Dieci domande per il Mezzogiorno che vuole cambiare

Nando Santonastaso, Massimo Adinolfi

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C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli,nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare,in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee. Dieci domande per disegnare i nuovi confini della questione meridionale. È proprio vero che la malattia del Sud è un tratto delle sue genti? E quale ruolo ha avutolo Stato?Quali gli errori del dibattito corrente? È giunto il momento di rimettere sul tavolo il divario tra assunzioni di responsabilità e richiami a logiche di sviluppo che nell’interesse del Paese non possono prescindere dal Sud.

C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli, nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare, in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee.

1) Esiste una questione meridionale?

In primo luogo, riappropriamoci della questione. La questione meridionale, infatti, esiste. Né basta imporre nel dibattito pubblico una più impellente questione settentrionale, come è accaduto negli ultimi vent’anni, per scacciare la prima negli incubi del passato. Non c’è niente da fare: prima o poi il rimosso affiora, e, complice la crisi,è proprio quello che sta accadendo in questi anni. In secondo luogo,chiamiamo questione meridionale non semplicemente il divario fra l’economia del Mezzogiorno e quella del resto del Paese,e neppure soltanto il carattere cronico di questo divario, ma la maniera in cui esso è intrecciato con lo sviluppo del resto del Paese.

In sei anni di crisi,dal 2007 al 2013, il  Sud ha bruciato 43,7 miliardi di Pil, pari a quasi 10 punti percentuali, il doppio del centronord. Nel solo 2013, il calo è stato del 2,5% contro l’1,7% perso dal Nord. Nello stesso periodo si sono contati più di 600mila occupati in meno al Sud: la disoccupazione giovanile che nel 2007 si attestava al 33% è schizzata nel primo trimestre 2014 a quasi il 50%, rispetto al 37% della media nazionale e al 22,7% del Nord. Il crollo degli investimenti pubblici ha accentuato la desertificazione industriale e accelerato la fuga dei cervelli: ma è cresciuto in parallelo anche il numero dei «neet»,i giovani che non studiano,non lavorano e non cercano un impiego che oggi sono quasi 600mila, la metà del totale nazionale. Le ultime 20 provincie per qualità della vita sono tutte del Mezzogiorno e la Campania ha un’aspettativa di vita inferiore di due anni alla media del Paese. La prospettiva per il 2014, secondo le elaborazioni Svimez, indica una stagnazione allarmante: la crescita prevista non dovrebbe infatti superare lo 0,1%-0,2% rispetto ad una media Italia dello 0,8% e allo 0,7% del Nord.

2) Che cosa c’entra la storia?

La via lunga della comprensione storica dei problemi è un’ottima cosa, ma non c’entra nulla con l’urgenza dei problemi reali. E soprattutto non può né deve fornire alibi, scuse, pretesti. Parlare di sudismo più o meno straccione, di neoborbonici con o senza abiti d’epoca, di epopee del brigantaggio, di tradizionalismi vecchi e nuovi, equivale a mandare la palla in tribuna. La ricerca storica è un conto, la domanda di politica un altro. Così, è certamente vero che i problemi del Sud affondano in un lontano passato, che non c’è modo di mettere a tema le differenze fra Nord e Sud che non impegni la storia intera  dell’Italia unita. Ma ciò non può essere il paradigma con cui declinare il presente. Noi riteniamo che in condizioni favorevoli, rimuovendo le ostruzioni, liberandosi dalle zavorre, correggendo le storture, il Mezzogiorno può imboccare il sentiero della crescita. Di più: la crescita del Mezzogiorno è ormai condizione indispensabile per la crescita dell’intero Paese. Il Sud non è la palla al piede,è invece il pallone che bisogna lanciare lontano, per far salire tutta la squadra. Perciò basta fandonie: nessuna tradizione culturale condanna irrimediabilmente all’arretratezza. Nessun fattore climatico inficia le possibilità dello sviluppo. Nessuna determinante di lungo periodo è così radicata da non poter essere corretta. Il raffronto con il processo di riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nell’89 si impone. Qualcuno ha provato a farlo,e il risultato non è Italia-Germania 4-3, come a Città del Messico, bensì Germania-Italia 4-0,come recita il titolo di uno studio dell’Università di Palermo, citato da Isaia Sales nel suo ultimo libro. Quattro a zero perché in vent’anni il divario tra le due Germanie si è considerevolmente ridotto, mentre in Italia è rimasto fermo, anzi è peggiorato. Certo,ci sono volute dosi massicce di intervento pubblico, ma ciò dimostra solo che si può fare. Nei confronti del Mezzogiorno invece è avvenuto l’esatto opposto: esauritosi l’intervento pubblico e cessata la capacità progettuale, il divario è stato messo in soffitta e chiuso letteralmente a chiave.

