La crisi non cancelli le cattedre di filosofia

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Un appello per la filosofia

Questo, per la filosofia e per la cultura umanistica in generale, è un momento non facile. Prevale un’ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione, le scienze di base sono subordinate alle discipline applicative e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. Lo stesso sapere si riduce a una procedura, e procedurali ed organizzative rischiano di essere anche le modalità della sua costruzione e valutazione. Un conoscere è valido solo se raggiunge specifici risultati. Efficacia ed efficienza sono ciò che viene chiesto agli studiosi: anche nell’ambito delle discipline umanistiche.

In questo quadro non stupiscono, per restare nell’ambito filosofico, l’eliminazione della Filosofia teoretica da molti corsi universitari di Scienze dell’educazione, nonché, per quanto riguarda le scuole secondarie, l’idea di ridurre a due anni la formazione filosofica, a seguito del progetto per ora sperimentale di abbreviare il ciclo a quattro anni. Allo stesso modo non sorprende il fatto che, nonostante il diffondersi negli ultimi decenni delle etiche applicate (come la bioetica, l’etica ambientale, l’etica economica, l’etica della comunicazione) a tutt’oggi la bioetica è considerata nelle declaratorie una disciplina che rientra ufficialmente nei settori disciplinari della medicina e del diritto piuttosto che della filosofia. Con la conseguenza che viene privilegiato per questa materia un insegnamento di carattere procedurale, piuttosto che una formazione volta a fare chiarezza sui motivi di certe scelte per aiutare a prendere decisioni responsabili.

Ma tutto questo è la punta di un iceberg. È il segno che, privilegiando un pensiero unico modellato sulle procedure tecnologiche, abbiamo rinunciato alla nostra tradizione, alle molteplici espressioni della nostra umanità, e siamo diventati tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica. Si tratta di un problema che interessa anzitutto la dimensione educativa. Ma più in generale ne va del ruolo che, nel nostro paese, può giocare la dimensione della cultura. 

È necessario cambiare rotta. È necessario contrastare questa deriva. Lo si può fare anzitutto bloccando i progetti che riducono o addirittura eliminano lo spazio della filosofia nell’istruzione secondaria e nell’insegnamento universitario. Lo si può fare chiedendo al nuovo governo impegni precisi: non solo per l’ammodernamento delle strutture scolastiche e universitarie, ma anzitutto per il sostegno e il rilancio di una cultura autenticamente umanistica, come sfondo all’interno del quale anche la ricerca scientifica e tecnologica acquista significato.

È questo il modo in cui può trovare rilancio anche un’azione politica intesa come responsabilità del pensiero nei confronti della dimensione pubblica e del mondo. È questo il modo in cui il nostro paese può essere fedele al suo passato. È questo il modo in cui esso può trovare una vera collocazione nel presente e nel futuro dell’Europa.

18 febbraio 2014

 

IL TESTO DELL’APPELLO PUO’ ESSERE SOTTOSCRITTO SUL SITO:

http://www.lascuola.it/it/home/editrice_detail/1392806297867/tutte_le_news/

 Promotori: Roberto Esposito, Adriano Fabris, Giovanni Reale

 Primi firmatari: Massimo Adinolfi, Luigi Alici, Dario Antiseri, Luisella Battaglia, Franco Biasutti, Remo Bodei, Laura Boella, Francesco Botturi, Giuseppe Cantillo, Dino Cofrancesco, Raimondo Cubeddu, Fulvio De Giorgi, Maurizio Ferraris, Mariapaola Fimiani, Piergiorgio Grassi, Enrica Lisciani Petrini, Eugenio Mazzarella, Salvatore Natoli, Giuseppe Nicolaci, Luigi Papi, Luciano Pazzaglia, Paola Ricci Sindoni, Giuseppe Riconda, Leonardo Samonà, Emanuele Severino, Giusi Strummiello, Gianni Vattimo, Carmelo Vigna.

3 risposte a “La crisi non cancelli le cattedre di filosofia

  1. …un testo contro il quale bisognerebbe scagliare le più violente improperie, i più efficaci insulti, il silenzio più efficace, il rigetto pubblico più preciso.

    basta fare una geopolitica degli insegnamenti che hanno tenuto molti dei sottoscrittori per rifiutare in toto: gli assassini che pretendono la salvezza del corpo morto della vittima

    Fa specie che tu non ti sia sottratto ad una difesa della ‘loro’ filosofia.

  2. Ciao Emilio: sul testo avrei anche io qualche riserva (succede sempre, peraltro), ma do la priorità alla necessità di difendere l’insegnamento della filosofia. Sulle responsabilità dei firmatari non saprei ben dire a cosa ti riferisci. Probabilmente, intendi le responsabilità che li investono in quanto docenti universitari, piuttosto che come docenti di filosofia, nel senso che riguardano lo stato dell’università nel suo complesso. Altrimenti non capisco, nel senso che non mi sembra che l’eventuale ridimensionamento dell’insegnamento della filosofia dipenda dalle responsabilità dei firmatari. Se invece ti riferisce allo stato della filosofia, posso anche condividere, nel senso che posso anch’io ritenere che oggi non goda di buona salute e che questo non può non dipendere anche da qualità dell’insegnamento (e da scelte politiche, e da forze e poteri accademici), ma anche in questo caso ad esserne investita è la ‘parola universitaria’, per dirla con Macherey. La soluzione però non è ridurne gli spazi, e perciò firmo.

  3. Finchè fra i politicanti che si disoccupano di istruzione imperverserà un clima di nicchizzazione delle discipline umanistiche, strutturato e dettato dalla lunga e sempre più laida mano dell’economia, non sarà pensabile una irriducibilità della formazione individuale a identificazione col movimento dei mercati, della cultura a industria, della vita a forma di merce. Tutto ciò sappiamo dipendere ormai dalla vecchia spada di Damocle, scesa dalla testa dei tiranni e sparita per sempre sotto la coltre del declino umano. L’intruglio si ripete. Ma pezzo dopo pezzo, qualcosa della condizione umana si va nientificando. Con buona pace dell’idiotismo ottimista italiota, stento poi a non “sorridere” all’idea di una via d’uscita da questa paralisi: l’idea di Platone, secondo la quale l’amministrazione dello stato sembrava escludere ogni forma di onestà e rettitudine, con le politiche attuali ha acquisito validità scientifica. L’Italia è uno stivale che il fango se lo tiene stretto.

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