Le cavallette di Grillo

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I colpi di Stato di Beppe Grillo stanno alla sua narrazione sul blog come le cavallette a quella di John Belushi nei sotterranei del Palace Hotel, sul lago Wazzapamani. Come nei Blues Brothers: stesso crescendo. Lì c’era prima la benzina, poi la gomma bucata, poi i soldi finiti, quindi la tintoria, il funerale della mamma, il crollo della casa, il terremoto, l’inondazione, infine le cavallette. Allo stesso modo il racconto di Grillo comincia dal «colpetto di Stato» tentato l’estate scorsa con la modifica dell’art.138, sventata dagli intrepidi deputati pentastellati (e non invece accantonata dal modificarsi degli equilibri politici in seno alla maggioranza); e poi si srotola via via con: l’eliminazione dell’opposizione, la riabilitazione del pregiudicato Berlusconi, la soppressione del diritto di parola, la fine della democrazia. Mancano solo, per l’appunto, le cavallette, il culmine parossistico di un processo segnato negli anni da «molti colpetti di Stato» – così almeno li presenta il comico genovese, non quello americano – che vanno dal Porcellum all’abuso dei decreti legge. Orbene, basterebbe dire che non s’è mai visto un colpo di Stato – o «colpetto», che dir si voglia – rientrare in grazia non di una tumultuosa mobilitazione popolare ma di una decisione della Corte Costituzionale, per gettare nel ridicolo una presentazione così sopra le righe delle vicende di questi ultimi anni. Ovviamente le storture e le forzature ci sono, le smagliature di un sistema istituzionale che fatica a riformarsi pure: e come c’è stato il pronunciamento della Corte in dicembre, così ci sono stati nel tempo gli interventi del Presidente della Repubblica per un uso più accorto e misurato dello strumento della decretazione. D’altra parte, i manuali di scienze giuridiche e politiche sono pieni da anni di studi ed analisi intorno alla trasformazione della funzione parlamentare (non solo in Italia), anche se neppure il più allarmato dei professori parlerebbe di fine della democrazia o di eliminazione dell’opposizione, come invece fa Grillo. Tanto meno di colpi di stato, e meno che mai di «colpetti», al plurale e col vezzeggiativo, dove in verità non si capisce se si vuole manifestare una grave preoccupazione o non piuttosto la solita irrisione.

D’altronde, la stessa rielezione di Giorgio Napolitano era stata sobriamente commentata ricorrendo a un classico sull’argomento: le «Considerazioni politiche sui colpi di Stato», di Gabriel Naudé, per cui c’è da meravigliarsi soltanto che Grillo abbia impiegato quasi un anno per passare alla richiesta di messa in stato d’accusa. Naudé scriveva però nel Seicento, quando dello Stato moderno si delineava solo la fisionomia più arcigna, quella della sovranità assoluta, mentre di Stato costituzionale, di Stato di diritto, di divisione dei poteri, di democrazia parlamentare, di diritti fondamentali non si era ancora mai parlato né visto nulla. Evidentemente, per Grillo, tutto il cammino compiuto dalla modernità giuridico-politica è un ipocrita paravento che nasconde malamente i «colpetti» della ragion di Stato assestati con protervia qua e là.

Ora, parliamoci chiaro: un’opposizione che pensasse davvero che la democrazia è finita e il diritto di parola negato ben difficilmente si accontenterebbe di scrivere in Rete. Andrebbe, casomai, su in montagna. Un’opposizione che ha invece deciso che più di ogni altra cosa paga (paga, s’intende, dal punto di vista elettorale) il rigetto sistematico di qualunque mediazione, di qualunque rapporto, di qualunque interlocuzione con il resto delle forze parlamentari, non può che rilanciare ogni volta la posta, ogni volta esagerare i toni e gridare più forte. C’è da attendersi perciò che presto, sul blog di Grillo, troverà ospitalità ogni sorta di teoria complottista o di trame occulte, insieme al consueto linguaggio necrofilo sugli zombie che camminano in Transatlantico o sulla morte dei partiti, della legalità, dell’Italia, di tutto. Le cavallette, appunto: nelle fogne, sotto l’albergo e presso il lago Wazzapamani.

Questa però è la sfida, ed è una sfida intensamente politica. Non seguire Grillo sulla strada dell’insulto, ma dare un senso e una meta alla strada che le forze democratiche hanno inteso intraprendere. Non ci sono infatti le cavallette e, nonostante la crisi, neanche le dieci piaghe d’Egitto. Ma risposte istituzionali, risposte politiche, risposte economiche e sociali possono e devono venire, per uscire fuori dal tunnel senza gridare sguaiati come John Belushi. E neppure come Beppe Grillo.

(L’Unità, 5 febbraio 2014)

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