3) La malattia del Sud è un tratto delle sue genti?

La risposta è no. Si dice: «conditio sine qua non» dello sviluppo (della produttività degli investimenti, dell’efficacia di stimoli e incentivi) è la creazione di un capitale sociale adeguato, che al Sud purtroppo non c’è. È una tesi che rigettiamo. È una nuova versione, l’ennesima, dell’ipotesi avanzata dal sociologo Edward Banfield già negli anni Cinquanta: il Sud sarebbe in condizioni di arretratezza per ragioni anzitutto culturali, morali, se non antropologiche. Noi rifiutiamo l’idea, sin troppo semplicistica, che lo sviluppo presupponga basi morali, capitale umano e fattori culturali; poi,su quelle basi,il resto. Come se moralità, umanità e cultura fossero doni dello spirito e crescessero da soli nell’aria. Invece sono cose che stanno insieme a certe condizioni materiali indispensabili: infrastrutture,servizi, credito. Chi dunque si è accorto in questi giorni che il comportamento dei passeggeri del metrò di Napoli è decisamente più adeguato agli standard europei di quello dei passeggeri della malandata circumvesuviana (napoletani gli uni e napoletani gli altri) ha mancato il punto decisivo, e cioè di mettere questo dato in rapporto con le ingenti risorse investite sulle linee metropolitane. In breve: la sociologia è utile a spiegare fenomeni dinamici, dannosa a stabilire etichette. Il capitale sociale va bene,ci vuole, ma non è la parola magica che consente di supplire ai capitali reali.

4) Classi dirigenti quali priorità e competenze?

Se d’altra parte dobbiamo fare una riflessione seria sulla moralità  pubblica, dobbiamo farla a trecentosessanta gradi. Episodi di corruttela riempiono le cronache del Nord come del Sud. Ora, noi pensiamo che sia sciocco mettersi a fare la classifica per grado di corruzione di paesi,città o contrade. Né intendiamo, per dispetto, rinfacciare quel che ti combina un primario dal vistoso, doppio cognome in una clinica milanese,nel silenzio complice di chissà quanti altri professionisti, medici e paramedici. Se il fallimento amorale è sicuramente una gran brutta cosa, un certo individualismo sordido ed egoista non fa meno danni. Ma citiamo le cronache milanesi di orrore sanitario solo per dire che le etichette – familismo amorale di qua, egoismo sociale di là  – non servono, così come non serve stigmatizzare comportamenti, rispolverare stereotipi, fare di tutta l’erba un fascio senza vedere il più generale problema del collante sociale e politico che sembra mancare all’Italia intera. A un paese slabbrato e senza un chiaro senso di sé, dei propri doveri e della propria missione. Se così non fosse, la questione meridionale non verrebbe avvertita come una seccatura, bensì come una sfida ideale, come il terreno sul quale dimostrare ancora una volta la bontà della scelta unitaria e le possibilità di riscatto offerto dall’identità nazionale. Per farlo, dicevamo, ci vogliono alcune condizioni. Una di esse ci pare senz’altro che sia una classe dirigente all’altezza del compito. Anche in questo caso non sono ammissibili alibi, scuse e pretesti. I micro-notabilati meridionali, i cacicchi e i capobastone devono essere relegati nel passato. Il giudizio non è attenuato se al tempo stesso ricordiamo che la classe dirigente non esente da colpe non si identifica solo con il ceto politico. Come però si costruisce una nuova classe dirigente, se i migliori se ne vanno, se il Sud conosce una vera e propria emorragia di talenti, se l’emigrazione intellettuale è ormai la regola? A quali serbatoi attingere? Compito della politica è favorire il ricambio, far funzionare l’ascensore sociale,riconoscere e premiare il merito: a queste condizioni una nuova classe dirigente può formarsi. Ma queste condizioni faticano ad affermarsi anche perché nell’area dell’euro si amplia la distanza fra parti ricche e parti povere. Si tratta di una conseguenza drammatica della scelta di costringere nello stesso spazio monetario paesi con costi e indici di produttività diversi: la ricchezza e l’attrattività dei paesi forti impoverisce sempre più, in mancanza di interventi correttivi, i paesi deboli. E il deserto generazionale cresce, perché i nostri giovani finiscono inevitabilmente con l’essere attirati dalle maggiori opportunità di vita e di lavoro del Nord, d’Italia e d’Europa.

