La crisi del Sud e la retorica della colpa

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Vi sono due tesi abbondantemente infondate che circolano nell’opinione pubblica, a proposito del Sud e del suo divario dal resto del Paese. Che circolano – aggiungiamo – nonostante o forse proprio a causa della loro falsità. La prima tesi dice più o meno: negli ultimi decenni si va imponendo  presso l’intellettualità meridionale un discorso «sudista», in chiave anti-italiana, che condanna l’unificazione del Paese come causa di tutti i mali che al Sud ne sarebbero di lì in poi venuti. La seconda tesi dice invece che la deteriore piega «sudista» del discorso meridionalista è essa stessa effetto della crisi del Mezzogiorno, della sua arretratezza civile, culturale e sociale, oltre che economica, e dunque è responsabile, o almeno corresponsabile, di quel processo di disarticolazione dell’unità nazionale di cui si registrano sempre nuovi sintomi.

Un tempo si diceva: ex falso quodlibet. Da una tesi falsa si può tirar fuori qualunque cosa; da un paio di premesse mal poste può venir fuori una conclusione falsa come una vera, a piacimento. Ed effettivamente, nel caso delle considerazioni sulla questione meridionale proposte da Galli della Loggia, la conclusione è, pure quella, falsa. La conclusione è infatti la seguente: il discorso oggi dominante se la prende con Cavour e Garibaldi per assolvere le classi dirigenti meridionali. Volenti o nolenti, l’effetto sarebbe quello: dare la colpa all’unità d’Italia, ai piemontesi, al Nord per presentare il Sud come innocente vittima sacrificale degli interessi settentrionali, come se il Sud non scontasse affatto, scrive severo l’editorialista del Corriere, una «secolare condizione storica, economica, geografica, culturale» di ritardo rispetto al resto della penisola.

Ora, in questa riflessione c’è anzitutto qualcosa che non va dal punto di vista della sua coerenza interna. Se infatti ce la dobbiamo prendere con i bui secoli passati, non solo non possiamo dare la colpa al Nord cattivo, ma neppure possiamo prendercela con le classi dirigenti meridionali, le quali potranno sempre gettare la croce alle proprie spalle, sui secoli lontani. E invece Galli della Loggia vuole invitare la cultura del Mezzogiorno a distinguere le responsabilità presenti: l’invito, come minimo, è formulato male.

Ma lo si può accogliere ugualmente, perché la «questione meridionale», così come ci sforziamo di riproporla sulle colonne di questo giornale, tutto vuole essere meno che una generica assoluzione delle responsabilità storiche e politiche del ceto dirigente al Sud. Gramsci, a questo riguardo, è citato da Galli della Loggia abbastanza a sproposito, perché nella sua impostazione era proprio la saldatura fra certi interessi (industriali) del Nord e certi interessi (agrari) del Sud del  Paese a costituire l’avversario contro il quale battersi. Bene, ma per riconoscere una tale saldatura occorrerebbe almeno condividere l’idea di uno sviluppo distorto del Paese, e ineguale. Per correggere il quale, o anche solo per provare a farlo, sarebbe altresì necessario mettere nuovamente al centro della politica nazionale la questione meridionale: è questo nesso di politica generale che oggi manca del tutto, come ci sforziamo di ripetere. È esso che viene bellamente ignorato, quando si sostiene che la colpa è tutta del Sud: dei suoi secolari ritardi e delle sue presenti miserie. E invece né gli uni né le altre stanno al mondo da sole, senza quelle connessioni storico-politici che coinvolgono la vicenda nazionale intera, come Gramsci si sforzava a modo suo di portare alla luce.

Ma è chiaro che se si sceglie come bersaglio polemico un certo colore neo-borbonico, se lo si usa come testa di turco della polemica, per confondere in un generico «sudismo» straccione il tentativo di correggere la trazione nordista della seconda Repubblica, tutto viene sin troppo facile.

Viene così facile il tentativo quasi surreale di sostenere che gli ultimi decenni del discorso pubblico sono stati dominati da una sorta di macchiettistico revanscismo borbonico, e non invece da una inedita, ma aggressiva «questione settentrionale» presentata come la vera questione italiana, il Sud dovendo infatti imputare soltanto a se stesso i suoi ritardi, le sue inefficienze, le sue corruttele. Viene facile, infine, proporre il paradosso per cui le spinte disgregatrici allignerebbero in questo desiderio reazionario di ritorno all’arcadica età pre-unitaria, come se in Parlamento sedessero a chiedere la secessione i rappresentanti di re Ferdinando, e non invece i leghisti, quelli dello spadone di Alberto da Giussano e dell’ampolla del dio Po. Il rovesciamento non potrebbe essere più completo: nonostante i libri di Ricolfi o di Stella e Rizzo, non è dominante, secondo Galli della Loggia, la retorica per cui è tutta colpa del Sud, ma quella per cui è tutta colpa del Nord.

Il che è falso, ed è una falsità che con le sue due tesi si stringe a tenaglia sul tentativo di riproporre invece la questione meridionale negli unici termini in cui deve essere posta: come una questione che non può non impegnare lo Stato nazionale unitario. Impegnare allo spasimo, come una questione decisiva. E che perciò non manda assolto nessuno: non gli uomini politici meridionali, così poco all’altezza della situazione, ma di sicuro nemmeno un ceto politico nazionale prevalentemente del Nord, che la questione non sa più non diciamo affrontarla, ma nemmeno nominarla.

(Il Mattino, 6 marzo 2014)

Una risposta a “La crisi del Sud e la retorica della colpa

  1. Antonio D'Orazio

    Bene rimettere al centro dell’interesse nazionale la questione meridionale, ma con un progetto di riequilibrio serio, che non tenda solo a salvaguardare l’unità della nazione, ma anche e soprattutto a far uscire il sud dai ritardi storici e dall’essere una palla di piombo al piede del paese.
    Ma di tali progetti non se ne vede nemmeno l’ombra. E da nessuna parte politica, nemmeno a sinistra. Passata la stagione della Cassa del Mezzogiorno e degli incentivi all’industrializzazione (con Maastricht nemmeno più possibili) non c’è più un progetto economico-politico per il Sud.
    Compito di una sinistra all’altezza delle sfide di oggi è proprio quello di elaborare un progetto serio, diretto a premiare le vocazioni economiche del sud, unitamente ad un programma di rigore nella spesa pubblica e di efficace contrasto alle organizzazioni malavitose.

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