Perché l’Europa va cambiata ma anche difesa

ImmagineI dati raccolti dall’Istituto Cattaneo non lasciano molti margini di dubbio: l’Unione europea si muove su un crinale sottilissimo. La percentuale di cittadini che nutre sentimenti di scetticismo nei confronti del progetto europeo ha fatto un enorme balzo in avanti, e l’Italia, insieme alla Grecia, è tra i paesi che più sono colpiti da una così profonda disaffezione. I favorevoli alla moneta unica, con cui sempre più si identifica l’intera costruzione comunitaria, prevalgono ancora, sia pure di strettissima misura, ma manca poco, davvero poco, perché nelle tasche degli italiani circoli una moneta in cui la maggioranza non crede più. Moneta vuol dire credito, e credito vuol dire fiducia. Se la fiducia viene meno, anche la moneta viene meno. Con tutto quel che ne consegue.

I leader europei, a vario titolo, provano allora ad avvalorare l’idea che l’Europa per cui votiamo è un’altra Europa: non solo quella della moneta, o dei banchieri, o di Francoforte. Non l’Europa della tecnocrazia, della finanza; non l’Europa delle élite, ma l’Europa dei popoli, l’Europa della democrazia e della pace, l’Europa dei diritti e della libertà. Manca però, rispetto ai primi passi dell’Europa comune, la prosperità, costruita nei primi decenni del dopoguerra e progressivamente erosa dalla crisi economica più lunga e più grave che il continente abbia mai vissuto. Manca il lavoro, e non cresce solo la disoccupazione ma anche il numero di persone che lavora ma non ha cittadinanza e non sviluppa così sentimenti di appartenenza. Manca, infine, il futuro, e una generazione di leader europei capaci di suscitarlo.

Contrariamente al significato della parola, la crisi non si sta rivelando, anche, un’opportunità. Non sta mettendo in moto tumultuosi processi di cambiamento, formazione di nuova classe dirigente, ricambio di idee, rotture di paradigmi culturali consolidati. Genera al contrario stanchezza, non frenesia. La crisi non sta ancora funzionando da setaccio perché il nuovo passi, mentre il vecchio viene seppellito. Al contrario, i dati messi in evidenza dall’Istituto Cattaneo – che valgono drammaticamente per l’Italia, ma anche per la Francia; che inghiottiscono la Grecia, ma riguardano pure l’opinione pubblica tedesca – mostrano un processo completamene diverso: di defezione dai pilastri della rappresentanza democratica, di allontanamento e distacco dai circuiti istituzionali. L’Europa è sulla difensiva: difende gli spazi conquistati più che cercare di conquistarne di nuovi. Difende quanto gli resta di uno storico consenso, più che inventare nuovi motivi per catturare un consenso nuovo, che parli alla nuove generazioni. Per ora la defezione è più silenziosa che rumorosa, più rassegnata che arrabbiata. Domani, però, non si sa.

In ogni caso, il deficit di legittimazione di cui le istituzioni europee hanno sempre sofferto rischia di aggravarsi ulteriormente. In Italia, il voto della protesta populista è dato in crescita – anche se, vietati i sondaggi, non disponiamo di dati pubblici sulle percentuali che toccano al Movimento Cinque Stelle e alla Lega – ma ancor di più cresce l’astensione, il non voto. E il significato di questo non voto non consiste certo in una delega fiduciosa a chi invece vota, ma somiglia piuttosto al ritiro di ogni delega, e a una spaccatura sempre più irrimediabile tra chi cerca di tenere attaccati i pezzi dell’Unione, e chi ormai si sente scollato dalla politica europea. Purtroppo, sempre più questa spaccatura delinea una divisione fra i pochi e i molti, fra le élite e il popolo, fra quelli che godono dei privilegi di uno spazio pubblico e civile allargato a tutta l’Europa e quelli che invece soffrono le ristrettezze imposte dalla coabitazione sempre più forzata in un’unica area valutaria.

In una siffatta congiuntura, la sfida che attende l’Italia è particolarmente ardua. Il governo contiene oggi il massimo di novità possibile dentro il quadro delle forze politiche che scommette sul concerto europeo. Ma questa espressione ha un valore ancora soltanto potenziale, e dal voto dipenderà se questa potenzialità potrà o meno essere spesa nel semestre che il Paese si appresta a guidare. Due mesi sono pochi per valutare l’azione del nuovo presidente del Consiglio, ma non sempre in politica è possibile dettare i tempi. È evidente che un’affermazione dei grillini, insieme a un’avanzata dei populismi antieuropeisti, metterebbe a dura prova non solo la formazione di maggioranze in seno al Parlamento di Strasburgo, ma anche la tenuta della maggioranza che sostiene Renzi. La via di uscita dalla crisi della seconda Repubblica, cercato ormai da troppi anni, potrebbe finire col coincidere con la fine del sogno europeo. E non sarebbe quella che si chiama una felice coincidenza.

(Il Mattino, 20 maggio 2014)

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