Archivi del giorno: aprile 1, 2014

I sacerdoti ciechi della Carta

ImmagineLo spettro dei colori. La prima cosa che viene in mente leggendo l’appello di Zagrebelsky e altri in difesa della Costituzione è lo spettro dei colori. Perché i colori non sono tutti visibili per l’occhio umano, ma solo quelli che si danno entro un determinato spettro. Allo stesso modo, nel progetto di riforma costituzionale licenziato ieri dal Consiglio dei Ministri si possono effettivamente vedere alcune tinte, a secondo di come l’occhio del lettore lo recepisce. Per alcuni può funzionare, per altri non funziona affatto. Per alcuni va bene, per altri va male. Per Zagrebelsky, ex Presidente della Corte Costituzionale, va malissimo. Evidentemente, vi vede un colore che gli altri non riescono neppure a scorgere. Uno sguardo ordinario, gettato alla bozza fino a ieri circolata, poteva trovarvi una riforma del bicameralismo, una ridefinizione delle competenze del Senato, una nuova composizione in funzione di queste più ristrette competenze, il principio della rappresentanza delle autonomie locali nella Camera alta e dunque la rinuncia all’elettività dei suoi membri: cose così. Cose magari opinabili, ma ben dentro lo spazio democratico. Cose niente affatto banali, beninteso, che comportano anzi una profonda riscrittura della Costituzione e che richiedono di essere per questo attentamente ponderate e discusse. Per questo, si badi, la Costituzione vigente prevede la doppia lettura di entrambe le Camere, e in un così lungo percorso è ben possibile che tutte le intensità dei colori siano viste. Fuor di metafora: tutte le opinioni possono liberamente confrontarsi in Parlamento.

Ma gli appellanti vedono al di là di quello spazio, hanno un’opinione che va ben oltre la critica, anche aspra, anche dura. Per loro, la riforma delineata da Renzi rappresenta un vero stravolgimento della Costituzione, e merita senz’altro di essere definita autoritaria: «un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali», scrivono i firmatari. E viene voglia di esclamare: nientemeno! E cosa vorrà dire, per la finissima scienza costituzionale di costoro, l’espressione «poteri padronali»? L’espressione viene usata in senso metaforico o in senso proprio, letterale? Il Presidente del Consiglio sarà davvero padrone del Parlamento, secondo Zagrebelsky, teorico del diritto mite che però esplode in continue intemerate? Oppure lo si dice tanto per dire? Ma c’è bisogno di essere tra i massimi costituzionalisti italiani, e firmare appelli (con una sospetta frequenza, peraltro) per dire tanto per dire?

Un tempo, d’altronde, i custodi della Costituzione si riteneva che sedessero anzitutto nella Corte Costituzionale. Anzi, la Corte è prevista nel nostro ordinamento proprio per quello: per l’esercizio del controllo di costituzionalità. Ora invece scopriamo che il controllo si è spostato: lo esercitano i professori. Il che riesce francamente esagerato. Accade infatti che la Corte metta nero su bianco che la bocciatura del Porcellum non delegittima affatto il Parlamento, che può continuare a legiferare e, se del caso, a riformare. Ma i nuovi custodi cosa scrivono? Scrivono che invece no, il Parlamento è delegittimato, e la Costituzione non la può riformare. A quanto pare, gli unici non delegittimati sono loro.

Ma non si capisce perché. Non si capisce cioè perché la critica, nelle loro parole, debba prendere il senso di una delegittimazione: sommata all’accusa di autoritarismo, sommata all’accusa di plebiscitarismo, e, ciliegina finale, sommata alla squalifica morale di chiunque non consideri in pericolo la sua «libertà politica e civile». Insomma: se uno non vede un simile pericolo, non è un cittadino degno di rispetto.

Non è troppo? Certo che lo è. E mai come in questo caso il troppo stroppia. Cambiare la forma costituzionale in un Paese che ha fin qui adottato una Costituzione rigida non è un’impresa  facile.  Ma non è un’impresa impossibile, e soprattutto non è, per definizione, un’impresa moralmente riprovevole o politicamente inquietante. Certo, si può preferire una manutenzione più limitata, ma non può passare l’idea che se non è la manutenzione che vogliono i sacerdoti della Carta, allora è senz’altro una brutale manomissione. La fine della democrazia. Uno strisciante  forma di autoritarismo, e forse, chissà, l’anticamera della dittatura. Il processo di riforma sarà anche partito velocemente, Renzi vuole fare sicuramente molto in fretta, ma dopo tutto siamo appena agli inizi. Demonizzarlo significa non già tutelare la democrazia, ma bloccare il suo corso parlamentare, che si alimenta della discussione, non già della sua proibizione.