5) Lo Stato quale ruolo ha avuto

La sconfitta del federalismo fiscale è sotto gli occhi di tutti. Per dirla con Luca Antonini, la riforma ha generato «un mostro», aumentando anziché riducendo il gap rispetto alle Regioni del centronord. Con la complicità della confusione creata dalla maldestra riforma del titolo V della Costituzione, i livelli essenziali delle prestazioni pubbliche,dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi per l’ambiente, sono precipitati al Sud. Ogni cittadino meridionale paga inevitabilmente di più per ognuno di questi servizi smentendo la Costituzione che impone costi e prestazioni analoghe per tutti gli italiani, senza differenze di aree geografiche. Lo ha ricordato la Corte dei Conti: la pressione fiscale dagli enti locali per garantire un minimo di quei servizi, ha assunto proporzioni sproporzionate rispetto alla qualità delle prestazioni assicurate.

6) Gli errori del dibattito corrente

Nessuna ripartenza è possibile, se si rimane impigliati in un dibattito quasi surreale, dove le colpe del Sud annullerebbero ogni altra responsabilità. Certo: i discorsi puramente recriminatori non servono a niente, il vittimismo men che meno. Ma questo non può significare che il Sud deve intonare un «mea culpa, mea maxima culpa» perché il resto del Paese venga assolto. Strana maniera di perdonare i peccati. La verità è che la direzione del Paese negli ultimi decenni non è certo stata in mano al Sud: quest’Italia è stata governata (male) da una borghesia dominante sul piano economico, pronta a tutelare gli interessi del Nord, e disponibile a lasciare ampio spazio alla retorica leghista, ma del tutto impreparata a costruire un’egemonia vera, una prospettiva per il Paese, un disegno politico compiuto. Nel declino,ha pensato di salvare il salvabile mollando il Sud al suo destino. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non vale, per porre oggi rimedio,la filosofia del commissariamento, in voga di questi tempi. Di fronte al fallimento della politica, alle infiltrazioni camorristiche,alla paralisi amministrativa, si pensa che non ci sia altro da fare che commissariare il  Sud. Invia di principio è ragionevole. Ma nella realtà l’effetto è il contrario: non è sospendendo la democrazia, sciogliendo i consigli comunali, svuotando le pubbliche amministrazioni, mandando insomma il sangue in circolo lungo vasi extra-corporei, che si guarisce.

L’esperienza dei commissari ha finito, tranne rarissime eccezioni, per peggiorare l’esistente. Il carrozzone burocratico dell’Antimafia ne è la riprova forse più amara: basta considerare la stragrande maggioranza dei beni sequestrati e poi confiscati che non riescono a tornare produttivi o a garantire reddito ai nuovi gestori, costretti a fare i conti con pastoie normative che spesso sfuggono al più comune buonsenso.

7) Il divario: da dove ripartire?

