Conchita e il terzo duca di Alcalà

ImmagineC’è un buon numero di differenze fra Conchita Wurst e Maddalena Ventura. Conchita è austriaca, ha venticinque anni e ha vinto l’Eurovision Song Contest 2014. Maddalena Ventura è abruzzese, ha più di cinquanta anni e non ha vinto un bel nulla. Sono famose entrambe, però. Conchita per il successo dell’altra sera, Maddalena perché ritratta nel ‘600 dal pittore spagnolo, napoletano d’adozione, José de Ribera. Chi vuol vedere Conchita dal vivo può seguire uno dei suoi spettacoli. Dal vivo Maddalena non la si può vedere più, ma il quadro è conservato a Toledo, in Spagna.

Conchita ha la barba; Maddalena, anche. Per il resto però non si somigliano per niente. E non solo per via dell’età, ma perché Maddalena era solo una donna sfortunata, affetta da irsutismo, mentre Conchita è il fortunato personaggio creato dal cantante e performer austriaco Thomas Neuwirth. Conchita è una «drag queen»; Maddalena non ha alcun tratto regale. Neuwirth ha scelto di indossare eleganti panni femminili e portare una lunga barba; Maddalena non ha scelto proprio nulla. Neppure, probabilmente, di farsi ritrarre, insieme al marito e al bimbo che allatta al seno. Maddalena è un caso clinico; Conchita un caso  spettacolare. Maddalena aveva un aspetto mostruoso, e proprio per questo il viceré  Fernando Enriquez Afán de Ribera y Enriquez, terzo duca di Alcalà, commissionò al pittore il quadro; Neuwirth ha dichiarato invece che del suo aspetto e dell’identità sessuale non gliene importa niente. Maddalena ispira pietà per la sua condizione, la pietà e l’umana comprensione riservata solitamente a chi non è normale; Neuwirth non riconosce alcun significato ad una qualche normalità biologica o sessuale. Maddalena è una donna, che una patologia priva di femminilità. Conchita gioca con i caratteri sessuali secondari per ibridare la stessa idea della femminilità. Maddalena è brutta; Conchita, invece? E se Conchita fosse non brutta ma kitsch?

Che cosa sia il kitsch è una faccenda complicata; in luogo di una definizione, forse è meglio proporre un piccolo ragionamento. Dunque: Conchita mescola ruoli e generi e canta a voce piena. Rivendica il diritto di essere quel che vuole, e mette definitivamente in crisi l’idea che non si possa scegliere quel che si è. Altro che «progetto gettato», altro che «libertà situata», come dicevano i filosofi nel ‘900! Dalla situazione in cui siamo ne usciamo quando vogliamo. Non siamo affatto «gettati», venendo nel mondo con un corpo e un’identità definita: lo possiamo modificare, cambiare, migliorare, rendere ambiguo e sfuggente. Perfino il gran principio di Aristotele e della metafisica occidentale, per il quale l’essere è determinato e ogni cosa ha una sua determinatezza non è più al sicuro, grazie a Conchita (e non solo a lei, a dire il vero). Diceva l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij: «mi contraddico: e con ciò?». Conchita Wurst rivendica il diritto di contraddire la natura. E il diritto e la morale, nella misura in cui l’uno e l’altra credevano di essere in qualche modo posti a guardia della natura, di una qualche idea di natura umana.

Conchita non è certo la prima a farlo. Anzi, è da un secolo che lo si fa, almeno nell’arte. Con la sua donna barbuta, José de Ribera non voleva contraddire nulla e nessuno; travestendosi da Rrose Sélavy e facendosi fotografare da Man Ray in panni femminili, Marcel Duchamp, uno dei più geniali artisti del secolo scorso, non voleva far altro: inoculare un sottile veleno in tutte le usuali certezze e revocare in dubbio la salute, la saldezza, la stabilità dell’umanesimo occidentale e i suoi fin lì indiscussi canoni estetici e morali.

E siamo al punto. Perché Conchita sembra esclusivamente interessata a ciò che gliene viene o gliene può venire da un simile smottamento. L’avanguardia artistica e la paccottiglia – il kitsch, appunto – camminano così insieme, sotto la medesima insegna della trasgressione. Che mette allarme, perché gli uomini in genere temono ciò che non capiscono: ed è l’operazione dell’arte. Ma quel che al contrario fa Conchita si capisce fin troppo bene, ed è fin troppo calcolato nei suoi effetti: più che alla libertà di essere risponde alla necessità di stupire. Che Conchita assume su di sé, senza più neppure un terzo duca di Alcalà che glielo chieda. Così Maddalena  ci ispira compassione, fosse pure per via di atavici tabù; Conchita spazza via tutti i tabù, ma forse in questa liberazione ci mette anche un cinico calcolo. Riuscito al punto che porta a casa il primo premio.

(Il Mattino, 13 maggio 2014, col titolo Il trionfo kitsch solo per stupire)

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