I sacerdoti ciechi della Carta

ImmagineLo spettro dei colori. La prima cosa che viene in mente leggendo l’appello di Zagrebelsky e altri in difesa della Costituzione è lo spettro dei colori. Perché i colori non sono tutti visibili per l’occhio umano, ma solo quelli che si danno entro un determinato spettro. Allo stesso modo, nel progetto di riforma costituzionale licenziato ieri dal Consiglio dei Ministri si possono effettivamente vedere alcune tinte, a secondo di come l’occhio del lettore lo recepisce. Per alcuni può funzionare, per altri non funziona affatto. Per alcuni va bene, per altri va male. Per Zagrebelsky, ex Presidente della Corte Costituzionale, va malissimo. Evidentemente, vi vede un colore che gli altri non riescono neppure a scorgere. Uno sguardo ordinario, gettato alla bozza fino a ieri circolata, poteva trovarvi una riforma del bicameralismo, una ridefinizione delle competenze del Senato, una nuova composizione in funzione di queste più ristrette competenze, il principio della rappresentanza delle autonomie locali nella Camera alta e dunque la rinuncia all’elettività dei suoi membri: cose così. Cose magari opinabili, ma ben dentro lo spazio democratico. Cose niente affatto banali, beninteso, che comportano anzi una profonda riscrittura della Costituzione e che richiedono di essere per questo attentamente ponderate e discusse. Per questo, si badi, la Costituzione vigente prevede la doppia lettura di entrambe le Camere, e in un così lungo percorso è ben possibile che tutte le intensità dei colori siano viste. Fuor di metafora: tutte le opinioni possono liberamente confrontarsi in Parlamento.

Ma gli appellanti vedono al di là di quello spazio, hanno un’opinione che va ben oltre la critica, anche aspra, anche dura. Per loro, la riforma delineata da Renzi rappresenta un vero stravolgimento della Costituzione, e merita senz’altro di essere definita autoritaria: «un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali», scrivono i firmatari. E viene voglia di esclamare: nientemeno! E cosa vorrà dire, per la finissima scienza costituzionale di costoro, l’espressione «poteri padronali»? L’espressione viene usata in senso metaforico o in senso proprio, letterale? Il Presidente del Consiglio sarà davvero padrone del Parlamento, secondo Zagrebelsky, teorico del diritto mite che però esplode in continue intemerate? Oppure lo si dice tanto per dire? Ma c’è bisogno di essere tra i massimi costituzionalisti italiani, e firmare appelli (con una sospetta frequenza, peraltro) per dire tanto per dire?

Un tempo, d’altronde, i custodi della Costituzione si riteneva che sedessero anzitutto nella Corte Costituzionale. Anzi, la Corte è prevista nel nostro ordinamento proprio per quello: per l’esercizio del controllo di costituzionalità. Ora invece scopriamo che il controllo si è spostato: lo esercitano i professori. Il che riesce francamente esagerato. Accade infatti che la Corte metta nero su bianco che la bocciatura del Porcellum non delegittima affatto il Parlamento, che può continuare a legiferare e, se del caso, a riformare. Ma i nuovi custodi cosa scrivono? Scrivono che invece no, il Parlamento è delegittimato, e la Costituzione non la può riformare. A quanto pare, gli unici non delegittimati sono loro.

Ma non si capisce perché. Non si capisce cioè perché la critica, nelle loro parole, debba prendere il senso di una delegittimazione: sommata all’accusa di autoritarismo, sommata all’accusa di plebiscitarismo, e, ciliegina finale, sommata alla squalifica morale di chiunque non consideri in pericolo la sua «libertà politica e civile». Insomma: se uno non vede un simile pericolo, non è un cittadino degno di rispetto.

Non è troppo? Certo che lo è. E mai come in questo caso il troppo stroppia. Cambiare la forma costituzionale in un Paese che ha fin qui adottato una Costituzione rigida non è un’impresa  facile.  Ma non è un’impresa impossibile, e soprattutto non è, per definizione, un’impresa moralmente riprovevole o politicamente inquietante. Certo, si può preferire una manutenzione più limitata, ma non può passare l’idea che se non è la manutenzione che vogliono i sacerdoti della Carta, allora è senz’altro una brutale manomissione. La fine della democrazia. Uno strisciante  forma di autoritarismo, e forse, chissà, l’anticamera della dittatura. Il processo di riforma sarà anche partito velocemente, Renzi vuole fare sicuramente molto in fretta, ma dopo tutto siamo appena agli inizi. Demonizzarlo significa non già tutelare la democrazia, ma bloccare il suo corso parlamentare, che si alimenta della discussione, non già della sua proibizione.

Oltre lo spettro ampio e variegato dei colori della democrazia, in definitiva, c’è solo lo spettro che gli eminenti firmatari dell’appello agitano, ma che in realtà, diciamolo: vedono soltanto loro.

(Il Mattino, 1 aprile 2014)

5 risposte a “I sacerdoti ciechi della Carta

  1. Credo che le critiche e le perplessità dei professori sulla riforma costituzionale riguardino questo nuovo modo di sfornare riforme: pare che sia prevalente l’esigenza di cambiare trascurando le modalità da seguire (partecipazione e confronto) ed avendo poca cura del risultato finale (obiettivo di miglioramento).. In secondo luogo la riforma costituzionale in atto – per un doveroso rispetto dei principi de partecipazione democratica – non può prescindere dalla legge elettorale in fieri che, a mio modesto giudizio, è una riedizione del porcellum da tutti giustamente vituperato e dichiarato in gran parte incostituzionale dalla Suprema Corte. Il nostro Paese ha ancora bisogno di garanzie democratiche profonde che sinceramente vengono messe in pericolo da un riformismo raffazzonato ed elaborato da pochi intimi (ho l’impressione che l’elaborazione sia limitata ai soliti Qui,Quo,Qua e poi imposta a tutti). Credo che su questo vada fatta una profonda riflessione.

  2. 1) Avrei bisogno che mi dimostrassi che il metodo è poco democratico, e che dunque le preoccupazioni dei firmatari sono fondate 2) avrei bisogno che mi dimostrassi che il progetto è autoritario, anzi padronale, e soprattutto che chi lo condivide non ha rispetto della sua stessa libertà politica e civile 3) avrei bisogno che si criticasse parimenti la Costituzione del ’48 (non il disegno di legge di Renzi) per il fatto che tratta la legge elettorale come legge ordinaria, il che evidentemente significa che la Carta suppone che l’architettura costituzionale non ha un legame infrangibile con la legge elettorale. Svolti questi tre punti, si potrebbe benissimo discutere di tutto e di più. Ma sono questi appelli, che costringono a mettere avanti questi tre punti, a inibire la discussione

  3. Pingback: I sacerdoti ciechi della carta (o della casta ?)

  4. Pingback: Un frame tossico | Sutasinanta

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...