Archivi del giorno: marzo 15, 2014

Sud, la storia non si tira per la giacca

ImmagineNon è una tesi, bensì soltanto una suggestione, però degna, credo, di qualche approfondimento: mentre a ridosso del centesimo anniversario dell’unità d’Italia la storia contemporanea ha raccolto un interesse e una rilevanza che fino ad allora non aveva mai avuta, come se non ci fosse davvero bisogno di ridiscutere del passato, con il centocinquantesimo si è piuttosto riproposto un interesse per le vicende unitarie e post-unitarie, come se non ci fosse bisogno di attingere le possibilità del presente. E ora, a un passo dal 17 marzo, nel bel mezzo di una discussione tutta incentrata sul Mezzogiorno, sulle colpe, sui ritardi, sulle responsabilità e sulle omissioni, vale forse la pena rifletterci su.

Nel 1960 fu indetto il primo concorso a cattedra di storia contemporanea (a Firenze). L’interesse per il proprio tempo riceveva così un definitivo riconoscimento istituzionale. A questo interesse non erano ovviamente estranee estese preoccupazioni politiche e ideologiche, ma forse neppure il fatto che si era in pieno miracolo economico, con un prodotto interno lordo che cresceva più dell’8%, nonostante in corso d’anno si succedessero ben tre governi: un’altra Italia, insomma. Che avrebbe celebrato l’anno dopo il centenario senza particolare enfasi risorgimentale: «Nonostante le centinaia di migliaia di visitatori che Torino accolse in quei mesi – ha scritto Gilda Zazzara – mai come allora la storia del Risorgimento appariva lontana dalle curiosità e dalle passioni degli Italiani».

Sembra invece che cinquant’anni dopo, con l’inizio della più grave recessione della storia repubblicana, le curiosità e le passioni si siano, al contrario, tornate ad accendere sull’unificazione e sullo Stato post-unitario.  Questo strano rapporto speculare potrebbe essere continuato anche sotto un altro aspetto: cinquant’anni fa si tenevano lezioni pubbliche su fascismo, antifascismo e resistenza; cinquant’anni dopo, il mito resistenziale è stato sostanzialmente rimosso dalle base di legittimazione della Repubblica.

Sono sorprendenti i percorsi della memoria, sia individuale che collettiva. E non v’è dubbio che essi seguano spesso le apprensioni e le inquietudini del presente (ma una volta si sarebbe detto anche i rapporti di forza, che non sono affatto indifferenti alla proposizione di temi e motivi nel dibattito pubblico). Questo non diminuisce ovviamente, ma anzi accentua il dovere di non trascinare di peso la ricerca storiografica nel campo della lotta politica. Ci si può dedicare allo studio del brigantaggio, ad esempio, senza voler riproporre per forza suggestioni neo-borboniche. Non è un esempio scelto a caso: una decina di anni fa, Paolo Mieli  notava quanto lentamente la storiografia più autorevole venisse prendendo atto degli eccidi perpetrati nella repressione del brigantaggio. E arrivava a scrivere: «sarebbe un segno di civiltà che i libri di storia e forse anche un museo rendessero onore a quei vinti del 1861». Un museo: addirittura! In occasione poi del centocinquantesimo, Giuliano Amato, presidente del Comitato preposto alla celebrazione dell’anniversario si è recato a Pontelandolfo, nel Sannio, luogo di un massacro efferato, e ha deposto una lapide in ricordo di Concetta Biondi, la bambina sgozzata dai bersaglieri che entrarono nel paese nell’agosto del 1861, per spegnere nel sangue la rivolta borbonica. Il libro di Francesco Durante, «I napoletani», si chiude proprio con il ricordo del gesto di Amato, e con le parole: «Intorno, era tutto un tricolore, e si poteva toccare con mano la soddisfazione di avere evitato derive neoborboniche».

Purtroppo, è una soddisfazione che non sempre si riesce ad avere, nella confusione in cui si trascina ogni parola spesa per riproporre la questione meridionale come una questione viva, reale, che coinvolge il Paese intero e che non viene né risolta né avviata a soluzione quando si tira la conclusione che tanto è tutta colpa del Sud. O quando si taccia di connivenza, di subalternità o di giustificazionismo qualunque tentativo di vederci chiaro nel modo in cui vanno le cose da vent’anni a questa parte, con la seconda Repubblica, il federalismo fiscale e il titolo quinto (per dirla in maniera sbrigativa).

Né Giuliano Amato né Paolo Mieli, infatti, sono sospettabili di «sudismo». Non si capisce perché allora lo si tira fuori per chi si limita a lasciare agli storici il loro lavoro, non conduce certo battaglie per riscrivere la storia monumentale dell’Italia unita ma prova, molto più modestamente, a fare un’opera critica a favore del presente, perché non resti imbrigliato nel passato, nel discorso sulle tare secolari o sulle costanti antropologiche.

La postilla conclusiva di Francesco Durante al suo libro contiene un’altra, piccola proposizione che vale la pena riportare: «A/Su Napoli stentiamo sempre più a capirci». Con l’aggravante – si può aggiungere – che si ha spesso l’impressione che si faccia finta di non capire, che cioè convenga non capire, lasciar perdere,  e mollare il Sud al suo ineluttabile destino. Per vedere insomma soltanto il folclore, l’improbabile e anti-storico revanscismo, bollare tutto come il solito piagnisteo vittimistico, addossare tutte e intera la responsabilità alle classi dirigenti meridionali e trascurare così qualunque considerazione del nesso che lega i problemi del Paese a quelli del Mezzogiorno.

