Archivi del giorno: Maggio 15, 2014

Mezzogiorno, se riparte il dialogo

ImmagineA dieci giorni dal voto, Matteo Renzi ha fatto il punto dell’impegno del suo governo per il Mezzogiorno. È una notizia. È, forse, il segno di un’attenzione nuova verso quel terzo del Paese che è stato più duramente colpito dalla crisi. Ed è anche, certamente, una presa di posizione in campagna elettorale. Ma non si può dire che non sia emersa, dalla discussione di ieri nel Forum del Mattino, la precisa consapevolezza che una questione meridionale esiste: è nelle cose, e comincia ad essere nuovamente nella coscienza nazionale, se c’è un Presidente del Consiglio che non la risolve sbrigativamente rispedendola al destinatario. In verità, la seconda Repubblica si è costruita anche attraverso la brusca rimozione di una tale questione. Il problema non è stato più come curare i mali del Mezzogiorno, ma come impedire che contagiassero il resto del Paese. Un federalismo male interpretato è stata non la formula di una nuova unità nazionale, non il modo di realizzare il massimo di unione possibile in un Paese storicamente disunito, ma il modo di realizzare la massima disunione possibile senza rompere del tutto l’unità nazionale. Nel frattempo, però, l’Italia è entrata in Europa e – complice la crisi più grave del dopoguerra – si è dovuta accorgere a suo spese, a spese cioè dell’Italia intera, di quanto logiche centralistiche, fondate in questo caso su egoismi nazionali invece che su egoismi locali, possono penalizzare le periferie ben oltre le responsabilità e le colpe portate dalle loro classi dirigenti.

Le quali responsabilità, beninteso, ci sono tutte, e richiedono un’attenzione critica e non compiacente: a Napoli come a Roma (o come a Milano). Ma nessun discorso sul passato o sul presente disegna da solo un futuro diverso. E Renzi è parso consapevole che un conto è individuare le responsabilità altrui, un conto è scaricarsi delle proprie. E invece nel lungo ventennio di questa scalcagnata seconda Repubblica l’una cosa ha finito col comportare sempre più anche l’altra, e governi si sono succeduti a governi senza che mai davvero si provasse a recuperare il filo di un discorso verso il Mezzogiorno, a lanciare la proposta di un nuovo patto sociale, a tentare il ridisegno di un vero progetto strategico, industriale, infrastrutturale.

È la volta buona? Renzi lo twitta continuamente: le riforme istituzionali? È la volta buona. La legge elettorale? È la volta buona. La riforma del lavoro? È la volta buona. I tagli ai costi della politica? È la volta buona. Ma è la volta buona anche per il Mezzogiorno? Per ora possiamo solo augurarcelo. Né due mesi di governo possono bastare per fondarci sopra un giudizio. Intanto, però, l’incontro di ieri – con il Vesuvio e la questione meridionale sotto gli occhi e nelle domande del giornale: i fondi europei, i criteri di ripartizione della spesa nazionale, le infrastrutture materiali e digitali, il sistema dell’istruzione e della formazione, la riqualificazione del territorio, la legalità – tutto ciò può davvero servire a sgombrare finalmente il campo dalla lagna per cui si tratterebbe del solito meridionalismo piagnone e un po’ straccione: non «la volta buona», bensì ancora una volta la solfa stantìa del Sud e del suo divario dal Nord.

Poi, certo, non si può trascurare che oggi più che mai valgono le leggi della campagna elettorale. E la campagna elettorale, si sa, è il terreno delle promesse, delle parole date, persino dei giuramenti sulla testa dei figli (Berlusconi docet), promesse parole e giuramenti così spesso disattesi all’indomani del voto. Ma Renzi è sicuramente consapevole che le elezioni sono anche il momento vero in cui si può ristabilire una corrente di partecipazione e di emozioni comuni, e rifondare quell’elemento così indispensabile alla salute di una comunità nazionale che è la fiducia. In politica, infatti, le crisi morali e di legittimazione si curano  nell’unico luogo in cui possono essere con certezza avvertite: nell’urna.

E nell’urna del 25 maggio c’è dentro un po’ di tutto, ormai. Sempre meno il destino dell’Unione europea, in verità, e sempre più il giudizio sull’operato di Renzi. Ma dentro deve esserci anche un po’ di Mezzogiorno, perché senza l’Italia non si tiene. Senza il voto del Mezzogiorno, anche l’eventuale vittoria di Renzi sarebbe una vittoria a metà.

