Se il segretario si gioca tutto

ImmagineSe non fosse per il titolo, che si potrebbe prestare a equivoci e ironie, il film di queste giornate potrebbe essere raccontato alla maniera del primo Kubrick, quello di «Rapina a mano armata». Un colpo all’ippodromo, raccontato da punti di vista ogni volta diversi, con flash-back sincronici che costringono lo spettatore a rivedere più volte la stessa azione, da angolature e con sottolineature differenti. È quello di cui il cronista avrebbe bisogno, per muovere nello stesso, complicato scenario il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il segretario del partito democratico, più gli altri attori politici (il centrodestra di Alfano, i frammento del centro montiano, la minoranza Pd) relegati per il momento nel ruolo di comprimari, ma – come accade nel film – non per questo meno decisivi per la riuscita del colpo.

Il colpo è il nuovo governo. Allo stato, tutto o quasi sembra spingere in direzione di un incarico a Matteo Renzi. Le ipotesi alternative – il rimpasto, un nuovo governo Letta, il precipizio delle elezioni – non si sono ancora definitivamente consumate, ma appaiono ormai delle subordinate rispetto al piano principale, che prevede l’arrivo del sindaco di Firenze a palazzo Chigi. In verità, non si tratta di uno sbocco naturale dell’impasse che si è creato. Fino a qualche settimana fa, la doppia velocità dimostrata da Renzi nell’incardinare il processo di riforme, a cominciare dalla legge elettorale, sembrava legata essenzialmente alla distanza dall’attività di governo. Di qui in avanti, con Renzi al posto di Letta, non sarebbe più così, e anche se la maggioranza sul terreno delle riforme istituzionali continuerebbe a non coincidere con la maggioranza di governo, l’attore che proverebbe a incassare la parte più grossa del bottino delle riforme sarebbe d’ora innanzi soltanto uno e il medesimo: il Pd di Matteo Renzi. La vera questione è dunque se, con il passaggio delle consegne, il processo innescato da Renzi conoscerà un’accelerazione o non piuttosto un freno, da parte di chi (in primo luogo Berlusconi) aveva sin qui immaginato un diverso modo di partecipare all’impresa.

L’operazione presenta cioè dei rischi. Certo, Renzi può investire un capitale di fiducia e di consenso e una credibilità ancora intatta, e genererebbe di sicuro aspettative anche maggiori di quelle sin qui riposte sul governo Letta. Se l’operazione avrà successo, e dunque col senno di poi, si potrà anzi disegnare una sequenza Monti-Letta, partorita dall’emergenza dapprima finanziaria, quindi, dopo febbraio, anche politica, che la vittoria di Renzi alle primarie del Pd avrebbe finalmente interrotto, creando l’energia politica necessaria per fissare un nuovo inizio.

Ma un nuovo inizio di solito coincide con nuove elezioni: Renzi lo sa benissimo. Scegliere di prendere le redini del governo per manifesta insufficienza del dicastero che lo ha preceduto non procura ancora una piena legittimazione (oltre a rinfocolare tensioni nello stesso Pd). O meglio: in una democrazia parlamentare – qual è ancora l’Italia – non ci sarebbe bisogno di altro. Ma tutto il progetto politico di Renzi contiene una torsione politica rispetto a quella forma, che attende ancora di compiersi: riuscirà il Sindaco a portarla a compimento da Palazzo Chigi? Di sicuro, le forze parlamentari su cui può contare sono le medesime che sostenevano Letta (salvo forse qualche piccolo aggiustamento): e allora?

Resta dalla postazione di Palazzo Chigi una valvola con cui Renzi potrebbe provare a regolare i processi: quella delle elezioni. A ogni intoppo, a ogni ritardo, a ogni involuzione del corso politico nei meandri di Montecitorio Renzi potrà mettere sul tavolo un’impazienza, un’urgenza, un senso delle cose da fare nuovo, imputando alla palude parlamentare tutte le colpe. È una scommessa: se tutto filerà liscio, Renzi e il Pd incasseranno un risultato storico. Se la corsa si inceppa, qualcuno si ricorderà più o meno amaramente delle parole del Sindaco: le elezioni convengono più a me che all’Italia.

(Non so se la metafora del film di Kubrick, colpo a parte, abbia funzionato. Quel che so è che nel film nessuno dei componenti della banda che assalta l’ippodromo conosce il piano completo dell’azione, il che è un guaio).

(L’Unità, 12 febbraio 2014)

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