Gli hegeliani inconsapevoli

Giorgio Federico Guglielmo Hegel ha scritto una volta: «la verità è una tautologia». Ed effettivamente, leggendo la relazione che la Corte dei Conti ha presentato la scorsa settimana sul federalismo fiscale c’è caso che qualche anima bella, credendo magari di impersonare chissà quale spirito di gravità, non si limiti a registrare il dato denunciato dalla magistratura contabile, per scoprire che al Sud la pressione fiscale è più alta che al Nord, ma faccia anche il passo successivo, e in cerca di una spiegazione veramente profonda giunga fino alla verità: che le tasse che al Sud sono più alte sono state messe dai governanti del Sud. Oh bella! Uno vorrebbe chiedere: e chi altri le doveva mettere, codeste tasse? Per caso Matteo Salvini o Bobo Maroni? Ma forse qualcuno pensa davvero che sarebbe una buona idea. Non so se ce ne si è accorti, ma che, parlando di federalismo fiscale, di addizionali regionali e di imposte municipali, si scopra l’equazione per cui le tasse del Sud le mettono i governanti prova soltanto che Hegel aveva ragione: la verità, per costoro, è una tautologia.

Mentre però Hegel lo diceva nel bel mezzo di una riflessione sopra l’elemento speculativo e l’essenza della logica, altri pensano che scoprirlo equivalga a trovare finalmente il colpevole di tutti i mali del Sud: quelli che al Sud mettono le tasse, e cioè i governanti del Sud. Come peraltro facciano in questo modo a compiere anche il rapinoso «sacco del Nord» non viene spiegato. E siamo daccapo.

Siamo daccapo non con la necessità di giustificare le classi dirigenti meridionali, quelli che mettono le tasse e sperperano denaro pubblico (ma sull’andamento della spesa al Sud, inferiore al Centro-Nord, sarà il caso di tornarci, visto che la Corte dice qualcosa anche a questo proposito). Leggere la relazione della Corte dei Conti e dare significato, evidenza e risalto al dato riportato non serve a giustificare nessuno, tantomeno ad assolvere. Serve invece a capire. Sempre che la si legga. Scrive infatti la Corte: “Alla crescita delle entrate proprie ha corrisposto un ridimensionamento dei trasferimenti statali. Ciò ha comportato una significativa ricomposizione delle fonti di finanziamento degli enti territoriali. Ma tale forte crescita non sembra espressione di un effettivo aumento di autonomia impositiva. In proposito, risulta difficile individuare uno stretto collegamento fra l’autonomia impositiva accordata e quella concretamente esercitata; e, nell’ambito di quest’ultima, fra scelte autonome degli amministratori locali e decisioni condizionate dal legislatore nazionale”. Cosa se ne può desumere?

Forse che occorre fare un passo oltre la tautologia, per guardare dentro quella che la Corte chiama la «relazione distortiva» innescata dal federalismo fiscale e interrogarsi intorno alle sue modalità di attuazione . La relazione distortiva: di cos’altro avevamo parlato, rifuggendo dalle semplificazioni per cui è tutta colpa del Sud (semplicemente opposta e speculare a quella che getta tutta la colpa sul Nord)? In mancanza di quello che la Corte chiama un «concreto esercizio di autonomia impositiva» fermarsi dunque alla tautologia per cui le tasse al Sud le mettono i governanti del Sud potrà soddisfare soltanto gli ultimi, purtroppo del tutto inconsapevoli hegeliani di Napoli, non certo quelli che si ricordano degli hegeliani napoletani di un’altra epoca, dotati di ben altro senso dell’unitarietà dello Stato italiano, e di ben altra consapevolezza dei suoi compiti.

 

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