L’identità e la sfida dell’Altro

ImmagineLa fecondazione eterologa, il cui divieto cade in Italia con la decisione presa ieri dalla Corte Costituzionale, riguarda l’«eteron», ossia l’altro, e – come dicono i filosofi – la possibilità di introdurre l’altro nel cuore dello stesso, ossia dell’omologo. Questa dialettica ha origine là dove queste parole furono innanzitutto forgiate, per divenire poi la forma e la sostanza della cultura occidentale: nel «Sofista» di Platone. La prima fecondazione eterologa fu pensata infatti dal grande filosofo greco. E fu necessaria, per sottrarre l’essere alla sua sacralità: tanto eterna e immobile quanto silenziosa e priva di vita. Platone così violò il divieto del «venerando e terribile» Parmenide di infrangere quella chiusa identità. Fra le grandi forme, i grandi generi dell’essere il filosofo ateniese introdusse il diverso, perché a fianco della solitaria e unica verità della dea Dike vi fosse la possibilità della parola umana (e, così, anche dell’errore).

Non era una cosa semplice da farsi: capire come l’altro dall’essere – la diversità, la molteplicità – potesse introdursi nell’essere senza scompaginarlo del tutto, senza contraddirlo, senza infine negarlo. Nelle astratte regioni del pensiero si svolgeva così un dramma non dissimile da quello che l’uomo vive ogni volta che deve affrontare il diverso, l’altro: per un verso ne ha paura, per un altro ne ha bisogno. Ne ha bisogno perché senza l’altro non c’é movimento né vita, ne ha paura perché l’irruzione dell’altro mette in subbuglio le tetragone certezze dell’identità.

Ivi compresa l’identità biologica, naturale. Le nuove possibilità dischiuse dalle tecniche di fecondazione artificiale pongono questi antichi dilemmi. La fecondazione eterologa introduce il diverso nella relazione genitoriale, da sempre legata alla continuità naturale. Ora, poche cose toccano più in profondità l’umanità dell’uomo di questa. E come Platone si interrogava intorno al modo in cui legare l’identico e il diverso, al modo in cui tenerli insieme, connetterli in un’unica «symphonìa», così l’umanità contemporanea deve ora interrogarsi intorno alle nuove figure che assume quell’antichissimo problema.

La decisione della Corte ci immette in una nuova, grande responsabilità. Ristabilisce un diritto alla genitorialità, che è ora di tutti i cittadini e non solo delle coppie che non hanno problemi di fertilità. Ma a tutti i cittadini chiede di pensare quali legami tengono insieme le nuove differenze che si introducono nel ghenos familiare e sociale, a fronte al fatto che, molto probabilmente, un nuovo intervento legislativo si renderà necessario, dopo che le parti più qualificanti della legge 40 sono cadute sotto il giudizio di incostituzionalità riallineando il Paese al resto d’Europa.  Non basta affrontare però la discussione come se in gioco fossero da una parte solo incomprimibili diritti individuali e, dall’altra, nobili questioni di coscienza. Ovviamente, ci sono davvero gli uni e le altre. Ma c’è anche il problema di quale comunità umana deve prendere forma. Se la politica ha ancora un senso, lo ha se e finché è in grado di elaborare questioni come queste. Il che ovviamente non significa che vi sarà un unico modo di farlo. Di fronte all’irruzione dell’artificiale nei più diversi ambiti della vita e finanche in rapporti che fino a non molto tempo fa si consideravano interamente naturali, si può infatti prendere un diverso atteggiamento, a seconda che si consideri che l’artificiale ha solo un effetto slegante, di disgregazione e dissoluzione della compatta unità naturale, oppure si consideri che anche nell’ambito dell’artificiale nuovi legami possono saldarsi, non meno forti e dotati di senso dei primi. Solo che ora tocca a noi costruirli e tutelarli.

Quello che, però, non si può fare è rinunciare a pensare le forme possibili di questa nuova comunità, perché nessun diritto, tanto meno quello che impatta sulle vite dei nascituri, può esercitarsi, né di fatto si esercita, in solitudine. Ogni diritto è sempre innanzi a terzi. Ogni relazione umana è sempre, in quanto umana, una relazione a tre. Così dicono i filosofi: ci sono io, c’è quello che penso, che faccio o che dico, e c’è ciò innanzi a cui faccio o dico quel che dico. Certo, questo «terzo» non è più la dea, a cospetto della quale Parmenide apprendeva la solida e rotonda verità, perché le nostre verità sono oggi meno solide e meno rotonde. Ma non per questo possiamo pensare di non essere al cospetto di nessuno. Ogni genitore che mette al mondo un figlio, e lo guarda, di sicuro lo sa.

(Il Mattino e Il Messaggero, 10 aprile 2014)

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