Pd, c’è il leader ma la sinistra è ancora da fare

L’articolo è uscito, lievissimamente modificato, su Il Mattino del 9 febbraio 2014

ImmagineMentre su Roma calavano le prime ombre della sera, dietro le finestre dei palazzi romani qualcuno provava nei giorni scorsi a metterla così: – Macché Letta! Qui ci vuole Matteo Renzi! -. Non è detto però che finisca così, con o senza passaggio elettorale. Non è detto neppure che Renzi voglia che finisca così – almeno nel brevissimo periodo. Invece però di formulare difficili pronostici sulle vie di uscita dalla surplace in cui governo e partito democratico pare si siano cacciati, converrà forse ragionare su quel che al sindaco di Firenze tocca fare comunque, fin tanto che è alla guida del Pd. Renzi ha infatti chiara la necessità di realizzare un percorso di riforme nel più breve tempo possibile, e intendo portarlo avanti con determinazione in Parlamento. Ma in quanto segretario di partito deve anche provare ad orientare la cultura politica che a quel percorso deve accompagnarsi.

Forse questa può apparire una preoccupazione oziosa: di fronte alle emergenze economiche e sociali, nella stretta di una crisi che continua a mordere, non è certo tempo di seminari o convegni sulla crisi di identità della sinistra. E però la via che il partito democratico ha scelto all’atto di nascita, quella di tirar su un bel Pantheon e metterci dentro tutti i padri nobili, i lontani e i vicini, non è stata e non è all’altezza di un partito che si propone di imprimere una svolta storica all’assetto politico e istituzionale del Paese. Una simile svolta deve avere dietro di sé un partito (o più partiti) di sistema, che fungano da perno e incarnino nei comportamenti effettivi, e in una stagione lunga, questo nuovo tempo. Scegliendo, fin dalle primarie, di stare dentro il partito socialista europeo – non sulla soglia, ma proprio dentro, come ha detto giustamente Letta nell’ultima direzione – Renzi ha preso una direzione precisa. Ha scelto di dire cosa significa essere di sinistra insieme alle altre famiglie del socialismo europeo. Questa scelta europea dovrebbe prima o poi scendere giù per li rami, toccando le opzioni fondamentali che il Pd è chiamato a esercitare, nei diversi terreni in cui si radica l’azione di un partito. Ma, con le elezioni europee ormai imminenti, a che punto è il coagulo intorno a quella scelta tra i dirigenti, i militanti, i simpatizzanti? Questa è la sfida, ben al di là delle schermaglie tattiche che impegnano i leader del partito in questi giorni. Certo, c’è un tempo per la tattica e uno per la strategia: ma quando viene il turno di quest’ultima? Si veda d’altra parte l’attenzione con la quale settori significativi dell’opinione pubblica progressista e di sinistra seguono in questi giorni la candidatura del greco Tsipras alla presidenza della Commissione Europea. Una candidatura alternativa non solo a quella dei conservatori, ma anche a quella socialdemocratica di Martin Schulz, che il Pd però appoggia. La domanda è: si può essere di sinistra con Tsipras in Europa e con Renzi in Italia? Eppure, in certi umori che si percepiscono qua e là, sembra che sia possibile. La domanda diviene allora. è in grado il Pd di Matteo Renzi di scacciar via quegli umori, di esercitare una forza di attrazione sufficiente per raccogliere attorno a sé forze, idee, uomini (e voti, certo), lasciando a Tsipras un ruolo e una vocazione puramente testimoniale? Alle Europee si vota col proporzionale: ogni partito misura la sua forza senza meccanismi premiali, senza sostegni alla coalizione. La scelta «socialista» di Renzi ha credibilità sufficiente per plasmare il Pd in questa difficile competizione?

La stessa distonia si può produrre ai rami inferiori, cioè nelle realtà locali, dove il renzismo non può arrivare solo come una patina superficiale, una sorta di ombrello sotto il quale provano a ripararsi vecchi gruppi dirigenti. Anche in questo caso: va bene la tattica, e il lucido realismo che consiglia intanto di vincere e portare a casa i segretari regionali (la partita è in corso), ma occorre anche un progetto visibile e riconoscibile, possibilmente non in contraddizione con le scelte nazionali e sovranazionali.

Naturalmente «sinistra» è un nome collettivo: le sfumature entro il suo campo sono tante, e anzi si estendono ormai fino al centro. Ma questo vale anche a destra: per anni s’è detto infatti che Berlusconi non era la destra, ma solo una sua molto speciale varante, tutta italiana. Il che era anche vero, ma ciò non toglie che moderati e conservatori, populisti e liberisti, centristi e leghisti potevano essere condotti sotto un unico denominatore grazie alla sua forza. Il che non significa che c’è bisogno di piantare in terra un monolite ideologico, ma tra il monolite e l’ultimo impasto sfornato dal centrosinistra in Italia, la molto disunita Unione di Romano Prodi, ci sarà pure una via di mezzo da imboccare. Altrimenti finisce come in quel vecchio fumetto: quello di Renzi sarà stato sol un travestimento di facciata, e qualcuno finirà col dire: «Ebbene sì, maledetto Cavaliere, hai vinto anche stavolta!».

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