L’Europa dimenticata

ImmagineE anche questa campagna per le europee se ne va tra polemiche e veleni. Ma soprattutto in un orizzonte di temi e problemi che con l’Unione europea c’entra poco o punto. In verità va così dal 1979, o quasi, cioè da quando gli europei hanno cominciato a votare per il Parlamento di Strasburgo. Questa volta, però, vi sarebbe stata – eccome! – materia per decidere la rappresentanza parlamentare in Europa in forza delle posizioni espresse su questioni di formato europeo: il futuro presidente della Commissione indicato dai cittadini attraverso il voto; la riforma dei Trattati; la crisi dell’area Euro, il fiscal compact e le politiche di austerity; i fondi europei e la loro destinazione nel Mezzogiorno; le politiche per l’immigrazione. E sono solo alcuni dei capitoli su cui c’è bisogno di una consapevolezza e dell’esercizio di una cittadinanza finalmente europea.

E invece progressivamente questi temi sono impalliditi, dell’Unione ci è rimasto quasi soltanto lo spauracchio a uso di una certa retorica populista, dopodiché le prossime elezioni hanno preso a funzionare come una verifica del consenso ai partiti, per finalità quasi esclusivamente interne. O come un’elezione di metà mandato, per testare la salute del governo. D’altra parte i sondaggi – quelli pubblicati prima dello stop elettorale, e quelli che continuano a circolare riservatamente – continuano a rispondere a domande tutte italiane: quanto peserà sul voto lo scandalo dell’Expo? Gonfierà ancora il consenso a Grillo e all’antipolitica oppure non inciderà più di tanto? E Scajola, e Dell’Utri, e Berlusconi ai servizi sociali: non sarà che le parole dell’ex-ministro Geithner offrono un’insperata ciambella di salvataggio al Cavaliere, a corto di argomenti e di uomini? Ma possono divenire gli appalti milanesi, oppure l’ignominiosa caduta del governo Berlusconi, nel 2011, gli argomenti su cui si decide l’esito del voto del 25 maggio?

L’Unione europea non ha una politica estera degna di questo nome, e intanto l’Ucraina è sull’orlo della guerra civile. Nessun partito politico italiano sembra però minimamente attraversato dalla questione. Né prova a prendere voti sul destino di Kiev o sui rapporti con Mosca. Quanto al bilancio del Parlamento europeo, esso rappresenta l’1% del bilancio dell’Unione e solo un quinto della spesa amministrativa complessiva delle istituzioni europee. Eppure è l’unico luogo vero in cui, nel voto, si mescolano effettivamente le identità nazionali, il che per forza di cose non accade fra capi di governo. E però la crisi ha rafforzato robustamente il metodo intergovernativo, per cui l’Europa è divenuta sempre più l’Europa di primi ministri, presidenti e cancellieri. Ma anche questo, anche la qualità e l’intensità dei processi democratici dell’Unione sembra non avere alcuna rilevanza nella campagna elettorale.

La quale si va giocando dapprima sulla burrascosa finale di Coppa Italia, poi sulla coppia indecente formata da Primo Greganti e da Gianstefano Frigerio, poi sull’approvazione del decreto lavoro: il profilo di un programma per l’Europa bisogna cercarlo fra le pieghe di un discorso, a margine di una conferenza stampa, in qualche comunicato scritto per gli addetti ai lavori, ma in nessun modo là dove lo si dovrebbe trovare, e giudicare: nel dibattito delle idee, nell’opinione pubblica, e infine (e soprattutto), nel sentimento popolare.

Cui prodest? A chi giova? Forse non ad uno solo ma a tutti. Perché Berlusconi quali argomenti avrebbe, quale idea di Europa coltiva? Vallo a sapere. E Grillo? Ha ragione il premier, quando sottolinea che non si ricorda il nome di un solo candidato a Cinque Stelle. Grillo, d’altronde, li manda a Bruxelles non perché abbiano chissà quale visione dell’Europa, ma solo perché facciano pulizia negli uffici. Al futuro del continente ci si penserà dopo, magari con qualche sbrigativa consultazione on line. E poi l’Italia offre un molto più pescoso mare di polemiche. Renzi, infine, ha tutto l’interesse ad incassare un voto che capitalizzi la luna di miele con il Paese, che lo rafforzi alla guida del governo e della maggioranza, che gli dia una più piena legittimazione.

Al tirar delle somme, dunque, Parigi val bene una messa, e così Roma o Berlino, ma Bruxelles o Strasburgo pare proprio di no.

(L’Unità, 15 maggio 2014)

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