Oltre lo spettro ampio e variegato dei colori della democrazia, in definitiva, c’è solo lo spettro che gli eminenti firmatari dell’appello agitano, ma che in realtà, diciamolo: vedono soltanto loro.

(Il Mattino, 1 aprile 2014)

Il fantasma degli egoismi nazionali

ImmagineDopo un intenso fine settimana elettorale – dalla Francia alla Turchia passando per la Slovacchia, dove la politica tradizionale è stata battuta da un ricco imprenditore sbucato dal nulla – viene davvero da chiedersi se l’Europa stia finendo o sia già finita per davvero in una trappola. Il voto di maggio alle elezioni europee dovrebbe forse rappresentare l’ultima possibilità che la mosca europea ha di uscire dalla bottiglia in cui si è infilata con l’adozione della moneta unica. I segnali, per ora, non sono incoraggianti: l’avanzata del Front National di Marine Le Pen e il tracollo dei socialisti di Hollande, in Francia, dimostra che si va sempre più restringendo l’area elettorale e politica che punta sull’integrazione europea, mentre le ultime mosse di segno autoritario del premier Erdogan, in Turchia, lasciano temere che va scemando anche l’attrazione che il modello giuridico e sociale europeo esercita sui paesi che hanno fatto richiesta di aderire all’Unione. E intanto il fuoco cova a est, e non si sa quale sviluppi potrà prendere la crisi ucraina.

Che l’Europa sia in trappola è la tesi sostenuta in uno snello libriccino dal sociologo tedesco Claus Offe. Da una parte, c’è la consapevolezza che non si vedrà la luce in fondo al tunnel finché i paesi forti come la Germania non accetteranno forme di condivisione del debito dei paesi deboli, come la Grecia, e finché questi ultimi non accetteranno di sottoporsi al dimagrimento necessario per recuperare competitività sui mercati. L’Italia non è conciata come la Grecia, ma intanto lo è già il suo Mezzogiorno. Dall’altra parte c’è però la diffusa convinzione che né nei paesi forti né nei paesi deboli questa consapevolezza può tradursi in volontà politica. Per Offe, la politica democratica è anzi nell’impossibilità di riscuotere il consenso alle ricette che sarebbero necessarie per tirarsi fuori dai guai. Le quali dunque non sono soltanto necessarie: sono anche impossibili. E la trappola è bella che scattata. Anche perché tornare indietro non si può, secondo Offe: nessuno avrebbe da guadagnare dallo tsunami che si abbatterebbe sui mercati e sugli Stati.

E dunque? Offe indica una via. Essa passa attraverso la scomposizione degli interessi nazionali, visto che sono essi ad impedire l’adozione delle riforme necessarie. Il che si può fare in un unico modo, che consiste nel democratizzare le istituzioni sovranazionali, dandogli un peso sempre maggiore. La via è perlomeno impervia, visto che, al contrario, nella crisi è cresciuto e non diminuito il peso degli Stati nazionali.  Non resta allora che riaprire il conflitto secondo nuove linee di divisione: non più tra nazioni, ma tra classi sociali, in una nuova solidarietà europea che leghi insieme tutti quelli che hanno solo da perdere dalla impasse attuale. Non «noi» e «loro», insomma, ma chi perde contro chi vince, in Germania come in Grecia.

Il che se non ci caccia in una nuova trappola, delinea perlomeno un paradosso. Non c’è infatti impresa di maggiore intensità politica di quella che è richiesta per vincere resistenze e egoismi nazionali. La qual cosa Offe richiede proprio ora che quegli egoismi si sono acuiti, e che la politica europeista mostra drammaticamente la corda: in Francia con Le Pen, in Italia con Grillo, in Germania con Alternative für Deutschland.

Probabilmente però è così: non c’è altra via. Ma è difficile immaginare che questa intensità possa essere raggiunta senza politicizzare il confronto a livello europeo. È forte infatti il rischio che nella contrapposizione ai populismi antieuropeisti – posto che di populismi si tratti, privi di altro segno politico – le formazioni politiche tradizionali sbiadiscano e si appiattiscano al punto che la difesa delle istituzioni europee finisca col valere meno per il Parlamento di Strasburgo e più per l’Eurotower di Francoforte. Eppure son due cose diverse, se non altro perché nell’una siedono ancora una destra e una sinistra, mentre nell’altra no.

Ma come possano esistere una destra e una sinistra europea, fuori dai confini nazionali, se, come Offe ritiene, non vi è che una sola ricetta e una sola cura dei mali dell’Europa? Forse l’impossibilità politica è figlia anche della presunta necessità economica, e se non c’è modo di mettere almeno un poco in discussione questa, non c’è modo neanche di correggere quella.

(Il Mattino, 31 marzo 2014)