Le frontiere chiuse della civiltà

ImmagineUno dei più alti documenti del Novecento filosofico europeo, «La crisi delle scienze europee» di Edmund Husserl, contiene un passo sull’Europa che viene spesso citato, e che mette conto di essere riproposto anche oggi. Eccolo: «Come si caratterizza la forma spirituale dell’Europa? Non geograficamente, come se fosse possibile circoscrivere su questa base gli uomini che vivono sul territorio europeo e considerarli l’umanità europea. In un senso spirituale rientrano nell’Europa i Dominions inglesi, gli Stati Uniti, ecc., ma non gli esquimesi o gli indiano che ci vengono mostrati nei baracconi delle fiere, o gli zingari vagabondi per l’Europa». Gli zingari vagabondi per l’Europa: perché ricordarli adesso? Per via del referendum in Svizzera, promosso dal partito nazionalista ed antieuropeista dell’Unione di centro, che contingenta l’immigrazione, e mette dunque un freno alla libera circolazione delle persone. Nella decisione dell’elettorato elvetico, che irrigidisce le frontiere e fissa tetti e quote «in funzione degli interessi globali dell’economia svizzera», non è da supporre un’avversione particolare nei confronti dello straniero: non si tratta di xenofobia o, peggio, di razzismo. Si tratta solo della crisi, e dell’egoismo nazionale che la crisi economica sta risvegliando nei popoli europei. Ma anche le parole di Husserl non possono certo essere tacciate di razzismo. Anzi. Quelle parole risalgono alla metà degli anni Trenta: di lì a poco, nel ’38, al filosofo tedesco, di origine ebrea, toccò di finire i suoi giorni con le SS che gli piantonavano il portone di casa, poiché in un qualche senso di Europa stabilito dai nazisti al potere (e non so quanto spirituale) gli ebrei come lui non potevano rientrare.

A cosa servono allora le parole di Husserl? Forse a lanciare un grido d’allarme dinanzi ai meccanismi di esclusione con cui si pretendono di definire popoli, culture, identità. E insieme a porre una domanda, la stessa  che un accanito lettore e interprete del testo husserliano, Jacques Derrida, europeista convinto, pose in una conferenza tenuta nel 1990. Ecco la domanda: «Qualcosa di unico è in corso in Europa, in ciò che ancora si chiama Europa, anche se non si sa più bene che cosa si chiami in questo modo. Di fatto, a quale concetto, a quale individuo reale, a quale entità determinata si può, a giorno d’oggi, conferire questo nome? Chi ne traccerà le frontiere? Il suo nome maschera forse ancora qualcosa che non ha ancora un volto?».

Dopo il referendum svizzero, noi cittadini europei non possiamo non domandarci nuovamente qual è, quale sarà il volto dell’Europa, quale «unicità» dovremmo aver cura di preservare, o di far accadere. Fino infatti alla barbarie nazista, si poteva ancora pensare che l’Europa lottasse, come scriveva Husserl, per il senso più autentico dell’umanità, che l’Europa fosse cioè il terreno esclusivo sul quale quel senso era fiorito: grazie alla filosofia greca, al diritto romano, alla religiosità cristiana, alla civiltà umanistico-rinascimentale, all’illuminismo moderno. Dopo la catastrofe, i popoli europei hanno dovuto porre su nuove basi quella ricerca di un’umanità razionale che appassionava Husserl: dotandosi di un’unica coscienza politica che si richiamasse innanzitutto ai valori universali della democrazia e della libertà. «L’interesse globale dell’economia» doveva e deve esser loro subordinato.

Se perciò andate in visita presso il Parlamento europeo, a Strasburgo o a Bruxelles, vedrete che i gentili funzionari che accolgono i visitatori e illustrano loro le modalità di funzionamento dell’Unione – le sue istituzioni, i suoi principi, le sue procedure – per darvi il senso della costruzione europea insisteranno in modo particolare sul suo frutto più prezioso : la pace, la libertà, i diritti (sulla prosperità negli ultimi tempi sorvolano un po’). Ma allora, se non fosse più possibile cogliere appieno quel frutto, che cosa significherebbe ancora essere europei? Certo, la Svizzera non è l’Unione: la sua storia non è la storia della comunità che a piccoli passi ha avviato nel corso dei decenni un percorso di integrazione a partire dalle macerie della guerra (che la Svizzera invece non ha conosciuto), ma «in un senso spirituale» lo è. Senza dire che, alla sua maniera, e pur mantenendo le dogane, ha aderito agli accordi europei sulla libera circolazione delle persone, che l’esito del referendum mette invece in discussione. È difficile perciò che un’Europa che sia più di una semplice espressione geografica possa avere esistenza e storia senza aspirare a un qualche senso del genere. Certo: ridefinito su nuove basi, capace di accogliere persino «gli zingari vagabondi per l’Europa», e cioè fondato sopra il comune denominatore dell’inclusione, ma esistente e soprattutto operante. Quote, contingentamenti e piantonamenti non delineano, ma anzi sfigurano il volto in cui l’umanità europea vuole ancora provare a riconoscersi.

(Il Mattino, 12 febbraio 2014)

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