, che evidentemente si piega docile in pubblico per tramare in privato.

Anche il ventennale, incontrastato dominio di De Luca mostra però qualche piccola incrinatura. E non tanto per la vicenda ormai kafkiana del doppio incarico, al ministero e al palazzo di città, che il sindaco si guarda bene dal risolvere. E neppure per la presenza di nuovi avversari politici o di un nuovo spirito pubblico, ma perché tutte le cose mortali finiscono, e questa fatalistica saggezza funziona bene in provincia. In realtà, Il comune naviga in cattive acque, se a fine anno i revisori dei conti hanno bocciato l’ultima manovra di bilancio, e se si è visto costretto a vendere l’unica azienda partecipata che produce utili, la Centrale del Latte.

De Luca però tira avanti, e si tira dietro la città: siccome i salernitani vanno orgogliosi del loro lungomare e delle passeggiate, il sindaco ha regalato loro, per il periodo natalizio, le «luci d’artista», cioè luminarie stradali più vistose che mai (ma anche più costose: poco meno di tre milioni di euro, che in periodo di crisi si fanno sentire). Portano vagoni di turisti  – quelli però da un giorno: una pizzetta, una passeggiata e poi di nuovo sul pullman -, ma soprattutto solleticano l’orgoglio cittadino, in tempi in cui la squadra del cuore non dà invece particolari soddisfazioni.

De Luca tira avanti, e riempie tutto lo spazio pubblico. Lo condiziona, lo occupa, lo satura. In privato, il prelato, il notaio e il commercialista si scambiano telefonate, favori, denari. Uno chiede del vino, l’altro si informa sulla casa. Nessuno si accorge di nulla. Avevamo in città sei tele di Van Gogh e nessuno ne sapeva un accidenti.

(Il Mattino, 23 gennaio 2014)

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