Famiglie non euclidee

ImmagineNessuno vorrebbe trovarsi nella condizione della mamma che ha scoperto di aspettare due gemellini, i quali però, a causa di uno scambio involontario, non si sa come né quando intervenuto, non sono i suoi. Nessuno può sapere come reagirebbe di fronte a un’evenienza del genere: negli embrioni impiantati nell’utero della donna non c’è materiale genetico del padre o della madre naturali. Nessuno può prevedere nemmeno quale decorso avrà la vicenda: sul piano psicologico, ma anche sul piano legale. Ma è da qualche tempo che, in tema di generazione, ci inoltriamo lungo sentieri finora mai battuti, in cui l’umanità intera non si era mai trovata prima. Certo, quel che è capitato all’ospedale Pertini di Roma è frutto di un terribile errore, che però mostra a che punto siamo oggi: il più lontano possibile dalla tragedia. Dalla tragedia antica, intendo, quando la sventura si abbatteva inesorabile sull’eroe che, muto, andava incontro al suo destino.

L’eroe antico non stava affatto dinanzi ad una scelta: la tragedia stava proprio in ciò, che all’eroe toccava di seguire il suo destino (o, più tardi, il suo proprio, immutabile carattere), pur nella consapevolezza che, seguendolo, si sarebbe infranto contro il volere del fato o degli dèi. Due grandezze etiche si scontravano – Hegel diceva anzi: due «masse», proprio per sottolineare il fatto che non si trattava di momenti del libero arbitrio, o di fragilità del volere. Clitennestra non può non uccidere Agamennone, per vendicare la morte della figlia Ifigenia, e Antigone non può non dare sepoltura al fratello, contravvenendo alle leggi della città. Il tragico non sta dunque in ciò che si compie, perché quel che si compie non può non essere compiuto: sta invece nella catena di conseguenze che l’azione scatena, volente o nolente.

I moderni hanno invece inventato una forma di dramma diverso. Nel blocco inflessibile del carattere si insinua infatti il dubbio, l’esitazione, l’incertezza. La psicologia. Amleto ora non sa più se vendicarsi dell’assassinio del padre: deve scegliere. Le decisioni si rifrangono in uno spazio interiore, in cui abitano i turbamenti dell’animo: i veri tormenti dell’eroe, le sue più profonde angosce. Ed è quello che purtroppo è capitato alla coppia romana – e, alla madre, in particolare – che, ora, deve scegliere se tenere o meno i bambini, se considerarli suoi, se mettersi in cerca dei propri, se cercare di capire dove è stato commesso l’errore e, nel caso, se porvi rimedio. Non ha un destino contro cui scontrarsi e perire; ha invece dinanzi una scelta difficilissima, da cui dipendono gli inizi di nuove vite. Forse una nuova pietas: non dei figli verso i genitori, ma dei genitori verso i figli.

Le possibilità offerte oggi dalla scienza e dalla tecnica investono campi, materie, dimensioni dell’esistere umano un tempo sottratti a qualunque decisione, a qualunque scelta. Oggi è possibile che un genitore scelga – a certe condizioni, che non possono non essere fissate dalla legge – quale madre, quale padre dare al proprio bambino. I coniugi romani si sono trovati dinanzi a una scelta del genere per colpe che andranno accertate, ma si può ben dire che ormai ci troviamo tutti, almeno potenzialmente, dinanzi a scelte analoghe. E, come sempre, non è la dimissione dalle proprie responsabilità il modo migliore per esercitarle. Sarebbe dunque sbagliato prendere a pretesto vicende umanamente molto dolorose e impegnative come quella del Pertini di Roma per compiere passi indietro, invece di costruire le condizioni migliori per compiere nel migliore dei modi un piccolo passo in avanti. Genitorialità e naturalità si allontanano, in certa misura ormai si separano anche: può essere un dramma, non è una tragedia. Spinoza diceva che bisogna trattare le passioni umane, il fondo più profondo dell’uomo, come i geometri trattano i punti, le linee e le superfici. E allora, anche solo per stemperarne la drammaticità, prendiamo ad esempio proprio la geometria. Per secoli il punto geometrico è stato definito dal fatto che per esso, come recita il quinto postulato di Euclide che tutti impariamo a scuola, passa una e una sola retta parallela a una retta data. Poi, nell’800, con la scoperta delle geometrie non euclidee, si è scoperto che per un punto possono anche passare più rette, o infinite rette. È cambiata così la natura del punto.

Sta accadendo qualcosa del genere: si formano famiglie non euclidee. Per i punti un tempo tenuti solo dal padre e dalla madre naturale passano nuove figure genitoriali. E, proprio come per le geometrie non euclidee, se c’è un buon motivo per introdurle non si tratterà solo della fine della consolidate certezze dello spazio a noi familiare, ma anche della possibile conquista di nuovi spazi di vita.

(Su Il Messaggero di oggi col titolo: Se la scienza trasforma la figura del genitore; su Il Mattino di oggi col titolo: La difficile via della pietà)

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