Grillo: battuti da un Paese di pensionati

ImmagineGrillo va avanti. Aveva detto che in caso di sconfitta avrebbe lasciato e invece va avanti. E forse non ha tutti i torti. Il quadro che il voto di domenica ci restituisce non permette infatti di considerare chiusa la parentesi del grillismo, e si sbaglierebbe se si considerasse ormai avviata la parabola discendente del movimento e la stabilizzazione del sistema politico e istituzionale. Forse, dal confronto con il voto delle politiche di febbraio, si può trarre non solo l’ovvia conclusione che i democratici hanno di che esultare mentre gli altri si leccano le ferite (con l’eccezione della Lega e, parzialmente, della lista Tsipras), ma anche una constatazione un po’ meno ovvia. I giochi sono ancora aperti, infatti, e per quanto riguarda la rabbia e il disagio sociale che il grillismo intercetta e canalizza, sarebbe avventato dire che è ormai rientrata, o in via di assorbimento. Basta dare una scorsa ai commenti sul blog del movimento, per dubitarne fortemente. Grillo avrà peraltro compreso che andare «oltre Hitler» non fa prendere più voti, ma anzi allontana una parte dell’elettorato certamente insoddisfatto dell’offerta politica, a cui però, altrettanto certamente, non può bastare neppure il carcere per tutti i politici, lo sputo mediatico e il liberatorio rito del vaffa quotidiano. Tuttavia un’altra, consistente parte di elettorato, esasperata dalla crisi e in cerca di risposte concrete, c’è tuttora, e rischia anzi di incancrenirsi per il senso di frustrazione che sperimenta. In giro per il continente, d’altro canto, il vessillo europeo ha radunato molto meno entusiasmo per le idealità che esprime, che malcontento per i sacrifici che impone. La constatazione un po’ meno ovvia che lascia aperti i giochi, dunque, è la seguente: nessuno dei partiti maggiori ha ottenuto un risultato in linea con la sua effettiva forza e rappresentatività nella società. Senza nulla togliere a Renzi, ma anzi riconoscendogli gli straordinari meriti personali, il Pd non vale il quaranta per cento, così come d’altra parte il centrodestra non vale, in Italia, la deludente percentuale raccolta da Forza Italia. Forse neppure se sommiamo al suo risultato qualche altro spezzone del fu centro-destra. Il dato di domenica tutto appare, insomma, meno che consolidato. Il che dà ancora spazio a ulteriori, futuri spostamenti di pesi elettorali.

Ma per una diagnosi del grillismo occorre fare anche una buona anamnesi. E ricordare almeno due ingredienti fondamentali del fenomeno. Il primo può essere ben colto richiamando l’inizio di tutto.

Siamo  nel 1986. È sabato sera. Il comico genovese Beppe Grillo è ospite di Pippo Baudo, nello show più seguito della televisione italiana. Grillo chiude il suo intervento con una battuta feroce: se qui sono tutti socialisti, scandisce piano Grillo nei panni di Claudio Martelli in visita nella Repubblica popolare cinese, «a chi rubano?». La battuta gli costò il licenziamento. Pochi rammentano però la reazione del pubblico. Nessuno rise. E non perché la battuta non fosse arrivata, ma perché non si sapeva bene se si potesse ridere. Perciò partì un applauso piuttosto timido, quasi educato. E Grillo disse, quasi fra sé e sé: «Terribile». Quei secondi fra la battuta e l’applauso sono ormai scomparsi: sono trascorsi invece quasi trent’anni, e la convinzione generale degli italiani, acuita dal malessere sociale, continua ad essere che i politici tutti, socialisti o no, rubano. Grillo può gridarlo dal palco, nessuno può più licenziarlo e il pubblico può applaudire senza guardare l’assistente di studio per sapere se sia il caso. C’è infine una differenza decisiva, da allora: la funzione che i partiti politici italiani hanno assolto nel corso della prima Repubblica è venuta meno. Costruirne una nuova è la sfida che attende ancora il sistema politico italiano, e non può certo bastare la battuta d’arresto del grillismo per considerarla assolta.

Secondo elemento. Anche qui conviene mettere le cose in prospettiva. Siamo nel 2005, in febbraio. Da anni Grillo porta in girò i suoi spettacoli. In quell’anno, Grillo mette però sul suo blog i nomi dei politici inquisiti che siedono in Parlamento. Il blog diviene di colpo uno dei più cliccati al mondo. La rabbia e lo scontento sono ancora gli stessi, ma ora c’è anche un nuovo canale attraverso cui veicolarli. C’è il web, c’è il sito, c’è una rapidità di comunicazione e una intensità di partecipazione prima sconosciute; c’è un fenomeno di disintermediazione che spiazza corpi intermedi e partiti tradizionali, premia le leadership personali, ed amplifica gli sfoghi individuali. Grillo tiene ancora tra le sue mani pure questa carta.

Veniamo infine ad oggi. I Cinque Stelle hanno perso, e forte è la tentazione, per loro, di dire che l’Italia, «paese di pensionati», non li merita. Con qualche ironia e autoironia, Grillo non sembra però avere imboccato quella strada. In ogni caso, i due focolai accesi negli anni passati, è bene rammentarlo, non sono ancora spenti.

(Il Mattino, 27 maggio 2014)

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