Il PD prigioniero di cordate e potentati

ImmagineDalle elezioni politiche è trascorso un anno, poco più. Mi auguro che il normale cittadino abbia tirato il fiato durante quest’anno, perché una nuova campagna elettorale è alle porte. Si tratta delle europee, e questa volta le europee contano. Contano perché c’è il semestre italiano, contano perché è in gioco il futuro dell’Unione europea e dell’euro; contano perché questo futuro incide come mai prima sulle nostre vite.

Così il normale cittadino. Ma il cittadino iscritto al partito democratico, o il simpatizzante, oppure il semplice elettore che segue con qualche partecipazione le vicende politiche del paese durante quest’anno non ha potuto certo rilassarsi. Anzitutto è arrivato col fiato corto alle elezioni politiche, perché aveva già partecipato alla corsa delle primarie. E, subito dopo, alle parlamentarie per la scelta dei candidati alle Camere. Poi si è rimesso a correre per le primarie vinte da Renzi. Dopodiché c’erano da formare le strutture provinciali e regionali, e in qualche caso da partecipare alle primarie per le elezioni locali, e ovviamente anche a queste ultime elezioni. E fra poco si ricomincia.

È la democrazia, si dirà. Ed effettivamente è così: finché si vota, si sceglie. E il giorno che questa facoltà di scelta ci venisse tolta (o magari fosse appoggiata dai carri armati, come in Crimea) probabilmente avremmo a dolerci della leggera ironia di cui in tempo di pace facciamo sfoggio. Ma il fatto è che una tale inflazione di voti non dimostra affatto una condizione di salute del sistema politico, bensì uno stato di stress. E di cosa ci sarebbe bisogno, allora, per affrontare un simile stress? Di un partito sano, robusto, capace di non debilitarsi per le continue, troppe sollecitazioni. Di mantenere una normale dialettica interna e un costante volume di attività anche fra un’elezione e l’altra: per costruire opinioni, individuare obiettivi politici, disegnare strategie, proporre visioni complessive ma anche rappresentare interessi, o offrire luoghi di socializzazione. Tutto ciò, in breve, che appartiene alla ragione d’essere di un partito. Tutto, o almeno qualcosa. In rete o nei circoli: da qualche parte, insomma. Ma tutto si può dire dei partiti politici, meno che stiano in salute.

E il partito democratico, nonostante Renzi, non fa eccezione alcuna. L’onda della rottamazione, peraltro, si è sollevata molto più contro i vertici nazionali del partito, che non contro i vertici locali: ritirandosi, dei primi è rimasto qualcosa – un Fassino di qua, un Franceschini di là – dei secondi, invece, quasi tutto. In Campania c’è, in verità, un nuovo segretario regionale, Assunta Tartaglione, ma sembra in queste prime settimane di lavoro subire, piuttosto che agire, ed essere diretta piuttosto che dirigere. Insomma: andar dietro alle iniziative altrui, piuttosto che prenderne. Beninteso, non si tratta di denunciare limiti personali, ma di constatare l’assenza di un collante reale fra i pezzi del partito: fra il pezzo salernitano e i pezzi napoletani, il pezzo giovane e i pezzi vecchi, quello ex democristiano e quello ex comunista, quello dei parlamentari e quello degli amministratori. Dove sia il legame fra tutti questi pezzi nessuno lo capisce. Dalle parti di Grillo o di Berlusconi il partito (o quello che è) non conosce correnti interne; nel Pd il guaio non sarebbero le correnti, se non fosse per l’assenza del partito. Alla Tartaglione tocca così di tenere insieme i pezzi, ma di tirar su qualcosa di nuovo – un rapporto nuovo con gli iscritti, con la società, con le istituzioni – non si vede ancora il cominciamento.

In queste condizioni, ai prossimi appuntamenti elettorali il Pd rischia di rimanere ancora una volta prigioniero di notabilati e clientele, cordate e potentati. Forse qualcuno pensa pure di andare con Bassolino alle elezioni comunali e De Luca a quelle regionali: l’uno e l’altro, infatti, le primarie son capaci di vincerle. Magari le vincono pure senza la consueta scia di ricorsi. Non c’è dubbio: sarebbe un favoloso dejà vu. Oppure, per scongiurare un simile esito, qualcun altro proverà ad acquistare uno straniero, un fuori quota, uno che fa un altro mestiere, pur di vincere una sfida per la quale non si è saputa formare una squadra. Sarà pure il personalismo della politica dei tempi nuovi, ma in Campania il Pd sembra ancora dividersi realmente non su opzioni politiche, ma solo nella ricerca del nome di copertina che possa coprire l’assenza di una proposta progettuale. Cosa debba essere Napoli, la Campania, il Mezzogiorno nessuno lo sa. Né tanto meno pensa che occorra saperlo. Non c’è tempo: qualche primaria di sicuro incalzerà.

(Il Mattino – Napoli, 17 marzo 2014)

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