Il sottosegretario che non può restare

ImmagineVediamo se si può dire la cosa senza retorica: la posizione del senatore Antonio Gentile, neo sottosegretario  ai Trasporti e alle Infrastrutture del nuovo governo Renzi, è indifendibile. Eppure viene difesa. Viene difesa con veemenza dagli esponenti del suo partito, il Nuovo Centrodestra. E così, senza voler fare della retorica, scriviamo per tre volte «nuovo» e ci troviamo a commentare una notizia che di nuovo ha ben poco. Sa invece fin troppo di vecchia, vecchissima politica.

Che il senatore Gentile si difenda è umano, ahimè, fin troppo umano. L’argomento che usa  – si è messa in moto la macchina del fango, si è montato ad arte il caso – per la verità non è nuovo neanche quello, ma si capisce che Gentile lo usi per difendere la sua propria onorabilità, oltre che il suo proprio interesse. Ma che tutto il partito si schieri come un solo uomo a difesa di una vicenda a dir poco inquietante, questo non si capisce affatto. O forse si capisce fin troppo bene.

Non si capisce, perché è veramente inaccettabile che non si percepisca la gravità dei fatti contestati. Si capisce però fin troppo bene, perché si tratta del solito riflesso condizionato che nei partiti, specie in quelli piccoli e appena nati, quelli cioè che lottano ancora per la loro sopravvivenza, scatta inesorabilmente, sempre e comunque.

La gravità dei fatti, innanzitutto. Qui non si tratta di attendere le risultanze di inchieste, o i provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Non è questione insomma, di essere garantisti, innocentisti o colpevolisti. Qui c’è un direttore di giornale che denuncia in maniera circostanziata una lesione del fondamentale diritto di cronaca: la richiesta pressante di occultare una notizia scomoda, vale a dire l’indagine che tocca il figlio del senatore Gentile. E c’è un quotidiano che non va in edicola, per un provvidenziale guasto alle rotative occorso nella notte, nonostante la volontà del direttore di resistere alle pressioni su di lui esercitate (e documentate). Non c’è bisogna di evidenze così conclamate per elevare una precisa contestazione. Diciamo pure che si tratta di un elementare principio di precauzione: in un caso del genere, un uomo politico che si trova a dover respingere accuse tanto gravi deve sentire il dovere di farsi da parte. Punto. E i suoi compagni di partito – i Cicchitto, i Sacconi, gli Schifani – devono avvertire, se quello non se ne dà ad intendere, la decenza di spiegarglielo. Possono poi ben dire che non accettano da nessuno lezioni di morale o patenti di indegnità, a condizione però che si mostrino capaci di farla loro, la lezione. Diversamente, l’indecenza li investe in pieno.

In secondo luogo, il riflesso condizionato, quell’ottuso meccanismo di reazione all’esercizio dei potere di controllo e alla legge dell’opinione o della reputazione (così la chiamava John Locke, il padre del liberalismo moderno), che costituisce ancora la regola dei comportamenti politici. Altro che rinnovamento! Vale sempre il vecchio «primum vivere» – non importa se, pur di vivere, la vita politica degradi sempre più, specie al Sud, in una somma di notabilati locali, del cui potere di condizionamento un piccolo partito non riesce evidentemente a sbarazzarsi, finendo così con l’esserne anzi espressione. Perciò Gentile rimane lì dov’è. E Alfano, non uno qualunque ma il ministro dell’Interno, gli tiene lo scudo.

Ma Renzi? Quand’è che Renzi, che è già stato a Treviso, andrà in visita a Cosenza? E quando ci andrà, si recherà presso la sede del giornale, a stringere la mano al direttore?

(Il Mattino, 3 marzo 2014)

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