Perché non credere al Sud cattivo

ImmagineC’è un paragrafo del libro di Vittorio Daniele e Paolo Malanima su «Il divario Nord-Sud in Italia», apparso nel 2011, al quale conviene forse tornare, ora che la discussione si è riaccesa grazie ad un altro libro, «Perché il Sud è rimasto indietro», dello storico dell’economia Emanuele Felice. Libro, quest’ulimo, che viene peraltro dopo quelli di Luca Ricolfi e di Stella e Rizzo, per limitarsi solo agli ultimi prodotti editoriali che provano a consolidare una precisa narrazione (una volta si diceva ideologia) intorno al Mezzogiorno e alla questione meridionale.  Nel libro di Felice questa narrazione prende la forma di una tesi, presentata in forma equivoca e senza troppe sfumature: non c’è bisogno di cercare chissà dove per trovare i motivi della profonda differenza fra Sud e Nord, perché quella causa è da rintracciarsi non altrove che nel Sud medesimo, e innanzitutto nella inadeguatezza delle sue classi dirigenti, nelle sue responsabilità storiche e politiche, nei suoi misfatti, reiterati nel corso dei decenni e anzi dei secoli. Con in più l’aggravante che, ormai, il problema è cresciuto di dimensione, e il declino dell’intero Paese dipende essenzialmente dall’incapacità del Sud d’Italia di tenere i comportamenti virtuosi propri del resto del Paese. Qualunque discorso che sposti dunque l’attenzione sullo Stato unitario e sulle scelte compiute dall’unità d’Italia in poi dal ceto politico nazionale viene considerato, in quest’ottica, colpevolmente auto-assolutorio: parte perciò di quella stessa colpa che il Sud porta con sé praticamente da sempre.

Ora, non c’è bisogno di scomodare Benedetto Croce per ripetere ancora una volta che la storia è storia contemporanea: non si rimette mano alla questione meridionale e alle sue cause lontane o vicine – e soprattutto non si torna a discuterne sulle pagine dei giornali quotidiani – se non per rianimare il dibattito politico, ed eventualmente orientarne le scelte fondamentali. Lo si vede bene leggendo ad esempio Luca Ricolfi, che sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno (e nel suo libro di prossima uscita) non manca di indicare la madre di tutte le soluzioni. Se infatti nel Mezzogiorno si spende poco, perché i fondi europei rimangono largamente sottoutilizzati, e si spende male, perché quel poco che si spende non sortisce alcun effetto concreto, l’unica è che lo Stato «batta in ritirata» e smetta di drogare la società meridionale alimentando parassitismo, clientelismo, assistenzialismo. Va da sé che prendere le distanze dallo shock liberista e meritocratico di Ricolfi non significa stare dalla parte dei parassiti, delle clientele o dei fannulloni: eppure si fa fatica, ormai, a far valere questa semplice distinzione. Chiedersi se la questione meridionale non debba essere riportata al centro delle politiche nazionali (dei suoi impegni di spesa e delle sue politiche sugli investimenti) diviene infatti in automatico, nella narrazione oggi imperante, un modo surrettizio per alimentare gli antichi vizi e le antiche corruttele.

Il libro di Emanuele Felice torna utile allo scopo. Pare infatti funzionare così. Premessa prima: il nodo è la cattiva qualità delle classi dirigenti meridionali in un quadro politico e istituzionale arretrato; premessa seconda: l’intervento pubblico – nazionale o sovranazionale – non fa che alimentare quella classe dirigente incapace e corrotta; conclusione: perpetuarlo significa aggravare il male, piuttosto che curarlo.

A ben vedere, il discorso di Felice può in realtà essere volto piuttosto a smorzare certe sirene che si sono ascoltate negli ultimi anni: una è il pensiero meridiano di Franco Cassano, e in genere quei discorsi che rifiutano di applicare alle condizioni del Sud d’Italia le categorie dell’arretratezza, della convergenza o del sottosviluppo, per il motivo che esse sembrano supporre standard di sviluppo e di civiltà confacenti ad altre società, ad altri contesti sociali e antropologici. Un’altra è il pensiero neoborbonico, che prova a rappresentare le condizioni del Sud d’Italia in termini tali, che tutto nel processo di unificazione avrebbe significato per il Mezzogiorno una perdita secca (o un immiserimento, o uno sfruttamento).

Ma in verità non c’è bisogno di ascoltare né l’una né l’altra sirena per prendere qualche distanza dallo schema proposto da Emanuele Felice. Basta tornare a quel paragrafo del libro sopra ricordato di Daniele e Malanima (e ripreso ieri su questo giornale con grande dovizia da Marco Esposito). Il paragrafo s’intitola «Le cause delle cause» e sta nella sezione finale dell’ultimo capitolo della loro ricerca, dedicato a «Società, istituzioni, geografia». Tutto il libro contiene una preziosa raccolta di dati, prevalentemente quantitativi, sull’economia del Mezzogiorno nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Sui cambiamenti nella produzione, nel lavoro, nella produttività delle diverse aree del Paese. Dopodiché si giunge a quel paragrafo finale, al quale i due autori malvolentieri si dedicano, avendo già mostrato che il divario Nord-Sud «è da attribuire a differenze nella produttività del lavoro e nel tasso di occupazione». Se non che incombe la domanda: «ma per quali motivi il Sud ha avuto a lungo un divario di produttività rispetto al Nord?», e qui spuntano fuori proprio quella società, quelle istituzioni e a volte perfino quella geografia con la quale si vuol dannare in eternità il Mezzogiorno. Ci pensava per esempio già il curato Pierre Charron, nel ‘600, agli albori della modernità: a causa del clima caldo e umido, i meridionali sono indolenti e pigri. Et voilà: la spiegazione sul divario di produttività è bella che servita. Ma si tratti del clima, di limiti antropologici, dell’insufficiente esperienza comunale in età medievale, o del susseguirsi delle dominazioni al Sud – prima araba, poi normanna, poi spagnola – si arriva sempre a una «causa causarum» ultima e fondamentale che in verità non spiega proprio nulla. Per i due autori, invece, molto «più modestamente», la causa del divario sta nello stesso sviluppo economico del paese, e nel «processo di concentrazione geografica dell’industria» al Nord (il che peraltro spiega come il divario si sia ridotto in maniera significativa solo negli anni dell’intervento straordinario, nel secondo dopoguerra). Ma, se è così, se la «causa delle cause» va cercata nella forma e nella direzione dello sviluppo italiano, e dunque negli interessi che lo hanno guidato, l’idea che sia tutta colpa della neghittosità meridionale, o della immoralità delle genti del Sud e della sua classe dirigente non basta più. Il nodo diviene un’altra volta il rapporto fra tutte e due le parti del Paese: e non assolve l’una così come non assolve l’altra.  E, per finire, non assolve neppure quelle ricostruzioni storiche che sui rapporti reali fra politica ed economia preferiscono ormai sorvolare, come se la prima non avesse più alcuna capacità di determinare in positivo lo «spazio di gioco» della seconda,. Ce l’ha invece: magari non più a livello nazionale, ma sul più vasto scenario europeo. Ed è guardando a quello scenario che non conviene cedere a narrazioni che finiscono con l’abbandonare il Sud d’Italia al suo destino, come il peso di un’inutile zavorra.

(Il Mattino, 20 febbraio 2014)

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