Archivi del giorno: marzo 12, 2014

Tsipras, i puri si epurano prima di iniziare

Immagine«Beh, sarebbe ipocrita negare che ci sono stati un po’ di casini», dice il giornalista Alessandro Gilioli, uno di quelli che la lista l’Altra Europa con Tsipras ha contribuito a metterla su . Nessuna ipocrisia: la lista non ha bisogno di nascondere i casini combinati. Ultimo in ordine di tempo è il rifiuto di Antonia Battaglia, ambientalista tarantina, di stare in lista con esponenti di Sel, il partito del governatore Vendola, che a giudizio della Battaglia non è affatto esente da gravi responsabilità nella gestione del caso Ilva. O Sel o io, ha detto la Battaglia, e in lista ovviamente sono rimasti gli esponenti di Sel, mentre lei ha ritirato la sua disponibilità.

Ora però, più che il merito di questa vicenda – che tutto sommato può ricondursi al vecchio adagio per cui c’è sempre un puro più puro che ti epura – è la giustificazione ai casini combinati che desta un qualche sconcerto. Gilioli la mette così: «tutta questa avventura della lista Tsipras è iniziata poco prima di Natale con un po’ di telefonate, qualche mail, i primi incontri di persona: non c’era alcuna organizzazione pregressa, né alcuna regola stabilita». Si badi bene: non si tratta di cucina destrutturata, e dell’abbattimento delle barriere tra il mondo dolce e il mondo salato, bensì della presentazione di una lista alle prossime elezioni politiche del Parlamento europeo. Una roba che di solito la fanno i partiti, e che invece viene affrontata con baldanzoso spirito donchisciottesco. Dal momento che i partiti sono ormai per tutti brutti sporchi e cattivi, cosa c’è di meglio di spiriti liberi, cavalieri della vera fede europeista strappati alle loro inesauste battaglie civili, alle loro irreprensibili testimonianze morali, alla loro inflessibile indignazione, finalmente in lista insieme per il bene comune?

Qualcosa di meglio ci sarebbe e c’è: gli stessi spiriti liberi, uniti però da una comune frequentazione (stessi gusti, stesse letture, stesse amicizie), in una compagnia di giro che ad ogni appuntamento elettorale da un bel po’ di anni – ad occhio e croce:  da quando Eugenio Scalfari s’inventò il mito del «partito che non c’è» -prova coraggiosamente ad esserci. E forse ci prova non già per conseguire l’elezione in Parlamento – un’altra, generosa dimostrazione di disinteresse -, ma solo per fare la morale alla sinistra: quella che dopo tutto c’è ancora e che questi spiriti liberi non potranno riuscire a farsi piacere mai.

E si capisce perché: se poter confidare soltanto su qualche mail viene esibito come un titolo di merito, o come una prova di autenticità, o infine come una dimostrazione di purezza (per la quale però vedi l’adagio citato sopra), come si potrà mai accettare la bassa cucina tradizionale con cui un partito, una qualunque organizzazione complessa, è costretta a servire la pietanza indigeribile delle liste?

Ovviamente i ferventi sostenitori italiani della lista Tsipras non mancano di farsi coraggio sbandierando il risultato che il leader greco vanta nel suo paese, dove la formazione politica da lui guidata veleggia sopra il 30 per cento. Uno pensa: a parte tutte le differenze, ma un minimo di consapevolezza del fatto che in Grecia Tsipras non guida il suo partito con pochi incontri fra vecchi amici alla vigilia di Natale questi qua ce l’hanno, o pensano davvero che basta mettere qualche testimonial importante, disposto a candidarsi «per spirito di servizio», per raggiungere quelle percentuali e, in genere, per fare politica? Forse no, se si può arrivare a sfidare il buon senso domandando addirittura al futuro elettore se sia consapevole di cosa significa licenziare le liste chiudendo in una stessa stanza «sei garanti di sinistra». Deve essere stata effettivamente molto dura, se infatti un paio di essi, Camilleri e Flores d’Arcais, proprio non ce l’hanno fatta e si sono subito dimessi. Nessuno può cedere sui propri principi, devono essersi detti, avendo visto i casini combinati con il caso Battaglia: e poiché sarebbe davvero troppo citare il più cinico e immorale Togliatti – quello che «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato» – domandiamoci almeno: ma che razza di principi sono quelli che non principiano mai alcunché, e procurano immancabilmente un’impressione di infantilismo politico?

