Perché Hoeness non è il Cav.

ImmagineNon capita spesso che un articolo quasi si scriva da sé. Che basti il semplice accostamento di una notizia all’altra per ottenere l’effetto voluto, il commento dell’una con l’altra in chiave squisitamente antifrastica, e ciò in grazia di una semplice coincidenza temporale. «Sermo e contrario intelligendus» diceva Isidoro di Siviglia dell’antifrasi, e davvero questa volta la cosa si capisce alla perfezione dal suo contrario. Che casualmente le capita a fianco il giorno stesso, nella stessa pagina.

La cosa è la dichiarazione di Giovanni Toti, il consigliere politico di Silvio Berlusconi che stiamo imparando a conoscere sempre meglio in queste settimane, il quale con comprensibile soddisfazione ha reso noto che il Cavaliere non ci pensa nemmeno a rimanere per una volta in panchina, sicché alle Europee lui, il Cavaliere, intende candidarsi. «D’altronde – ha chiosato Toti – Berlusconi ha guidato Forza Italia in tutte le elezioni. Ritengo che lo farà anche questa volta. Riterrei una grave lesione al diritto di rappresentare i moderati italiani se Berlusconi non potrà candidarsi.  Se qualcuno dovesse impedirlo si assumerebbe una grave responsabilità davanti a milioni di italiani». E chi sarà mai questo qualcuno che vorrebbe assumersi una così grave responsabilità, ledendo nientedimeno che un diritto? In realtà non è un «qualcuno», casomai è un «qualcosa»: è una sentenza emessa in via definitiva da un tribunale della Repubblica italiana, che lo ha condannato per frode fiscale. Condannato. Frode fiscale.

Però Toti non arretra; sembra anzi sicuro del fatto suo. Forse pensa che Berlusconi potrebbe aggirare l’incandidabilità prendendo profittevolmente la via dell’Estonia, o dell’Ungheria, o di un altro paese dell’Unione. Che dice in proposito il diritto, che cosa dicono le leggi al riguardo? Chissà. La convinzione che Giovanni Toti sfoggia non sembra in verità preludere ad un’aspra battaglia giuridica a colpi di ricorsi, controricorsi e pronunce delle più alte Corti europee. Sembra piuttosto esprimere una determinazione tutta politica, a cui poi il diritto, un po’ ammaccato, seguirà (se davvero riuscirà a Berlusconi e ai suoi agguerritissimi legali di fare in modo che segua, il che allo stato non sembra probabile).

Ma così entriamo già nel territorio del commento, avviamo un complesso ragionamento intorno al rapporto tra politica e diritto, ci interroghiamo intorno alle residue possibilità del Cavaliere: tutte cose che non restituiscono affatto l’effetto antifrastico che cerchiamo. Per quello ci vuole la seconda notizia. Basta metterla a fianco della prima, e il gioco è fatto. Eccola:

Ansa, 14 marzo, ore 15.15: «Il patron del Bayern-Monaco Uli Hoeness ha annunciato dimissioni dalla presidenza del Bayern e la rinuncia alla richiesta di appello nel processo a suo carico. Ieri con sentenza di primo grado è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere per evasione fiscale per 27,2 milioni di euro. Hoeness va dunque in carcere». «Dunque», scrive l’Ansa, perfezionando la notizia con una bella congiunzione conclusiva. Lì, infatti, la cosa è conclusa. Ma quando, come, dove? Forse bisogna ripetere, scandire meglio, lentamente, a beneficio di Giovanni Toti: in Germania, per frode fiscale. Per lo stesso reato, cioè, che macchia la fedina penale del Cavaliere. E non si tratta di uno qualunque, ma del presidente della squadra di calcio del Bayern-Monaco, quella che oltre agli scudetti e le Champions ha pure i soldi per ingaggiare Guardiola, l’allenatore del Barellona che Berlusconi voleva portare al suo Milan. E il bello è che Hoeness, questo campione del calcio teutonico, non va in carcere dopo cinquantaquattro gradi di giudizio, processi e revisioni di processi, eccezioni e rinvii, ma dopo una pronuncia di primo grado, senza nemmeno ricorrere all’appello.

Cos’altro si deve aggiungere? Berlusconi, lui lo sappiamo cosa aggiungerebbe: le lamentele per la magistratura politicizzata e il malfunzionamento della giustizia in Italia, il giustizialismo della sinistra, un po’ di sano vittimismo, la persecuzione senza eguali della procura di Milano, la mole di azioni intentate contro di lui e contro le sue aziende, i dieci milioni di Italiani che lo votano da vent’anni, lui che non ha mai preso nemmeno una contravvenzione e non ha mai licenziato nessuno, mamma Rosa, una barzelletta, un giuramento sulla testa dei figli e forse qualcos’altro ancora che al momento ci sfugge.

Ma, per una volta almeno: parlano i fatti, parlano i comportamenti. Parla, si diceva un tempo, l’esempio.     

(L’Unità, 15 marzo 2014)

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