(Il Mattino, 15 maggio 2014)

L’Europa dimenticata

ImmagineE anche questa campagna per le europee se ne va tra polemiche e veleni. Ma soprattutto in un orizzonte di temi e problemi che con l’Unione europea c’entra poco o punto. In verità va così dal 1979, o quasi, cioè da quando gli europei hanno cominciato a votare per il Parlamento di Strasburgo. Questa volta, però, vi sarebbe stata – eccome! – materia per decidere la rappresentanza parlamentare in Europa in forza delle posizioni espresse su questioni di formato europeo: il futuro presidente della Commissione indicato dai cittadini attraverso il voto; la riforma dei Trattati; la crisi dell’area Euro, il fiscal compact e le politiche di austerity; i fondi europei e la loro destinazione nel Mezzogiorno; le politiche per l’immigrazione. E sono solo alcuni dei capitoli su cui c’è bisogno di una consapevolezza e dell’esercizio di una cittadinanza finalmente europea.

E invece progressivamente questi temi sono impalliditi, dell’Unione ci è rimasto quasi soltanto lo spauracchio a uso di una certa retorica populista, dopodiché le prossime elezioni hanno preso a funzionare come una verifica del consenso ai partiti, per finalità quasi esclusivamente interne. O come un’elezione di metà mandato, per testare la salute del governo. D’altra parte i sondaggi – quelli pubblicati prima dello stop elettorale, e quelli che continuano a circolare riservatamente – continuano a rispondere a domande tutte italiane: quanto peserà sul voto lo scandalo dell’Expo? Gonfierà ancora il consenso a Grillo e all’antipolitica oppure non inciderà più di tanto? E Scajola, e Dell’Utri, e Berlusconi ai servizi sociali: non sarà che le parole dell’ex-ministro Geithner offrono un’insperata ciambella di salvataggio al Cavaliere, a corto di argomenti e di uomini? Ma possono divenire gli appalti milanesi, oppure l’ignominiosa caduta del governo Berlusconi, nel 2011, gli argomenti su cui si decide l’esito del voto del 25 maggio?

L’Unione europea non ha una politica estera degna di questo nome, e intanto l’Ucraina è sull’orlo della guerra civile. Nessun partito politico italiano sembra però minimamente attraversato dalla questione. Né prova a prendere voti sul destino di Kiev o sui rapporti con Mosca. Quanto al bilancio del Parlamento europeo, esso rappresenta l’1% del bilancio dell’Unione e solo un quinto della spesa amministrativa complessiva delle istituzioni europee. Eppure è l’unico luogo vero in cui, nel voto, si mescolano effettivamente le identità nazionali, il che per forza di cose non accade fra capi di governo. E però la crisi ha rafforzato robustamente il metodo intergovernativo, per cui l’Europa è divenuta sempre più l’Europa di primi ministri, presidenti e cancellieri. Ma anche questo, anche la qualità e l’intensità dei processi democratici dell’Unione sembra non avere alcuna rilevanza nella campagna elettorale.

La quale si va giocando dapprima sulla burrascosa finale di Coppa Italia, poi sulla coppia indecente formata da Primo Greganti e da Gianstefano Frigerio, poi sull’approvazione del decreto lavoro: il profilo di un programma per l’Europa bisogna cercarlo fra le pieghe di un discorso, a margine di una conferenza stampa, in qualche comunicato scritto per gli addetti ai lavori, ma in nessun modo là dove lo si dovrebbe trovare, e giudicare: nel dibattito delle idee, nell’opinione pubblica, e infine (e soprattutto), nel sentimento popolare.

Cui prodest? A chi giova? Forse non ad uno solo ma a tutti. Perché Berlusconi quali argomenti avrebbe, quale idea di Europa coltiva? Vallo a sapere. E Grillo? Ha ragione il premier, quando sottolinea che non si ricorda il nome di un solo candidato a Cinque Stelle. Grillo, d’altronde, li manda a Bruxelles non perché abbiano chissà quale visione dell’Europa, ma solo perché facciano pulizia negli uffici. Al futuro del continente ci si penserà dopo, magari con qualche sbrigativa consultazione on line. E poi l’Italia offre un molto più pescoso mare di polemiche. Renzi, infine, ha tutto l’interesse ad incassare un voto che capitalizzi la luna di miele con il Paese, che lo rafforzi alla guida del governo e della maggioranza, che gli dia una più piena legittimazione.

Al tirar delle somme, dunque, Parigi val bene una messa, e così Roma o Berlino, ma Bruxelles o Strasburgo pare proprio di no.

(L’Unità, 15 maggio 2014)