Archivi del giorno: Maggio 23, 2014

Il balcone di Vespa

Immagine«Io non sarei venuto qui a farmi intervistare» dice Beppe Grillo nel corso dell’intervista di Bruno Vespa, e il paradosso sta tutto qua. Intervistare, sottintende Grillo, da uno come te, da uno che non mi dispiacerebbe se finisse in galera, e infatti nel plastico del luogo di detenzione che Grillo vuole ma non può mostrare in studio, insieme ai politici c’è pure Bruno Vespa, che nel frattempo, però, gli sorride malizioso di fronte. Intervistare, per giunta, in uno studio televisivo, nel più salottiero degli studi televisivi, dove a volerci andare un grillino verrebbe espulso. E invece Grillo c’è andato, si è accomodato e si è fatto, per l’appunto, intervistare.

A voler misurare le uscite di Grillo col metro della coerenza non si va però molto lontano. O, per meglio dire: la coerenza va essa stessa misurata rispetto al fine tutto politico che Grillo indica senza alcun infingimento. Conquistare il voto dei moderati, di quelli che decidono in base a quel che passa la tv, e trasformare la contesa elettorale in un duello a due fra lui e Renzi. Che se la cosa gli riesce, il voto di centrodestra è bello che fagocitato. Per questo scandisce con forza, a più riprese: il voto è politico. Se vince il Movimento Cinque Stelle Napolitano va a casa, Renzi va a casa, tutti vanno a casa. L’Italia cambia, l’Europa cambia, il mondo cambia. Anzi: è già cambiato, Grillo se ne è accorto, tutti gli altri no, tutti gli altri sono morti, i politici sono morti, la tv è morta. Però lui ci va lo stesso. E siamo daccapo.

Non c’è che dire: il contenitore gli va stretto e lui vorrebbe poterlo cambiare. Perciò non comincia da seduto, ma si aggira in piedi nello studio: non vuole che si pensi che quella è casa sua. Perciò la grammatica della trasmissione deve essere, per quanto possibile, trasgredita. Niente suoni di campanello, niente ospiti e giornalisti tra i piedi. Niente Vespa in piedi e lui seduto, sprofondato in poltrona, ma l’uno di fronte all’altro. Per un tempo. Dopodiché Grillo si volta sempre più verso il pubblico, trasforma il bracciolo in un piccolo balcone dal quale sporgersi verso le case degli italiani, e cerca di riprodurre il format che gli va più a genio: il comizio, e niente domande. Vespa prova ancora a fargliele, ma Grillo cerca il più possibile di sottrarsi: a volte nel merito, altre volte fin nel metodo. C’è un famoso passo di Platone, in cui Socrate perde la pazienza col sofista di turno, che non la smette di tenere lunghi e torrenziali discorsi. O accetti le domande e dai risposte brevi, s’inalbera Socrate, o per me può anche finire qua. Il sofista accetta (e mal gliene incoglie), Grillo invece no. Nelle domande inciampa, a volte chiede di ripetere per capire meglio, e per guadagnare tempo. D’altronde, i tecnicismi, le distinzioni, le analisi pacate non fanno per lui, non stanno dentro la sua foga, e per questo, via via che la trasmissione va avanti, Grillo si prende sempre più spazio: sempre più spesso si accalora, si sporge dall’improvvisato balconcino della sedia e arringa i telespettatori.

Chi ha vinto? Grillo, temo: non vi sono molti dubbi. Qual è però il significato di questa vittoria? In termini elettorali saranno ovviamente le urne a dirlo. Però Grillo è entrato nella scatola televisiva e ne è uscito senza ammaccature, senza perdita di credibilità, continuando anzi a scommettere proprio sulla sua personale credibilità, e soprattutto sulla mancanza di credito degli altri, di tutti gli altri. Quando Vespa ha provato a obiettargli che a criticare son bravi tutti, e che tutti ripetono che bisogna cambiare le cose, Grillo ha avuto facile gioco nell’inchiodare il programma e fermare l’attenzione sulla questione che più gli sta a cuore: non cosa dici, ma chi sia a dirlo. Chi prende la parola. A chi credere. D’improvviso i contenuti sono diventati ininfluenti, irrilevanti, inutili. E la verità che incombe  sul mondo della comunicazione si è fatta d’improvviso palese: la televisione diviene tremendamente efficace proprio quando non comunica nulla, all’infuori del fatto che c’è. Efficace non nel proporre temi, ma nell’imporre attori.

Ma un’imposizione resta pur sempre un’imposizione. Grillo non è sfuggito a questa contraddizione, ma non è detto affatto che l’elettorato democratico voglia mandarla giù.

