«Chi sono io per giudicare?»

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«A me questo Papa piace. Mi mette in allarme»: così comincia Giuliano Ferrara, nel suo ultimo libro (con Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro: Questo Papa piace troppo, Piemme, Euro 15,90). E così finisce. Non rinuncia a farsi piacere il Papa, ma nemmeno a restare in allarme. Perché gli piaccia il Papa può sembrare ovvio, dal momento che piace a tutti, e piace sin troppo, ma in realtà le ragioni che Ferrara adduce non sono le stesse per le quali piace a tutti. Proprio quelle, anzi, sono motivo di allarme. Il Papa, dunque, non gli piace perché la sera dell’elezione saluta dal balcone di San Pietro con un timido buonasera, o perché va in giro portandosi appresso la sua vecchia borsa nera, o perché ha ogni tanto il ghiribizzo di telefonare a chicchessia, a Scalfari come al suo calzolaio (suo del Papa, non di Scalfari). Non gli piace per quanta misericordia e tenerezza spande nei suoi discorsi, e nemmeno perché sembra accantonare certe rigidità dottrinali o voler riformare profondamente la curia romana. No, gli piace piuttosto perché con Francesco la Chiesa ha voltato pagina, ed è uscita dalla «storica impasse» in cui si era cacciata. Perché con Francesco la Chiesa cattolica sembra cominciare da un’altra parte e cominciare di nuovo, invece di macerarsi nel dubbio su come proseguire nello spirito del Concilio, oppure farne un altro, o anche fare macchina indietro. Circola invece un’altra aria, una bella ventata di novità: «una rumba sudamericana presa dalla fine del mondo». E questo qualche frutto darà.

Dopodiché però diciamolo pure: l’allarme prevale. Di gran lunga. La simpatia: d’accordo. La curiosità: va bene. Il relativismo gesuitico (Francesco che ai cronisti dice: «chi sono io per giudicare?» e nessuno che gli risponde: «bene o male sei – o saresti – il Papa!»): magari quella è davvero la strada giusta per chiamare a sé le coscienze. Ma il nocciolo della questione, per come lo vede Ferrara, è: quale posto le idee e la cultura cristiana possono trovare e ancora troveranno nello spazio pubblico. Perché per quel posto gli ultimi due papi si erano in modi diversi fieramente battuti, mentre questo Papa Francesco non si sa quanta voglia ne abbia. E anzi spiace così poco alla communis opinio, al mainstream dominante, agli spiriti laici e illuministi e politicamente corretti, che sembra proprio non volerla contraddire mai, codesta pubblica opinione. Ragion per cui dall’omosessualità alla comunione per i divorziati, passando per la legge 40, il timore (l’allarme) è che Francesco adotti semplicemente un atteggiamento rinunciatario (Gnocchi e Palmaro lo chiamano addirittura «catechismo della desistenza»), compiacente verso il mondo e fin troppo accomodante.

E invece aut Christus fallitur, aut mundus errat: o Cristo si inganna o il mondo è in errore. E siccomesan Bernardo aggiunge subito dopo che è impossibile che la divina sapienza s’inganni, c’è poco da fare: è il mondo che è in errore.

Ora, credo che a Ferrara importi molto meno fare l’elenco degli errori in cui il mondo incorre, che non rivendicare alla Chiesa il diritto di stigmatizzare l’errore, senza farsi intimidire da un’aggressiva coscienza laica, o (cosa più probabile) ammorbidire dalle lusinghe del mondo, dal consenso misurato dal numero di follower che il Papa può vantare su Twitter o dal numero delle telefonate a Scalfari. Basti leggere le pagine forse più vivaci del libro, il provocatorio l’elogio di Pio IX e del suo Sillabo, quello che condannò il liberalismo e la civiltà moderna, per cogliere la vera questione, per Ferrara: riuscirebbe oggi la Chiesa, avrebbe l’energia necessaria per produrre un testo simile al Sillabo di Pio IX?

Domanda legittima. Ma se si dimostrasse che no, la Chiesa non ha più questa energia, perché invece ce l’ha il mondo (e perché poi il mondo non dovrebbe averla?), certo Gnocchi e Palmaro se ne dorrebbero altamente; ma poi? Che cosa nel «depositum fidei» sarebbe compromesso? E perché la differenza fra la Chiesa e il mondo sarebbe in questo caso necessariamente assimilata, tolta, cancellata? Perché la Chiesa dovrebbe perdere con ciò la sua forza profetica, testimoniale, spirituale? Forse, assumerebbe solo una diversa figura, e forse Papa Francesco sta solo provando a incarnarla. Andando a casa del peccatore, e non solo giudicandolo dal colonnato di piazza San Pietro.

(Il Mattino – Cultura, 9 maggio 2014, col titolo Questo papa fa sul serio)

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