Il fantasma degli egoismi nazionali

ImmagineDopo un intenso fine settimana elettorale – dalla Francia alla Turchia passando per la Slovacchia, dove la politica tradizionale è stata battuta da un ricco imprenditore sbucato dal nulla – viene davvero da chiedersi se l’Europa stia finendo o sia già finita per davvero in una trappola. Il voto di maggio alle elezioni europee dovrebbe forse rappresentare l’ultima possibilità che la mosca europea ha di uscire dalla bottiglia in cui si è infilata con l’adozione della moneta unica. I segnali, per ora, non sono incoraggianti: l’avanzata del Front National di Marine Le Pen e il tracollo dei socialisti di Hollande, in Francia, dimostra che si va sempre più restringendo l’area elettorale e politica che punta sull’integrazione europea, mentre le ultime mosse di segno autoritario del premier Erdogan, in Turchia, lasciano temere che va scemando anche l’attrazione che il modello giuridico e sociale europeo esercita sui paesi che hanno fatto richiesta di aderire all’Unione. E intanto il fuoco cova a est, e non si sa quale sviluppi potrà prendere la crisi ucraina.

Che l’Europa sia in trappola è la tesi sostenuta in uno snello libriccino dal sociologo tedesco Claus Offe. Da una parte, c’è la consapevolezza che non si vedrà la luce in fondo al tunnel finché i paesi forti come la Germania non accetteranno forme di condivisione del debito dei paesi deboli, come la Grecia, e finché questi ultimi non accetteranno di sottoporsi al dimagrimento necessario per recuperare competitività sui mercati. L’Italia non è conciata come la Grecia, ma intanto lo è già il suo Mezzogiorno. Dall’altra parte c’è però la diffusa convinzione che né nei paesi forti né nei paesi deboli questa consapevolezza può tradursi in volontà politica. Per Offe, la politica democratica è anzi nell’impossibilità di riscuotere il consenso alle ricette che sarebbero necessarie per tirarsi fuori dai guai. Le quali dunque non sono soltanto necessarie: sono anche impossibili. E la trappola è bella che scattata. Anche perché tornare indietro non si può, secondo Offe: nessuno avrebbe da guadagnare dallo tsunami che si abbatterebbe sui mercati e sugli Stati.

E dunque? Offe indica una via. Essa passa attraverso la scomposizione degli interessi nazionali, visto che sono essi ad impedire l’adozione delle riforme necessarie. Il che si può fare in un unico modo, che consiste nel democratizzare le istituzioni sovranazionali, dandogli un peso sempre maggiore. La via è perlomeno impervia, visto che, al contrario, nella crisi è cresciuto e non diminuito il peso degli Stati nazionali.  Non resta allora che riaprire il conflitto secondo nuove linee di divisione: non più tra nazioni, ma tra classi sociali, in una nuova solidarietà europea che leghi insieme tutti quelli che hanno solo da perdere dalla impasse attuale. Non «noi» e «loro», insomma, ma chi perde contro chi vince, in Germania come in Grecia.

Il che se non ci caccia in una nuova trappola, delinea perlomeno un paradosso. Non c’è infatti impresa di maggiore intensità politica di quella che è richiesta per vincere resistenze e egoismi nazionali. La qual cosa Offe richiede proprio ora che quegli egoismi si sono acuiti, e che la politica europeista mostra drammaticamente la corda: in Francia con Le Pen, in Italia con Grillo, in Germania con Alternative für Deutschland.

Probabilmente però è così: non c’è altra via. Ma è difficile immaginare che questa intensità possa essere raggiunta senza politicizzare il confronto a livello europeo. È forte infatti il rischio che nella contrapposizione ai populismi antieuropeisti – posto che di populismi si tratti, privi di altro segno politico – le formazioni politiche tradizionali sbiadiscano e si appiattiscano al punto che la difesa delle istituzioni europee finisca col valere meno per il Parlamento di Strasburgo e più per l’Eurotower di Francoforte. Eppure son due cose diverse, se non altro perché nell’una siedono ancora una destra e una sinistra, mentre nell’altra no.

Ma come possano esistere una destra e una sinistra europea, fuori dai confini nazionali, se, come Offe ritiene, non vi è che una sola ricetta e una sola cura dei mali dell’Europa? Forse l’impossibilità politica è figlia anche della presunta necessità economica, e se non c’è modo di mettere almeno un poco in discussione questa, non c’è modo neanche di correggere quella.

(Il Mattino, 31 marzo 2014)

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