Barca, confidenze al finto Vendola

ImmagineLe mirabolanti avventure di Simplicius Simplicissimus, alias Fabrizio Barca. A cui ne capitano di tutti i colori: che l’editore – anzi: «il padrone» – di Repubblica gli faccia pressione perché accetti il ministero dell’economia, che gli giungano messaggi più o meno obliqui in tal senso senza che nessuno glielo chieda direttamente; che nessuno gli domandi cosa mai farebbe, una volta divenuto ministro; che infine vuoti il sacco con il finto Vendola che gli telefona per raccoglierne le confidenze. E come al personaggio del romanzo picaresco che attraversa la Germania del Seicento in mezzo a guerre e stregonerie e buffonerie di ogni tipo, così, forse, a Fabrizio Barca capiterà alla fine, che dopo avere attraversato la politica italiana si ritirerà in un’isola deserta, lontano  da quel mondo rovesciato in cui si è visto catapultato suo malgrado.

Perché Barca le sue esperienze politiche e di governo le ha fatte. E le ha fatte anche bene. Ministro della coesione territoriale del governo Monti, è tra i pochi ministri di cui si conserva un giudizio quasi unanimemente positivo. E che, a giudicare dalla telefonata mandata in onda dalla trasmissione radiofonica La zanzara (non nuova a queste imprese) conserva della politica un’idea, tutto sommato, sana: si va al governo per governare, e si va solo se le idee su quel che è da fare sono discusse e condivise. Ci si va sulla base di un progetto politico. Ma i personaggi che lo circondano, che gli girano attorno, che gli mandano sms, che gli fanno pressione, tutto gli chiedono meno che questo. Lui peraltro le spiegherebbe volentieri le sue idee: non ha neppure il profilo dell’intellettuale rinchiuso in una torre d’avorio, e anzi in un’impresa politica è stato sul punto di buttarsi a capofitto, dopo l’esperienza di governo. Ma non di questo si tratta: si muove piuttosto il grande imprenditore (il che peraltro per lui varrebbe come un buon motivo per tenersi alla larga), si muove la grande giornalista, è tutta una trama di contatti, relazioni, telefonate, in cui il malcapitato si trova sballottato senza volerlo, e senza neppure raccapezzarcisi: «Non essendoci un’idea, siamo agli slogan… vedo uno sfarinamento veramente impressionante… evitiamo che nasca una cosa alla quale vengo forzato». Evitiamo, sembra dire, anzi: evitatemi di andare al governo come una sciocca figurina su un album. Simplicius Simplicissimus Barca è scioccato: la mia cultura non importa, è tutto improvvisato, vogliono solo il nome che fornirebbe «la copertura a sinistra», cosa ci metterei sotto quella copertura non vogliono nemmeno saperlo: roba da pazzi.

Già: da pazzi. Diceva Pascal: gli uomini sono così folli, che sarebbe da folli non trattarli come tali. Barca invece voleva conservare l’illusione che Palazzo Chigi non sia ancora una nave di folli alla deriva. Il timoniere forse non c’entra: è troppo presto per dirlo, e dopo tutto Barca tiene fuori Renzi dalla sarabanda. Ma tutt’intorno sembrano muoversi ormai come impazziti. Il mondo reale della politica italiana sembra aver compiuto per intero il suo «tour de folie», e chi non vuole imbarcarsi rischia di finire la sua avventura come Simplicius Simplicissimus: per i fatti suoi, a coltivare un campicello in riva al lago.

(Il Mattino, 18 febbraio 2014)

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