(L’Unità, 21 maggio 2014)

Perché l’Europa va cambiata ma anche difesa

ImmagineI dati raccolti dall’Istituto Cattaneo non lasciano molti margini di dubbio: l’Unione europea si muove su un crinale sottilissimo. La percentuale di cittadini che nutre sentimenti di scetticismo nei confronti del progetto europeo ha fatto un enorme balzo in avanti, e l’Italia, insieme alla Grecia, è tra i paesi che più sono colpiti da una così profonda disaffezione. I favorevoli alla moneta unica, con cui sempre più si identifica l’intera costruzione comunitaria, prevalgono ancora, sia pure di strettissima misura, ma manca poco, davvero poco, perché nelle tasche degli italiani circoli una moneta in cui la maggioranza non crede più. Moneta vuol dire credito, e credito vuol dire fiducia. Se la fiducia viene meno, anche la moneta viene meno. Con tutto quel che ne consegue.

I leader europei, a vario titolo, provano allora ad avvalorare l’idea che l’Europa per cui votiamo è un’altra Europa: non solo quella della moneta, o dei banchieri, o di Francoforte. Non l’Europa della tecnocrazia, della finanza; non l’Europa delle élite, ma l’Europa dei popoli, l’Europa della democrazia e della pace, l’Europa dei diritti e della libertà. Manca però, rispetto ai primi passi dell’Europa comune, la prosperità, costruita nei primi decenni del dopoguerra e progressivamente erosa dalla crisi economica più lunga e più grave che il continente abbia mai vissuto. Manca il lavoro, e non cresce solo la disoccupazione ma anche il numero di persone che lavora ma non ha cittadinanza e non sviluppa così sentimenti di appartenenza. Manca, infine, il futuro, e una generazione di leader europei capaci di suscitarlo.

Contrariamente al significato della parola, la crisi non si sta rivelando, anche, un’opportunità. Non sta mettendo in moto tumultuosi processi di cambiamento, formazione di nuova classe dirigente, ricambio di idee, rotture di paradigmi culturali consolidati. Genera al contrario stanchezza, non frenesia. La crisi non sta ancora funzionando da setaccio perché il nuovo passi, mentre il vecchio viene seppellito. Al contrario, i dati messi in evidenza dall’Istituto Cattaneo – che valgono drammaticamente per l’Italia, ma anche per la Francia; che inghiottiscono la Grecia, ma riguardano pure l’opinione pubblica tedesca – mostrano un processo completamene diverso: di defezione dai pilastri della rappresentanza democratica, di allontanamento e distacco dai circuiti istituzionali. L’Europa è sulla difensiva: difende gli spazi conquistati più che cercare di conquistarne di nuovi. Difende quanto gli resta di uno storico consenso, più che inventare nuovi motivi per catturare un consenso nuovo, che parli alla nuove generazioni. Per ora la defezione è più silenziosa che rumorosa, più rassegnata che arrabbiata. Domani, però, non si sa.

In ogni caso, il deficit di legittimazione di cui le istituzioni europee hanno sempre sofferto rischia di aggravarsi ulteriormente. In Italia, il voto della protesta populista è dato in crescita – anche se, vietati i sondaggi, non disponiamo di dati pubblici sulle percentuali che toccano al Movimento Cinque Stelle e alla Lega – ma ancor di più cresce l’astensione, il non voto. E il significato di questo non voto non consiste certo in una delega fiduciosa a chi invece vota, ma somiglia piuttosto al ritiro di ogni delega, e a una spaccatura sempre più irrimediabile tra chi cerca di tenere attaccati i pezzi dell’Unione, e chi ormai si sente scollato dalla politica europea. Purtroppo, sempre più questa spaccatura delinea una divisione fra i pochi e i molti, fra le élite e il popolo, fra quelli che godono dei privilegi di uno spazio pubblico e civile allargato a tutta l’Europa e quelli che invece soffrono le ristrettezze imposte dalla coabitazione sempre più forzata in un’unica area valutaria.

In una siffatta congiuntura, la sfida che attende l’Italia è particolarmente ardua. Il governo contiene oggi il massimo di novità possibile dentro il quadro delle forze politiche che scommette sul concerto europeo. Ma questa espressione ha un valore ancora soltanto potenziale, e dal voto dipenderà se questa potenzialità potrà o meno essere spesa nel semestre che il Paese si appresta a guidare. Due mesi sono pochi per valutare l’azione del nuovo presidente del Consiglio, ma non sempre in politica è possibile dettare i tempi. È evidente che un’affermazione dei grillini, insieme a un’avanzata dei populismi antieuropeisti, metterebbe a dura prova non solo la formazione di maggioranze in seno al Parlamento di Strasburgo, ma anche la tenuta della maggioranza che sostiene Renzi. La via di uscita dalla crisi della seconda Repubblica, cercato ormai da troppi anni, potrebbe finire col coincidere con la fine del sogno europeo. E non sarebbe quella che si chiama una felice coincidenza.

(Il Mattino, 20 maggio 2014)