Il potere messo a nudo dagli atleti

ImmagineC’è un misto di ipocrisia e idealismo che accompagna l’apertura dei giochi olimpici di Sochi, ma non è affatto una mistura nuova. Per polemizzare contro le discriminazioni omofobe della Russia putiniana, ben lontana dagli standard di liberalismo e democrazia di cui godono i paesi occidentali, Google offre in homepage un pezzetto della carta olimpica : «La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. – si legge – Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play». Il colosso di Mountain View fa bene a sventolare i colori del diritto, della pace e dell’uguaglianza: sono i nostri colori. E però è lo stesso attore che pochi mesi fa, nei confronti della Cina, e in considerazione di un bacino di utenza immenso al quale non intende affatto rinunciare, ha avuto un atteggiamento assai condiscendente, accettando di rimuovere l’avviso che segnalava al navigatore gli interventi censori del governo di Pechino. C’è poi lavoro per i filosofi del diritto: se infatti la pratica dello sport è un diritto, perché non includere nello stesso paniere anche il diritto di fare pic-nic all’aria aperta o quello di vedere la tv in santa pace? Chi se la sentirebbe di proibire simili pratiche? E perché non trasformarle senz’altro in diritti? Forse, i diritti fondamentali si stanno inflazionando un po’ troppo. E, come si sa, inflazione vuol dire svalutazione.

Un conto poi è la pratica sportiva dilettantistica, un altro è lo spettacolo sportivo che offrono i Giochi. In quanto spettacolo, l’Olimpiade ha naturalmente a che fare con il potere, ossia con la sua celebrazione. E non c’è potere che non senta il bisogno di celebrarsi. D’altra parte: si è mai visto un grande evento sportivo – la finale del campionato mondiale di calcio, il Super Bowl, Wimbledon – senza la presenza di regine e capi di Stato? Se i giochi sono soltanto giochi, loro che ci fanno lì? In forma di pompa, sfarzo, parata, il potere frequenta da sempre lo spettacolo. La cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici è dunque la necessaria introduzione dell’evento e la dimostrazione di questa verità generale: dove c’è esibizione, c’è esercizio di potere. Se qualcuno si mostra, qualcun altro subisce, cioè si «assoggetta» alla messa in mostra. E di nuovo: dove c’è soggezione, c’è potere. L’illiberale legge promulgata da Putin conferma peraltro questa verità. Putin fa finta di non negare alcun diritto fondamentale, perché la sua legge sanziona solo la propaganda omosessuale, ma proprio così ammette che la propaganda è un potere, salvo negare agli omosessuali di essere eguali in potere a tutti gli altri (ed in particolare a lui).

Gli atleti però vanno ai giochi per gareggiare; gli spettatori per vedere,e il potere ci va per celebrarsi. La domanda è dunque: quanto l’esigenza del potere di celebrarsi toglie al piacere dello spettatore di vedere e all’atleta quello di gareggiare? Poco o nulla, in realtà. Nessuno esulterà di meno solo perché la vittoria avviene a cospetto di un semi-autocrate. Direi anzi di più: ci illudiamo, se pensiamo che il piacere sarebbe il medesimo e la sfida ugualmente appassionante anche se i giochi non fossero affatto «olimpici», se l’Olimpo non fosse ancora la sede degli dei, cioè della gloria. E come volete che sia dispensata la gloria, anche quella sportiva, se non, in mancanza degli dei antichi, almeno innanzi ai potenti della terra? È un prezzo che gli uomini debbono pagare: non a Putin (per fortuna), ma alla loro stessa umanità. E poi: per ogni imperatore che si compiace nell’arena, ci può pur sempre essere un eroe o atleta che gli leva il pugno contro (o almeno un dito, si vedrà poi quale). Perché lo spettacolo, lo sfarzo, la sfilata: saranno pure il luogo in cui il potere mette in scena e officia se stesso, ma sono anche l’occasione in cui i paramenti cadono e un bambino scopre per tutti che l’imperatore è nudo. Per l’omofobo Putin sarebbe una gran bella vergogna. (E, si sa, i campioni sono come i bambini).

(Il Mattino, 8 febbraio 2014)

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