La Cancelliera vince a Berlino, perde in Europa

ImmagineÈ difficile dare spazio a molte interpretazioni del voto europeo: in Germania la Merkel vince, e i socialdemocratici vengono premiati per la scelta di fare il governo insieme con la CDU della Cancelliera. In Francia, invece, i socialisti del Presidente Hollande subiscono un vero e proprio tracollo e toccano un minimo storico: terzo partito dietro la travolgente avanzata del voto antieuropeista del Front National di Marine Le Pen, dietro anche i gollisti dell’Ump. Una faglia si è dunque formata, e rischia pesantemente di incrinare la costruzione europea. Da una parte del Reno l’establishment crolla, dall’altra mantiene le posizioni. Ma la novità viene anche dall’Italia. Dove Grillo tiene cala, ma e Renzi stravince la sua personale scommessa: il partito democratico non sarebbe in testa, e non sarebbe così clamorosamente avanti, se non avesse puntato tutto sul sindaco fiorentino. Il voto non prende dunque lo stesso valore che ha in Francia: lì si è aperta la faglia che rischia di squassare il continente; qui, invece, la nuova leadership di Renzi ha evidentemente riconquistato al Paese la fiducia in una nuova prospettiva riformatrice.

In Europa però non v’è dubbio: prevale lo scetticismo, il risentimento nei confronti di una cornice di regole e vincoli europei che sembrano risentire troppo del peso economico e finanziario della Germania, e poco invece degli interessi di tutti gli altri paesi che non gravitano intorno alla cancelleria di Berlino. Non ci sono infatti solo la Francia sferzata da Marine Le Pen e l’Italia scossa da Beppe Grillo (a cui vanno sommati i voti no-euro della Lega); c’è anche Tsipras in Grecia, che vince nettamente su una linea fortemente critica nei confronti degli indirizzi di Bruxelles. C’è la crescita delle spinte isolazioniste al di là delle Manica. C’è la sberla presa dai partiti maggiori in Spagna, di governo e di opposizione. E ci sono anche i segnali più inquietanti di paesi come la Danimarca e l’Austria, dove prevalgono nettamente forze di estrema destra, quando non apertamente neo-naziste. Profili così consistenti che non si prestano più ad essere descritti come quelli marginali di frange xenofobe e anti-sistema.

La Merkel vince insomma in Germania, ma perde nel resto d’Europa. La Francia stanca non tiene il passo, e l’Italia si candida a guidare il processo di ricostruzione del concerto europeo. Anche in termini numerici, nel partito socialista e democratico europeo saranno gli italiani a costituire il peso maggiore. Se l’euro non sarà la continuazione del marco tedesco con altri mezzi (o sotto altre spoglie), sarà ora precipua responsabilità italiana. Finora, l’oculatezza economica si è sposata con la miopia politica. La forza economica dei tedeschi, egemonica nel continente, non è stata guidata da una strategia politica all’altezza di questo tempo di crisi. Nel semestre italiano bisognerà trovarla.

Si potrà forse aprire un nuovo tempo, dopo la fase segnata storicamente dal nuovo peso acquisito dalla Germania con l’unificazione. Nulla di male, perché anzi una ferita dolorosa si è rimarginata dopo l’89. Ma gli equilibri politici complessivi ne hanno risentito. E dopo il voto di ieri perde ancora colpi il motore principale dell’integrazione europea, la cooperazione franco-tedesca.

Riprendere il filo del progetto europeo non è allora difficile: è indispensabile. In quattro secoli, francesi e tedeschi hanno combattuto gli uni contro gli altri più di venti guerre. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la costruzione prima della Comunità Economica, poi dell’Unione Europea ha messo fine a secoli di lotte e divisioni. L’Europa unita, il concerto di nazioni che oggi compie il miracolo di votare insieme propri rappresentanti nel Parlamento di Strasburgo, ha dietro di sé non un cammino pacifico, ma una storia sanguinosa: lo smembramento dei possedimenti spagnoli, la fine del sogno imperiale austro-ungarico, il collasso dell’impero ottomano, la spartizione della Polonia, la sconfitta del nazifascismo, i processi di decolonizzazione, il crollo del comunismo bolscevico. Noi europei siamo gli eredi di questa storia.

Il sogno europeo è troppo importante perché possa essere cancellato. Non è accaduto oggi, ma è accaduto questa settimana: l’attacco antisemita a Bruxelles. Se il nazionalismo si agglutina, se il populismo si gonfia, se i confini si formano di nuovo, la comunità cosmopolita per eccellenza, quella ebraica, diviene uno dei bersagli preferiti. Si comincia con le banche, la finanza, la politica corrotta. Ma il quarto, ricordiamolo, sono sempre gli ebrei.

(Il Mattino, 26 maggio 2014)

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