(Il Mattino, 12 marzo 2014)

Gli hegeliani inconsapevoli

Giorgio Federico Guglielmo Hegel ha scritto una volta: «la verità è una tautologia». Ed effettivamente, leggendo la relazione che la Corte dei Conti ha presentato la scorsa settimana sul federalismo fiscale c’è caso che qualche anima bella, credendo magari di impersonare chissà quale spirito di gravità, non si limiti a registrare il dato denunciato dalla magistratura contabile, per scoprire che al Sud la pressione fiscale è più alta che al Nord, ma faccia anche il passo successivo, e in cerca di una spiegazione veramente profonda giunga fino alla verità: che le tasse che al Sud sono più alte sono state messe dai governanti del Sud. Oh bella! Uno vorrebbe chiedere: e chi altri le doveva mettere, codeste tasse? Per caso Matteo Salvini o Bobo Maroni? Ma forse qualcuno pensa davvero che sarebbe una buona idea. Non so se ce ne si è accorti, ma che, parlando di federalismo fiscale, di addizionali regionali e di imposte municipali, si scopra l’equazione per cui le tasse del Sud le mettono i governanti prova soltanto che Hegel aveva ragione: la verità, per costoro, è una tautologia.

Mentre però Hegel lo diceva nel bel mezzo di una riflessione sopra l’elemento speculativo e l’essenza della logica, altri pensano che scoprirlo equivalga a trovare finalmente il colpevole di tutti i mali del Sud: quelli che al Sud mettono le tasse, e cioè i governanti del Sud. Come peraltro facciano in questo modo a compiere anche il rapinoso «sacco del Nord» non viene spiegato. E siamo daccapo.

Siamo daccapo non con la necessità di giustificare le classi dirigenti meridionali, quelli che mettono le tasse e sperperano denaro pubblico (ma sull’andamento della spesa al Sud, inferiore al Centro-Nord, sarà il caso di tornarci, visto che la Corte dice qualcosa anche a questo proposito). Leggere la relazione della Corte dei Conti e dare significato, evidenza e risalto al dato riportato non serve a giustificare nessuno, tantomeno ad assolvere. Serve invece a capire. Sempre che la si legga. Scrive infatti la Corte: “Alla crescita delle entrate proprie ha corrisposto un ridimensionamento dei trasferimenti statali. Ciò ha comportato una significativa ricomposizione delle fonti di finanziamento degli enti territoriali. Ma tale forte crescita non sembra espressione di un effettivo aumento di autonomia impositiva. In proposito, risulta difficile individuare uno stretto collegamento fra l’autonomia impositiva accordata e quella concretamente esercitata; e, nell’ambito di quest’ultima, fra scelte autonome degli amministratori locali e decisioni condizionate dal legislatore nazionale”. Cosa se ne può desumere?

Forse che occorre fare un passo oltre la tautologia, per guardare dentro quella che la Corte chiama la «relazione distortiva» innescata dal federalismo fiscale e interrogarsi intorno alle sue modalità di attuazione . La relazione distortiva: di cos’altro avevamo parlato, rifuggendo dalle semplificazioni per cui è tutta colpa del Sud (semplicemente opposta e speculare a quella che getta tutta la colpa sul Nord)? In mancanza di quello che la Corte chiama un «concreto esercizio di autonomia impositiva» fermarsi dunque alla tautologia per cui le tasse al Sud le mettono i governanti del Sud potrà soddisfare soltanto gli ultimi, purtroppo del tutto inconsapevoli hegeliani di Napoli, non certo quelli che si ricordano degli hegeliani napoletani di un’altra epoca, dotati di ben altro senso dell’unitarietà dello Stato italiano, e di ben altra consapevolezza dei suoi compiti.