La partita più difficile del premier

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Stando ai sondaggi, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito nel Mezzogiorno. Ora metteteci tutto: che mancano ancora venti giorni al voto. Che i sondaggi non sempre ci prendono. Che la volatilità delle opinioni e delle intenzioni espresse è molto alta. Che in realtà il vero primo partito è, al Sud e in Italia, il partito dell’astensione. Che le elezioni europee non sono le elezioni politiche nazionali e non hanno lo stesso peso. Metteteci tutto questo e altro ancora: l’invasione degli ultracorpi e la fine del mondo come l’abbiamo conosciuto, sta di fatto che Grillo vola nei rilevamenti di questi giorni, e i partiti tradizionali annaspano. Tradizionali? Magari ci fosse un partito tradizionale! In realtà, di tradizionale nell’offerta politica del nostro paese non c’è praticamente più nulla o quasi. Di più: quasi non c’è offerta, punto e basta. Ed in particolare non c’è un’offerta, una proposta, una visione che parli alla società meridionale. E non ci sono strutture partitiche credibili, classi dirigenti degne di questo nome, amministratori all’altezza.

Si dirà: troppo facile generalizzare. Vero. Ma non sono io, è il voto che generalizza, è il voto che esprime un’opinione generale. E nell’opinione generale sta venendo complessivamente meno la fiducia nei compiti stessi della politica, ancor prima che nei singoli uomini o partiti.

Per questo, la sfida che attende Matteo Renzi fa tremar le vene ai polsi. Nei suoi ultimi interventi, Berlusconi ha dato l’impressione di voler contenere i danni, e di considerare non queste elezioni ma le future elezioni politiche il vero banco di prova: non è ovviamente una dimostrazione di salute, bensì piuttosto una realistica presa d’atto delle difficoltà che il centrodestra attraversa, diviso e frammentato com’è, parte al governo e parte all’opposizione. L’altro perno del sistema è però il partito democratico. Se frana pure quello, frana tutto. È dunque il partito che ha le maggiori responsabilità di governo e, peraltro, esprime il massimo tasso di novità possibile in questo momento. Resta però che finora anche il partito democratico, che forse prova effettivamente a pensarsi come partito della nazione – come quel partito, cioè, che tiene insieme i vari pezzi del paese, ancor più che come il partito della sola sinistra progressista – resta, dicevo, che il PD non sembra affatto soddisfare questa ambizione. E in ogni caso non si può dire che abbia tirato fuori un’idea per il Sud, o magari anche solo una trovata o una semplice alzata d’ingegno. Si ricorda lo scontrino esibito dalla Picierno, poi che altro?

Renzi deve cominciare da zero, o quasi. Ha poco tempo, due settimane o poco più, per trasmettere un’idea diversa di ciò che il Pd fa o può fare. Lanciando una sfida capace di suscitare nuove energie. Indicando due o tre obiettivi da perseguire con determinazione in Italia e in Europa. Rimettendo il Sud al centro della politica nazionale. Tocca a lui: dopo la stagione di Bassolino, al Sud il centrosinistra non ha saputo ancora trovare un assetto credibile. Fatica a chiudere la stagione congressuale, fatica a darsi un profilo politico riconoscibile. Sopravvivono qua e là notabilati locali, ma ben difficilmente Renzi potrà aggrapparsi ad essi per imprimere anche nel Mezzogiorno la «svolta buona». E tuttavia una svolta occorre, nelle politiche e negli uomini. Il rottamatore qui non ha ancora finito di rottamare.

Parliamoci chiaro, infatti: l’iniziativa riformatrice di Renzi sul terreno istituzionale è ben percepibile. Anche in altri settori, come per esempio in materia di giustizia o sul lavoro, si vede che il governo intende muoversi. A questa intenzione può corrispondere quindi un’attesa fiduciosa. Ma con il Sud la luna di miele del nuovo governo deve ancora cominciare, e a Renzi tocca inventarsi subito qualcosa per sovvertire il dato che i sondaggi riportano: Grillo al comando e gli altri a inseguire. Il Mezzogiorno potrebbe pesare come un macigno sulle future prospettive di questo governo e del Paese. Che non può certo essere governato abbandonando un terzo del territorio al suo destino.

Hegel diceva che è solo uno spiritosaggine quella di chi ritiene che grandi effetti possano essere prodotti da piccole cause. Nessun naso di Cleopatra ha cambiato insomma le sorti di Roma e del mondo. Se dunque l’effetto dirompente dovesse prodursi nelle urne, sappiamo già che non sarà stato per una candidatura sbagliata, per un difetto di comunicazione o per una partita di calcio andata storta. Suona antipatico ma, dopo tutto, Hegel aveva buoni motivi dalla sua: il reale è razionale. Se le cose succedono, una qualche ragione ci sarà. E non è consigliabile scoprire quale sia soltanto la sera di domenica. Meglio, molto meglio farlo prima.

(Il Mattino, 7 maggio 2014)

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