Scambio di embrioni, i confini della libertà

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(di Alessandro Barbano e Massimo Adinolfi)

Caro Massimo, Ho letto con attenzione il tuo articolo sulla vicenda dello scambio degli ovuli fecondati e mi pare che tu colga solo un angolo del problema quando dici che “nessuno vorrebbe trovarsi nella condizione della mamma che ha scoperto di aspettare due gemellini, i quali però, a causa di uno scambio involontario, non sono i suoi”. Non ti pare che manchino, in questa tua valutazione, altri due soggetti in campo, e cioè i genitori biologici? Mi stupisce che questa seconda posizione risulti del tutto in ombra nel dibattito che si è aperto e mi chiedo se questa omissione non sia lo specchio di una sorta di idolatria culturalista che riconosce ed esalta il libero arbitrio anche nelle scelte in cui si devono fare i conti con la natura e la sua casualità. Mi convinco di ciò leggendo le motivazioni addotte da Camilla Baresani sul Corriere della Sera di oggi per sostenere che “è madre chi porta il bimbo in grembo” e che la valutazione che solitamente facciamo delle influenze genetiche sarebbe esagerata. La scrittrice cita insigni genetisti e stabilisce percentuali di influenza al dato biologico stimabili intorno all’1 per cento. Non ti pare una semplificazione? È forse misurabile il rapporto tra natura e cultura? Ti riformulo la domanda da un altro punto di vista, quello dei genitori cosiddetti biologici, non in quanto donatori naturali ma in quanto attori di un processo procreativo complesso fatto di natura e psiche, di desideri individuali e di una volontà genitoriale cresciuta nell’aspettativa di poter dare amore e accoglienza a ciò che è percepito insieme come il sé e l’altro da sé. Perché questi ultimi dovrebbero considerare la perdita della genitorialità come un imprevisto del caso? E bada bene, non voglio qui sostenere che la loro aspettativa delusa configuri un diritto superiore a quello dei genitori casuali e involontari, poiché in realtà non so se sia così e non credo che nessuno possa saperlo. Ma è proprio questo il punto. Nessuno può con la ragione e con il diritto argomentare una tesi che abbia coerenza, nessun tribunale può assumere una decisione che non dico abbia la pretesa di essere giusta, ma neanche che rappresenti il minore dei mali. Credo che questa vicenda rappresenti un vero corto circuito di ogni tentativo di regolare con la ragione umana questioni troppo grandi per essere riservate unicamente a essa. È mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi tu.

Caro Alessandro, una volta, al tempo del referendum sulla legge 40, proposi il seguente esperimento mentale. Immaginate, scrissi, di tornare a casa, e di scoprire, in base alle analisi cliniche appena effettuate, che vostro figlio non è vostro figlio. In verità scrissi di più: immaginate di scoprire che vostro figlio abbia proprio un’altra chimica, che sia fatto, che so, di silicio e non di carbonio. Bene: lo amereste meno? Credo proprio di no. Questo ovviamente non vuol dire affatto che l’elemento naturale, oppure biologico, sia del tutto indifferente allo stabilirsi di relazioni d’amore (e di ogni altra relazione umana). Vuol dire forse una cosa più sottile e più complessa: che lo stesso elemento biologico, per valere, deve – come può – motivare l’amore. E un motivo non è una mera causa, naturale o meno che sia. Non escludo neppure, in verità, che lo possa motivare più fortemente, ma quello che sempre più apprendiamo è che quell’elemento non è più, se mai è stato, una condizione necessaria per amare e legarsi a un figlio. L’amore, come ogni relazione umana, legge i segni: spia gli sguardi, gli affetti, non solo le parole. E certamente è vero: noi siamo da gran tempo più bravi nel leggere i segni naturali: del cielo, ad esempio, come delle stagioni come anche delle passioni umane. Ma questo non significa che non possiamo leggere e legarci ad altri segni. (Leggere e legarci: e questo dovrebbe proteggerci dal puro arbitrio). Capisco però le tue preoccupazioni. Perciò aggiungo: io non intendo affatto che i genitori biologici abbiano perso ogni diritto sui gemellini che nasceranno. Temo tuttavia di non saper districare davvero quello che è avvenuto con lo scambio della clinica romana sul piano del diritto. Mi auguro solo che chiunque sia chiamato a giudicare sappia tenere conto di tutti gli interessi e le sensibilità coinvolte. Non è facile. Però su un punto mi sento di darti senz’altro ragione: non ha molto senso misurare quanta sia l’influenza della genetica sui nuovi nati. Il che di nuovo significa che richiamarsi al dato naturale richiede comunque quell’investimento di senso, quella motivazione che ho cercato di indicare nel ‘leggere i segni’: una somiglianza, ad esempio, ma anche un’appartenenza, o, a volte, una semplice vicinanza.

