Mezzogiorno, se riparte il dialogo

ImmagineA dieci giorni dal voto, Matteo Renzi ha fatto il punto dell’impegno del suo governo per il Mezzogiorno. È una notizia. È, forse, il segno di un’attenzione nuova verso quel terzo del Paese che è stato più duramente colpito dalla crisi. Ed è anche, certamente, una presa di posizione in campagna elettorale. Ma non si può dire che non sia emersa, dalla discussione di ieri nel Forum del Mattino, la precisa consapevolezza che una questione meridionale esiste: è nelle cose, e comincia ad essere nuovamente nella coscienza nazionale, se c’è un Presidente del Consiglio che non la risolve sbrigativamente rispedendola al destinatario. In verità, la seconda Repubblica si è costruita anche attraverso la brusca rimozione di una tale questione. Il problema non è stato più come curare i mali del Mezzogiorno, ma come impedire che contagiassero il resto del Paese. Un federalismo male interpretato è stata non la formula di una nuova unità nazionale, non il modo di realizzare il massimo di unione possibile in un Paese storicamente disunito, ma il modo di realizzare la massima disunione possibile senza rompere del tutto l’unità nazionale. Nel frattempo, però, l’Italia è entrata in Europa e – complice la crisi più grave del dopoguerra – si è dovuta accorgere a suo spese, a spese cioè dell’Italia intera, di quanto logiche centralistiche, fondate in questo caso su egoismi nazionali invece che su egoismi locali, possono penalizzare le periferie ben oltre le responsabilità e le colpe portate dalle loro classi dirigenti.

Le quali responsabilità, beninteso, ci sono tutte, e richiedono un’attenzione critica e non compiacente: a Napoli come a Roma (o come a Milano). Ma nessun discorso sul passato o sul presente disegna da solo un futuro diverso. E Renzi è parso consapevole che un conto è individuare le responsabilità altrui, un conto è scaricarsi delle proprie. E invece nel lungo ventennio di questa scalcagnata seconda Repubblica l’una cosa ha finito col comportare sempre più anche l’altra, e governi si sono succeduti a governi senza che mai davvero si provasse a recuperare il filo di un discorso verso il Mezzogiorno, a lanciare la proposta di un nuovo patto sociale, a tentare il ridisegno di un vero progetto strategico, industriale, infrastrutturale.

È la volta buona? Renzi lo twitta continuamente: le riforme istituzionali? È la volta buona. La legge elettorale? È la volta buona. La riforma del lavoro? È la volta buona. I tagli ai costi della politica? È la volta buona. Ma è la volta buona anche per il Mezzogiorno? Per ora possiamo solo augurarcelo. Né due mesi di governo possono bastare per fondarci sopra un giudizio. Intanto, però, l’incontro di ieri – con il Vesuvio e la questione meridionale sotto gli occhi e nelle domande del giornale: i fondi europei, i criteri di ripartizione della spesa nazionale, le infrastrutture materiali e digitali, il sistema dell’istruzione e della formazione, la riqualificazione del territorio, la legalità – tutto ciò può davvero servire a sgombrare finalmente il campo dalla lagna per cui si tratterebbe del solito meridionalismo piagnone e un po’ straccione: non «la volta buona», bensì ancora una volta la solfa stantìa del Sud e del suo divario dal Nord.

Poi, certo, non si può trascurare che oggi più che mai valgono le leggi della campagna elettorale. E la campagna elettorale, si sa, è il terreno delle promesse, delle parole date, persino dei giuramenti sulla testa dei figli (Berlusconi docet), promesse parole e giuramenti così spesso disattesi all’indomani del voto. Ma Renzi è sicuramente consapevole che le elezioni sono anche il momento vero in cui si può ristabilire una corrente di partecipazione e di emozioni comuni, e rifondare quell’elemento così indispensabile alla salute di una comunità nazionale che è la fiducia. In politica, infatti, le crisi morali e di legittimazione si curano  nell’unico luogo in cui possono essere con certezza avvertite: nell’urna.

E nell’urna del 25 maggio c’è dentro un po’ di tutto, ormai. Sempre meno il destino dell’Unione europea, in verità, e sempre più il giudizio sull’operato di Renzi. Ma dentro deve esserci anche un po’ di Mezzogiorno, perché senza l’Italia non si tiene. Senza il voto del Mezzogiorno, anche l’eventuale vittoria di Renzi sarebbe una vittoria a metà.

(Il Mattino, 15 maggio 2014)

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