Dei molti Giuda

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Chi tra gli uomini politici avrà «la maggior pena»? Chi penzolerà con le gambe da fuori, mentre Lucifero gli maciulla la testa? Perché questa è la sorte dei traditori, nell’ultimo canto dell’inferno dantesco. E quando hai visto Satana divorare Giuda Iscariota, e Bruto e Cassio che penzolano e si contorcono muti, «oramai è da partir/ ché tutto avem veduto»: dice bene Dante, hai davvero veduto tutto.

Solo che i tradimenti politici dei nostri giorni non sembrano avere lo stesso, grande formato. Buonaiuti che lascia Berlusconi dopo una vita vissuta accanto a lui non sembra destinato ad alcuna pena infernale, ma solo ad un’ultima, malinconica stagione nel nuovo centrodestra. Cioè nel partito di Alfano, l’ex delfino che a Berlusconi ha pure lui voltato le spalle, rifiutandosi di passare all’opposizione, con Forza Italia, per tenere in piedi il governo Letta. Che però è caduto lo stesso, anche grazie al rapido passaggio di campo di Dario Franceschini: da Bersani a Renzi. Sembra la fiera dell’est di Branduardi: e venne il cane che morse il gatto che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.

Ma chi compra chi? E chi si fa comprare? Chi tradisce per trenta denari? Quando il collante ideologico e culturale è bello che consumato, ci si orienta in base a più ravvicinate e tangibili convenienze, e ad ogni legislatura si fa il conto dei parlamentari che hanno cambiato formazione politica, gruppo, corrente di partito. E sono, badate bene, numeri a tre cifre. Il trasformismo, è vero, è sempre stato un fenomeno della vita politica italiana, dai tempi del connubio Cavour-Rattazzi, quando l’Italia non c’era nemmeno. Ma si è trattato spesso non di semplici voltafaccia, bensì di operazioni politiche condotte in grande stile, o di assunzioni di responsabilità decisive. A volte persino tragiche. Tradimento è anche quello di Galeazzo Ciano che vota l’ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943, segnando la caduta di Mussolini. Ma di mezzo c’è il Paese, la guerra, la fine del fascismo: ben più di una bega familiare, di una schermaglia parlamentare o di un brutale interesse individuale. Nella tremenda lettera indirizzata l’8 aprile 1978 alla moglie Aldo Moro, sentendosi umanamente prima che politicamente tradito, scrive dalla prigionia: «non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani […]. E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro».  Ma si trattava di accettare, per salvare Moro, la richiesta di uno scambio di prigionieri politici che comportava un riconoscimento politico per le Brigate Rosse, molto più di quanto forse uno Stato democratico può fare.

Nulla del genere, nulla di così grande e terribile c’è invece nel ’94, con la fine del primo governo Berlusconi e il passaggio di Lamberto Dini dal centrodestra al centrosinistra, o qualche anno più tardi, sull’altro verante, nell’affondamento del primo governo Prodi da parte dell’alleato Bertinotti e di Rifondazione comunista, nel ‘98. Ancor meno c’è di grande nei tradimenti alla chetichella degli ineffabili Razzi e Scilipoti, o nel voltafaccia prezzolato di Sergio De Gregorio: è anzi perfino sacrilego l’accostamento. Tutte queste vicende non stanno dunque sullo stesso piano, non hanno lo stesso peso, e non a tutte si attaglia la categoria del tradimento. Anche per questo si dice che il tradimento con la politica non c’entra proprio nulla: c’entra magari con l’amore e con l’amicizia, ma non nei rapporti politici.

Eppure trattando di amicizia nel libro ottavo della sua «Etica a Nicomaco» Aristotele, cioè il fondatore della scienza politica occidentale, ha pensato bene di non separare del tutto gli ambiti dell’amicizia e della giustizia, cioè della politica. C’è almeno una buona ragione per non farlo: nell’amicizia vive una qualche forma di accomunamento e di riconoscimento reciproco, di cui anche la politica ha bisogno, per non ridursi a pura lotta per il potere. Qualcosa è in comune tra fratelli, qualcosa è in comune tra amici, qualcosa è in comune tra cittadini: e il tradimento spezza ciò che è in comune. Si naviga insieme – è l’esempio del filosofo – alla volta di un qualche vantaggio collettivo. Lasciare la nave per salvare la pelle può essere l’idea di un comandante Schettino, ma non di un rappresentante della nazione.

Soprattutto se non ha il coraggio di rivendicarlo. Perché sferrare la coltellata nel petto di Cesare si può, se sono più alti ideali a brandire la mano del tirannicida, anche se si tratta del figlio. Ma se mancano non solo gli ideali, ma anche una visione della società, o almeno un disegno politico di più ampio respiro (una rotta per la nave comune), tutto si risolve in ambizione personale, o peggio in un poco nobile «si salvi chi può».

E così chi si sente tradito non accetta facilmente il tradimento, nemmeno se gliela si propone come la dura legge della politica, che non conosce fedeltà, gratitudine, riconoscimento. Sul delfino Martelli che nel pieno della tempesta di Tangentopoli abbandona Craxi al suo destino fioccano ancora le ricostruzioni, e non tutte sono ispirati ad una serena ricostruzione storiografica. Anche la maniera in cui Achille Occhetto prende il posto di Alessandro Natta, colpito da infarto, e diviene segretario del PCI (una carica che era stata, nel dopoguerra, di personaggi mitici come Togliatti Longo e Berlinguer) non brilla per eleganza: Natta, che si era dannato per portarlo nel comitato centrale del partito, torna a fare il semplice frate, come scrisse, ma al successore non l’ha mai perdonata.

Gli esempi, insomma si sprecano. E non mancano di inseguirsi nelle cronache dei giornali. Fini che punta il dito contro Berlusconi («che fai, mi cacci?»), Maroni che molla Bossi e famiglia, quelli di Scelta Civica che provano a sfilare il partito a Mario Monti, Renzi che scrive a Letta «stai sereno» una settimana prima di soffiargli Palazzo Chigi. E ovunque cambi di casacca, riposizionamenti, amicizie in frantumi e matrimoni di interesse. È la politica, bellezza. Già, ma proprio bella così non è. E nemmeno, in verità, come la fa Grillo, che ossessionato dai tradimenti li anticipa con le espulsioni: ma un po’ di sana lotta politica, di minoranze e maggioranze che si formano e si scontrano a viso aperto, quella no?

(Il Mattino, 25 aprile 2014, col titolo Bondi e l’Italia dei nuovi Giuda)

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