Ce n’è abbastanza perché si chieda alla politica di rimettere sul tavolo la questione meridionale. Senza pensare che la si possa affrontare come nell’immediato dopoguerra, nella stagione forse più significativa dell’impegno meridionalistico e dell’intervento dello Stato, ma senza nemmeno rinunciare del tutto, perché i tempi sono cambiati. Cambiano sempre i tempi, se è per quello,ma questo non vuol dire che non insegnino nulla. Bisogna dunque farlo seriamente, con rigore, ma soprattutto con passione civile, non con distaccata attitudine professorale. E farlo ricominciando da tre, ponendo tre punti fermi. Che non bastano ma sono necessari. Che non esauriscono il problema ma non possono essere evitati. Il primo riguarda rivendicare la perequazione dei diritti e dei servizi al cittadino, la perequazione infrastrutturale e l’uso corretto dei fondi europei. Che non potranno mai essere l’alibi per rinunciare a investire risorse nazionali, come è accaduto in parte finora per via dell’obbligo imposto dall’Ue di non sforare il tetto del 3% del Patto interno di stabilità. Il Sud deve ancora spendere quasi tutti i 16miliardi di euro non utilizzati nella precedente programmazione. Per poterci riuscire dovrebbe correre come non ha fatto mai. Ma dev’essere decisivo il ruolo di raccordo tra centro e periferia: la nascita dell’Agenzia per la coesione può rispondere a questa  esigenza, ma sempre che sia governata da un disegno strategico nazionale e non di parte. Occorre pretendere una politica industriale che è finora del tutto mancata e smentire l’assunto che il Sud possa risorgere affidandosi unicamente a cultura e turismo. Lo sviluppo o è integrato o non è.

8) E’ possibile scambiare sussidi e diritti?

Il secondo riguarda la riqualificazione dei sistemi di welfare, la rinuncia – netta, e senza attenuanti – alle forme di assistenzialismo improduttivo, la fine dello scambio perverso tra voto di scambio e sussidi: il welfare che serve al Paese non può che essere agganciato alla produttività e al lavoro. Non ci può essere una strada diversa per evitare il dualismo tra chi ha un posto di lavoro e chi continua a non godere di alcun diritto. In questo senso non si può che essere d’accordo con chi vuole chiudere per sempre i rubinetti della spesa pubblica improduttiva.

9) Governance: quali criteri per la scelta?

Il terzo riguarda la promozione del merito,in condizioni di pari opportunità, per spezzare una società costruita ancora sulla genealogia dell’appartenenza. Va fatto anzitutto nei mondi dell’istruzione, dell’università, del credito. Impossibile colmare le distanze con i livelli standard dello sviluppo se il denaro al Sud continua a costare3 o 4 punti in più della media nazionale. Se pmi e famiglie non lo chiedono più alle banche, perché hanno perso anche la capacità di scommettere. Dovrebbe essere invece compito di uno Stato moderno farsi intermediario tra banche e società reale, specialmente in tempi di crisi e far sì che siano premiati i progetti che valgono. Va consentito ai talenti più giovani di ottenere fiducia e credito presentando in banca le proprie idee e perfino la propria pagella, come accade in molti altri paesi. Lo stesso discorso vale per l’Università: il divario di qualità non può essere un alibi delle classi dirigenti locali per non cambiare ma neanche, come sta accadendo, il presupposto per scelte punitive.

10) Come va ripensata la politica?

Da ultimo serve il ritorno del la politica. Si avvicina una stagione di riforme istituzionali. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di un ridisegno della Costituzione che si annuncia profondo e necessario. Ma noi avvertiamo con drammatica urgenza che una riforma dei costumi politici, prima ancora che delle regole in diritto deve restituirci partiti degni del nomee del ruolo che la Costituzione assegnava loro: innervati di nuova partecipazione, di nuove progettualità, di rinnovate aspirazioni. Bisogna rifare la politica: non funzionano i restyling, le improvvisazioni. Non sono sufficienti neppure le scorciatoie decisioniste. Ci vuole, oltre a tutto ciò, un serio investimento di senso per chi fa della politica un mestiere. Non è il professionismo politico che dobbiamo combattere, ma al contrario l’assenza di ciò che un tempo si legava a una professione: la vocazione, il sentirsi investiti da una responsabilità in funzione della propria capacità di rappresentanza. Riproporre la questione meridionale significa perciò richiamare la politica alla sua più alta responsabilità.

(Il Mattino, 12 aprile 2014)

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