Caro Massimo, tu dici di augurarti che chiunque sia chiamato a giudicare sappia tenere conto di tutti gli interessi e le sensibilità coinvolte. Ma il punto è proprio questo: sai bene che non ci sarà decisione che potrà rivelarsi giusta e meno che mai un male minore. Qualunque decisione verrà, ed è chiaro che a questo punta una decisione s’impone secondo le regole del diritto, sarà costitutiva di nuovo dolore. E come se il diritto e la tecnica fossero complici inconsapevoli di un meccanismo deterministico. Perché quei figli, caro Massimo, non sono fatti di silicio, ma di geni e caratteri biologici di un’altra coppia. E questo, se solo provi a metterti nell’ottica degli involontari donatori, non è indifferente. Tu dici che non basta l’elemento biologico se questo non è capace di motivare amore. Ma è indubbio che qui lo stesso elemento biologico motivi due amori diversi e forse confliggenti. Mi dirai: l’amore non può confliggere se contiene la pietà. E infatti questo mi pare l’unico approdo possibile. Ma se mai si arriverà ad esso, e sarà una dolorosa conquista delle due famiglie, ciò accadrà ben oltre i confini della razionalità, della libertà e del diritto. E forse anche della stessa responsabilità, alla quale tu facevi riferimento in un articolo di qualche giorno fa approvando lo sdoganamento della fecondazione eterologa deciso dalla Consulta. Perché sai bene che, al di là delle belle parole e delle buone intenzioni, nessuna responsabilità è sufficiente a sostenere il fardello di certe vite. E allora una domanda s’impone: la responsabilità non dovrebbe agire anche prima, non dovrebbe valere sulla soglia di quelle possibilità tecniche con le quali pure crediamo di aumentare le nostre libertà ma che spesso ci riservano un destino non previsto e non voluto? Uso volutamente la parola destino, poiché mi pare l’esito di una ragione che sfida la natura delle cose oltre il limite che quest’ultima concede alla libertà e alla centralità dell’uomo. Non ti pare che la nostra capacità di agire sia andata ben oltre la nostra possibilità di assumere la responsabilità di ciò che facciamo? Non ti pare allora che dovrebbe valere anche sul terreno bioetico un principio di precauzione, che pure siamo disposti a sostenere sul terreno ecologico? Perché ci asteniamo dall’utilizzare il nucleare e non poniamo alcun limite alla fecondazione assistita, se pure riconosciamo che il dolore che con l’uno e con l’altra possiamo provocarci è allo stesso modo inconsolabile?

Caro Alessandro, verrà una decisione che inevitabilmente addolorerà qualcuno, ma proprio perché quel dolore conseguirà da una decisione non sarà parte di un meccanismo deterministico. Così come non lo è la “pietas” che sarà esercitata: da chi accetterà – se mai accetterà – di privarsi dei figli. Io non ritengo affatto, peraltro, che questa decisione sia già scritta, né tantomeno ritengo che lo sarà necessariamente a vantaggio dei genitori non biologici. D’altra parte, colei che sta sostenendo il peso della gravidanza non può essere tenuta a portarla a termine: l’esito di tutta questa vicenda è aperto purtroppo anche agli esiti più drammatici, benché nessuno se li auguri. Tu però mi pare che ritieni che questa storia ci metta ancora una volta dinanzi ai limiti dell’azione umana, o meglio alla sproporzione fra ciò che è possibile fare, grazie ai progressi della tecnica, e la nostra capacità di assumerci con responsabilità il peso delle nostre stesse azioni. Io non credo sia così. So che è diffusa questa convinzione, ma non è la mia convinzione. E non perché ritenga che la razionalità, la libertà o il diritto non abbiano limiti o non incontrino attriti, collisioni e insuperabili dilemmi, ma per due ragioni. La prima è forse più immediatamente comprensibile: anche astenersi, anche adottare il principio di precauzione che tu invochi comporta l’addossarsi una grande responsabilità (per esempio nei confronti di quanti, oggi e in futuro, non godranno di ciò che il progresso scientifico potrebbe mettere a loro disposizione: per curare malattie, per migliorare le loro vite). In secondo luogo, perché le risorse morali a disposizione dell’uomo non costituiscono neppure esse un giacimento naturale limitato, di dimensioni e portata date. La nostra sensibilità morale è essa stessa frutto (non solo, ma anche) dei progressi della tecnica: non avremmo tanto orrore della violenza e del sangue se non avessimo messo la violenza e il sangue a una certa distanza dalle nostre condotte quotidiane. Questa distanza è (anche) un portato della tecnica, insieme, certo, all’aumentata (purtroppo) capacità di distruzione. Però la fecondazione assistita non arreca dolore quanto l’uso del nucleare, e di sicuro arreca anche qualche felicità in più. E noi abbiamo sufficiente capacità di discernimento morale per orientarci in un caso e nell’altro, io penso.

(Il Mattino, 16/04/2014)

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