Il sapere finito in una crocetta

ImmaginePiù di sessantamila studenti si cimenteranno domani con i test di accesso ai corsi di medicina. Insieme con le loro famiglie, questi studenti formano un numero non piccolo di persone che trascorreranno la giornata di oggi – così come, presumo, hanno trascorso le scorse giornate – in vista della prova di domani, alla quale sono legate aspettative e ambizioni, speranze e apprensioni. Si tratta, almeno nelle aspirazioni, di una parte significativa della futura classe dirigente del Paese. Questa parte così significativa dovrà naturalmente sostenere un certo numero di esami e poi laurearsi; ma prima di ogni cosa dovrà superare i fatidici test. Cento minuti per rispondere a sessanta domande: una media di poco più di un minuto e mezzo a domanda. Per la verità, per la classe dirigente di domani, Platone – il primo che abbia in Occidente fondato una scuola – aveva immaginato un sistema formativo un po’ diverso. Lasciamo perdere i dettagli: lui era convinto soprattutto che sulle materie più importanti non si poteva mettere nulla per iscritto, figuriamoci se si potevano distribuire domande prestampate; bisognava invece discutere, confrontarsi, addirittura impegnarsi in una lunga convivenza. La verità sarebbe scoccata come una scintilla in mezzo a queste quasi sacre conversazioni. Ora, è vero che il suo modello di accademia è un po’ lontano nel tempo e che comunque il filosofo ateniese non aveva il problema dell’università di massa. Niente grandi numeri: per lui, l’educazione superiore era una faccenda per poche anime dotate di buona natura e «affini al vero». E però sarebbe inorridito lo stesso al pensiero che oggi le anime giuste noi le cerchiamo sottoponendo loro dei quiz. Ed è molto complicato provare a dimostrargli che funziona.

Secondo il ministro dell’Istruzione, invece, funziona. Anche se può funzionare meglio: quest’anno, per esempio, hanno tolto una domanda di cultura generale e un paio di domande di logica, per potenziare la preparazione sulle materie scientifiche.  Ma a parte questi piccoli aggiustamenti, la selezione affidata ai quiz ha il pregio – ha spiegato il ministro – di rispecchiare in uscita i risultati del profitto scolastico che i candidati portano con sé in entrata.

Così, se uno invece pensa che il pregio di un test di accesso ai corsi di medicina è la ricerca delle anime giuste è bello che spacciato. E va bene. Ma fra i lontani cenacoli spirituali dell’Accademia fondata da Platone, agli inizi della cultura occidentale, e le crocette da apporre ai quiz ministeriali corre una distanza così abissale, che uno vorrebbe augurarsi piuttosto qualche soluzione intermedia, di compromesso. O che perlomeno si rifletta un po’ di più sul senso della conoscenza impartita nelle aule universitarie, prima di affidarsi ai test così come agli altri strumenti burocratici introdotti in tutti i gangli della vita universitaria: nella valutazione dei prodotti della ricerca, nell’abilitazione scientifica nazionale dei futuri docenti, nell’organizzazione dell’offerta didattica e così via. Non ci sono solo le statistiche, insomma. O i criteri quantitativi, o la standardizzazione delle procedure, o la misurazione in termini di finanziamenti e ricadute applicative.

Altrimenti succede quel che succederà domani con i test. Alla prova si accosteranno ragazzi che non hanno studiato chimica o matematica, biologia o fisica. No: hanno studiato i test. Il che vuol dire che con essi si formeranno non medici, ma forse, chissà, cultori di test: testicoli. I test sono diventati cioè una materia a sé stante. Così come la relativa preparazione. Il libro di testo è allora il libro che raccoglie tutti i test disponibili, passati presenti e futuri, e lo studio consisterà nel mandarli a memoria, nell’affinare la velocità di risposta, e nel provare magari a rispondere a domande del tipo: qual è l’espressione di significato contrario a «avere fegato»? – domanda che immagino assicurerà in futuro all’Italia la miglior scuola di trapianti.

Che poi diciamo la verità: Platone sarà pure antiquato, ma forse tutti i torti non li aveva. Lui pensava che in cima alla conoscenza di una cosa non potessero esserci soltanto parole o definizioni, immagini o concetti (o risposte ai quiz), ma una certa qual maniera di cogliere la cosa stessa. E se non la specificava ulteriormente è proprio perché non la si poteva specificare, cioè mettere in formula e serrare in una definizione. Ci voleva occhio. Ora, affidatevi a un medico: vi basterà che vi riproduca tal quale la montagna di risposte esatte che si possono trovare in fondo a uno di questi manuali che fanno la fortuna delle scuole di preparazione ai test, oppure vi augurate che, in qualche modo, abbia occhio? E non c’è bisogno neppure di domandare ancora cosa mai sia quest’occhio, perché voi lo sapete e ognuno lo sa. Così come ogni docente sa riconoscere l’allievo bravo:  non gli occorre mica di affidarsi a un qualche formulario. Così come ogni docente sa quali sono i suoi colleghi bravi: non gli serve mica un acronimo dietro il quale si nascondono procedure anodine, presuntamente oggettive ma in realtà semplicemente ottuse.

Eppure continuiamo così: con i test, le crocette, le domande di cultura generale. Fuggendo il più lontano possibile da ogni vera questione circa il senso di quelle pratiche, circa il valore dell’insegnamento e della ricerca, e scansando il più possibile l’assunzione di responsabilità che sarebbe necessaria accompagnasse ogni scelta in materia di istruzione e formazione. Preferiamo che ci pensino i test. Che facciano tutto loro. E allora auguri, ragazzi: non siete in cattive mani, perché non siete in nessuna mano, perché più nessuno osa tenderne una.

(Il Mattino, 7 aprile 2014)

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