Il sogno della buona politica

ImmagineHo fatto un sogno. E benché siamo inclini a pensare che i sogni riflettano quasi soltanto esperienze personali, l’antropologia si interroga da tempo, non senza profitto, sulla natura pubblica dei sogni; perciò non sarà forse inutile che lo racconti qui. Nel mio sogno, Matteo Renzi recitava continuamente a se stesso, come un mantra incantatorio, l’articolo novantacinque della Costituzione, primo comma: «Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile». Chiunque incontrasse, complice forse la sua «smisurata ambizione», non faceva altro che ribadire che il responsabile è lui. E la cosa faceva un certo effetto, almeno nel mio sogno, quasi che dell’articolo se ne fosse persa la memoria. Perciò Renzi andava al bar e sciorinava l’articolo; riceveva i partiti e faceva lo stesso; andava in Europa e non ripeteva altro. Poi però succedeva – nel sogno, dico – che qualcuno chissà come gli ricordava che però un altro articolo affida al Presidente della Repubblica il potere di nomina dei ministri. E lui, come se appena l’avesse ascoltato, prendeva allora a ripetere ossessivamente: «su mia proposta, però, su mia proposta!» e subito la scena cambiava – come accade nei sogni –, e il presidente incaricato me lo vedevo sventolare fogli e foglietti con su scritte le sue proposte. E le sventolava dappertutto, ai giornalisti, agli amici, ai confidenti: a quelli bene intenzionati e pure ai male intenzionati. A tutti, invariabilmente, Renzi aveva da proporre la stessa cosa: solo nomi autorevoli, ma di un’autorevolezza nuova, che quasi non s’era sentita prima. Io stesso nel sogno mi pare che fossi alquanto sconcertato: questo nome non lo trovo tra gli ospiti fissi di un salotto televisivo, mi sorprendevo a pensare; quest’altro deve essere persona di grande qualità, ma non è la firma di nessun giornale quotidiano; quest’altro ancora non è per nulla telegenico, e poi non mi ricordo che abbia mai preso in prestito una metafora dal mondo del calcio, come invece usa fare. Sono italiani, esultava però Renzi nel mio sogno, e li ho trovati io! Li ho portati io al governo senza farmeli suggerire da giornali e tv! E intorno a lui lo staff affollato dei comunicatori sudava freddo e si chiedeva smarrito se almeno sapessero twittare, tutti questi nuovi ministri che Renzi voleva portare nel governo. Perché lui stesso, nel sogno, non è che avesse d’improvviso perso la capacità di scrivere un twit: diretto, efficace, arguto. Ma gli è che ci si era tutti un po’ stufati di questa benedetta arguzia: così la si lasciava agli altri, ai collaboratori, oppure a Grillo, che a far battute rimaneva il più bravo anche nel mio sogno, ma i ministri non li si sceglieva secondo l’indice di popolarità, ma per quello che sapevano fare per davvero.

Se costoro sanno fare sono dei tecnici, pensavo allora, contento di aver trovato finalmente come etichettare il nuovo titolare degli Esteri, o dell’Economia, o della Cultura. E invece no! Renzi nel sogno non finiva di sorprendermi, e tirava fuori un ragionamento che fatico a ricordare, ma che più o meno andava così: vedi, se alla Salute non ci metto un dottore, o alla Difesa un generale, non è che all’Economia ci deve andare per forza un economista. Io, nel sogno, sbigottivo: questa cosa che all’economia potesse non andarci un economista non l’avevo mai pensata, erano almeno vent’anni che non mi veniva a mente, e così mi chiedevo smarrito se non fosse per colpa dello spiritaccio dei toscani, che Renzi la faceva così facile. E tutto mi vacillava intorno – come a volte capita, nei sogni – e mi chiedevo stordito chi mai potesse andarci allora, se non un economista, se non un tecnico plurilaureato: uno cioè che fosse competentissimo e autorevolissimo e rigorosissimo. E Renzi, sancta simplicitas!, mi sorrideva accattivante e mi diceva: ma è ovvio, un politico. Vedi, mi faceva, l’azione del governo è un’azione politica (ricordi l’articolo 95?), e per compiere un’azione politica c’è poco da fare: ci vuole un politico. Semplice, no? Quanto all’autorevolezza: lo so che ti suona strano, ma quella gli viene proprio dal fatto che è un politico, il che vuol dire ad un tempo: uno che fa quel che fa in autonomia, in quanto rappresentante del popolo, e uno che lo fa perché sceglie, perché decide, perché si prende le sue brave responsabilità, e non già perché non può non farlo, o perché lo chiedono i mercati, o le agenzie di rating, o l’Europa. Che poi, se non c’è la politica, concludeva Renzi, non ti accorgi che l’Europa e le agenzie di rating finiscono per chiedere le stesse cose? E questo, almeno nel mio sogno, voleva proprio dire che qualcosa non andava per il verso giusto.

Però i sogni finiscono all’alba, e al risveglio non tutto fila liscio come nel sogno. Questo mio sogno poi è finito ancora prima, per poter andare in stampa. E così mi sono chiesto, svegliandomi, quanto tempo restasse ancora della notte.

(Il Mattino, 21 febbraio 2014)

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