Severino e l’ideale della verità

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Che cos’è la verità? Si può far filosofia, anche solo accostarsi al pensiero filosofico scansando questa domanda? No, non è possibile. E però è comune convinzione che la domanda punti troppo in alto, e che non resti ormai che rinunciare a cose come l’essenza della verità, per acconciarsi alle molteplici verità storiche, empiriche, alla portata delle scienze o del buon senso. La filosofia può però presentarsi ancora come il luogo in cui questa convinzione trova il suo ultimo fondamento. In superficie, quella convinzione si presenta come un blando relativismo, più o meno consapevole di sé; ma in profondità essa poggia invece su una tesi squisitamente filosofica, che cioè ogni essere e ogni verità immutabile sia impossibile. Questa impossibilità discende a sua volta dalla fede nell’esistenza del divenire: se «tutto» diviene, tutto, quindi anche ogni essere e ogni verità, verrà annientato dal divenire.

Il divenire è il mondo in cui viviamo. Che noi si viva in questo mondo è la fede a cui nessuno vuole rinunciare. Il fascino e la forza del pensiero di Emanuele Severino sta nel tentativo di sterrare le radici di questa fede, di portare allo scoperto ciò che abita nel «sottosuolo essenziale» del nostro tempo. Se infatti il nostro tempo è dominato dalla tecnica, se il dominio della tecnica è fondato sull’impossibilità di porre un limite all’agire umano, se questa impossibilità riceve la sua sanzione ultima dal pensiero contemporaneo del divenire del «tutto», che ha il nome inquietante di nichilismo, allora è quest’ultima sanzione che deve essere investigata, criticata e infine confutata. Per Severino, si tratta infatti dell’errore radicale, anzi della follia dell’Occidente.

La cui forma più coerente si trova secondo Severino nel pensiero di Giovanni Gentile (e di Leopardi, e di Nietzsche). Si comprende dunque perché Biagio De Giovanni abbia dedicato un libro al confronto fra Giovanni Gentile e Emanuele Severino (Disputa sul divenire, Editoriale scientifica, 2014). Le ragioni di questa disputa sono peraltro esposte in un saggio, che esce ora nel fascicolo della rivista «Il Pensiero», diretta da Vincenzo Vitiello e interamente dedicato al pensatore bresciano. Gentile è però anche, per De Giovanni, colui che ha dato forma alla filosofia italiana del ‘900: se non per altro, questo confronto è dunque ineludibile per stendere un giudizio critico sulla tradizione italiana. Che questo giudizio obblighi poi alla scomodità di misurarsi con due filosofi che, per ragioni diverse, non trovano facilmente paragone nel panorama europeo del Novecento è parte essenziale del giudizio stesso. Per alcuni, del suo provincialismo. Per altri, della sua passata e presente grandezza. In ogni caso della sua specificità, divisa fra lo storicismo più radicale (imparentato fortemente con la politica), e la metafisica più impermeabile (imparentata altrettanto strettamente con la religione).

Il fatto è che Severino è intervenuto più volte sulla modalità stessa in cui il suo pensiero si offre alla discussione: chiedendo cioè di essere contraddetto e così di venir confutato. Ora, Hegel discuteva ancora di cosa significhi confutare in filosofia, ma dopo di lui questa discussione si è presso che spenta: le questioni filosofiche sembrano salire o tramontare nell’orizzonte della cultura contemporanea – non solo italiana, in verità –  in forza di esigenze estetiche, oppure politiche, o ancora storiche, ma non più propriamente teoretiche. In forza cioè di una separazione fra verità e non contraddizione, che revoca in dubbio, per Severino, la condizione prima e ultima del pensare. Da un lato e dall’altro della linea che ha diviso negli ultimi decenni la filosofia fra analitici e continentali, la non contraddizione si è presentata infatti come un requisito puramente formale, che non impegna l’essere, la totalità di ciò che è, ma al più soltanto il discorso. Da cui gli analitici in genere non si discostano, limitando però le conseguenze «ontologiche» di tale fedeltà, mentre i continentali non temono a volte di sbarazzarsene, come dimostra la pluralità di linguaggi che non solo la filosofia, ma anche le arti e la cultura in genere parlano. Per fare solo un esempio: Martin Heidegger parlava della non contraddizione come una regola del tutto esteriore, vuota e in definitiva non vincolante, da superare in direzione di un interrogare più originario. Senza tutta questa enfasi, Carlo Sini ha di recente così replicato a Severino: «Sì, mi contraddico: e allora?» (La verità è un’avventura, GruppoAbele 2013).

Ad onta della leggerezza della domanda, si tratta di una questione decisiva. E, nel panorama del pensiero contemporaneo, non sono molti i pensatori che costringono a sollevare questioni decisive, istruendo le quali è possibile tracciare una radiografia spietata del nostro tempo. E, anche, del nostro Paese.

(Il Messaggero, 20 marzo 2014)

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