E così, sulla scia del centocinquantesimo, arriva ora un nuovo anniversario, la relazione distorsiva fra Nord e Sud in cui è bloccato il Paese passa ancora sotto silenzio e per tutta risposta si polemizza vivacemente con la retorica del territorio e l’oleografia del brigantaggio. Come se questo mettesse in pericolo l’unità del Paese: il senso di riscatto ai piedi della lapide di Pontelandolfo.

(Il Mattino, 15 marzo 2014)

Perché Hoeness non è il Cav.

ImmagineNon capita spesso che un articolo quasi si scriva da sé. Che basti il semplice accostamento di una notizia all’altra per ottenere l’effetto voluto, il commento dell’una con l’altra in chiave squisitamente antifrastica, e ciò in grazia di una semplice coincidenza temporale. «Sermo e contrario intelligendus» diceva Isidoro di Siviglia dell’antifrasi, e davvero questa volta la cosa si capisce alla perfezione dal suo contrario. Che casualmente le capita a fianco il giorno stesso, nella stessa pagina.

La cosa è la dichiarazione di Giovanni Toti, il consigliere politico di Silvio Berlusconi che stiamo imparando a conoscere sempre meglio in queste settimane, il quale con comprensibile soddisfazione ha reso noto che il Cavaliere non ci pensa nemmeno a rimanere per una volta in panchina, sicché alle Europee lui, il Cavaliere, intende candidarsi. «D’altronde – ha chiosato Toti – Berlusconi ha guidato Forza Italia in tutte le elezioni. Ritengo che lo farà anche questa volta. Riterrei una grave lesione al diritto di rappresentare i moderati italiani se Berlusconi non potrà candidarsi.  Se qualcuno dovesse impedirlo si assumerebbe una grave responsabilità davanti a milioni di italiani». E chi sarà mai questo qualcuno che vorrebbe assumersi una così grave responsabilità, ledendo nientedimeno che un diritto? In realtà non è un «qualcuno», casomai è un «qualcosa»: è una sentenza emessa in via definitiva da un tribunale della Repubblica italiana, che lo ha condannato per frode fiscale. Condannato. Frode fiscale.

Però Toti non arretra; sembra anzi sicuro del fatto suo. Forse pensa che Berlusconi potrebbe aggirare l’incandidabilità prendendo profittevolmente la via dell’Estonia, o dell’Ungheria, o di un altro paese dell’Unione. Che dice in proposito il diritto, che cosa dicono le leggi al riguardo? Chissà. La convinzione che Giovanni Toti sfoggia non sembra in verità preludere ad un’aspra battaglia giuridica a colpi di ricorsi, controricorsi e pronunce delle più alte Corti europee. Sembra piuttosto esprimere una determinazione tutta politica, a cui poi il diritto, un po’ ammaccato, seguirà (se davvero riuscirà a Berlusconi e ai suoi agguerritissimi legali di fare in modo che segua, il che allo stato non sembra probabile).

Ma così entriamo già nel territorio del commento, avviamo un complesso ragionamento intorno al rapporto tra politica e diritto, ci interroghiamo intorno alle residue possibilità del Cavaliere: tutte cose che non restituiscono affatto l’effetto antifrastico che cerchiamo. Per quello ci vuole la seconda notizia. Basta metterla a fianco della prima, e il gioco è fatto. Eccola:

Ansa, 14 marzo, ore 15.15: «Il patron del Bayern-Monaco Uli Hoeness ha annunciato dimissioni dalla presidenza del Bayern e la rinuncia alla richiesta di appello nel processo a suo carico. Ieri con sentenza di primo grado è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere per evasione fiscale per 27,2 milioni di euro. Hoeness va dunque in carcere». «Dunque», scrive l’Ansa, perfezionando la notizia con una bella congiunzione conclusiva. Lì, infatti, la cosa è conclusa. Ma quando, come, dove? Forse bisogna ripetere, scandire meglio, lentamente, a beneficio di Giovanni Toti: in Germania, per frode fiscale. Per lo stesso reato, cioè, che macchia la fedina penale del Cavaliere. E non si tratta di uno qualunque, ma del presidente della squadra di calcio del Bayern-Monaco, quella che oltre agli scudetti e le Champions ha pure i soldi per ingaggiare Guardiola, l’allenatore del Barellona che Berlusconi voleva portare al suo Milan. E il bello è che Hoeness, questo campione del calcio teutonico, non va in carcere dopo cinquantaquattro gradi di giudizio, processi e revisioni di processi, eccezioni e rinvii, ma dopo una pronuncia di primo grado, senza nemmeno ricorrere all’appello.

Cos’altro si deve aggiungere? Berlusconi, lui lo sappiamo cosa aggiungerebbe: le lamentele per la magistratura politicizzata e il malfunzionamento della giustizia in Italia, il giustizialismo della sinistra, un po’ di sano vittimismo, la persecuzione senza eguali della procura di Milano, la mole di azioni intentate contro di lui e contro le sue aziende, i dieci milioni di Italiani che lo votano da vent’anni, lui che non ha mai preso nemmeno una contravvenzione e non ha mai licenziato nessuno, mamma Rosa, una barzelletta, un giuramento sulla testa dei figli e forse qualcos’altro ancora che al momento ci sfugge.

Ma, per una volta almeno: parlano i fatti, parlano i comportamenti. Parla, si diceva un tempo, l’esempio.     

(L’Unità, 15 marzo 2014)