Gli idealisti col broncio

ImmagineL’appello promosso da Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Roberta De Monticelli e altri illustri professori contro il disegno di legge costituzionale approvato dal governo è stato subito adottato dal Movimento 5 Stelle: che cosa significa questa così repentina adesione? Che Grillo e Casaleggio sono i migliori custodi dei valori della Carta? È alquanto improbabile. Nell’intervista televisiva di qualche giorno fa Beppe Grillo ha detto a chiare lettere che lui è a favore del vincolo di mandato per i deputati eletti, ed è difficile trovare un altro punto che più confligge con l’ispirazione parlamentare della nostra Costituzione. Dunque non si tratta di sacro rispetto per la Costituzione: almeno non da parte di Grillo. Allora cosa vuol dire questa così vistosa convergenza di vedute? Che i Cinque Stelle condividono l’allarme lanciato dai firmatari: la riforma proposta da Renzi rappresenta una minaccia per la democrazia, delinea una deriva di tipo plebiscitario, contiene i germi di un nuovo autoritarismo, assegna «poteri padronali» al premier.

Se i firmatari avessero provato a dire un’altra cosa: che cioè il progetto licenziato dal Governo si inserisce nel solco di quell’interpretazione degli istituti della democrazia rappresentativa che punta a esaltare  il momento della decisione rispetto a quella della mediazione – se avessero detto qualcosa del genere, senza gridare alla dittatura incombente, avrebbero offerto un più utile contributo alla discussione. Più o meno condivisibile ma sicuramente più utile. In una discussione del genere, vi può trovare senza difficoltà spazio una riflessione sul bicameralismo, o sulla composizione del nuovo Senato delle Autonomie, sul rapporto fra legge elettorale e natura e funzione delle Camere, e spazio anche l’apprezzamento di punti meno controversi, su cui anzi c’è già un largo consenso: la soppressione del Cnel, la riforma del Titolo V sulle competenze degli enti locali. Invece no: si è preferito indicare un pericolo, anzi: «quod periculosum maxime», il più grande dei pericoli, quello di un colpo mortale inferto alla democrazia. Il disegno di legge è divenuto così non una riforma, ma il principio della sovversione dell’ordine costituzionale.

Sul piano politico, le conseguenze sono persino più significative, perché l’appello ha, di fatto, la pretesa di bollare come di destra (anzi, autoritario, anzi plebiscitario, anzi padronale) un simile progetto di riforma, rivendicando per sé la rappresentanza della sinistra. Ma l’adesione grillina dimostra inoppugnabilmente tutt’altra cosa, e cioè che l’appello non fa che dividere una certa sinistra «ideale», o «morale» (posto che l’espressione abbia un senso, ed il fatto che pretenda di averlo è probabilmente parte della crisi della sinistra) dalla sinistra politica reale, quella che si trova ad essere rappresentata in Parlamento e nel Governo, e che prova piuttosto a sconfiggere, che non ad allearsi con il populismo antiparlamentare dei Cinque Stelle. Sinistra ideale contro sinistra reale, dunque. Con un corollario hegeliano, però: che razza di ideali sono questi, che non vogliono mai saperne di realizzarsi, ma esistono solo per disprezzare quello che c’è?

È vero che le cose mutano. Fino agli anni Settanta, il discorso prevalente in tema di Costituzione, a sinistra e nel dibattito pubblico, era quello relativa alla mancata sua integrale attuazione. Dagli anni Ottanta, si impone invece la retorica della Grande Riforma, e si susseguono tentativi, spesso inconcludenti, di cambiare la Carta. Il carattere incoativo di questi tentativi non fa che alimentare la virulenta polemica contro il ceto politico. Polemica che dunque si nutre non del successo, ma del fallimento di quei tentativi. Può non piacere, ma gli appelli à la Zagrebelsky non battono affatto in breccia quella retorica, che nel frattempo si è fatta senso comune e terreno effettivo di confronto politico; si limitano invece a perpetuare la polemica, scommettendo non su eventuali riuscite ma su ennesimi fallimenti. Come se intanto non fossero passati trenta, quarant’anni, e diverse legislature, come se non fosse cambiato l’intero panorama politico, come se lo stesso assetto costituzionale, elettorale, regolamentare fossero rimasto sempre uguale a se stesso, e come se non si imponesse ormai come indifferibile un compito di ricostruzione dei rapporti politici, primo fra tutti il rapporto di fiducia con i cittadini. Non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno, diceva Robert Musil. Invece di accettare il terreno del confronto, quelli dell’appello hanno messo il broncio. Speriamo che non sia la sinistra nel suo complesso a riportarne il danno maggiore.

(LUnità, 2 aprile 2014)

Una risposta a “Gli idealisti col broncio

  1. Giacomo Delinavelli

    Chiarissimo come sempre.
    Mi chiedo se il partito, e i suoi intellettuali di riferimento, a questo punto non debbano fare di più e meglio quello che Renzi faceva quando al governo c’era Letta. Il rischio dell’appiattimento sulle scelte del governo penso sia reale. Meglio di come ha fatto Grasso, si riesce a pensare ad una riforma migliore possibile?

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