Archivi del giorno: Maggio 30, 2014

Le parole sbagliate non portano in cella

ImmagineDi qui al 5 giugno tocca stare con Erri De Luca. È una settimana, si può fare. Tocca stare con lui perché per quel giorno è fissata l’udienza preliminare nel procedimento in cui lo scrittore napoletano è imputato per istigazione a delinquere. La sua incitazione al sabotaggio del progetto Alta Velocità in Val di Susa non è infatti passata inosservata: ha anzi innescato un processo penale, e il 5 giugno si va in udienza. D’altronde, il contesto ambientale in cui il cantiere va avanti è ancora surriscaldato abbastanza perché il delicato invito di De Luca a invadere, occupare o danneggiare scientemente l’opera – questo è il sabotaggio, secondo il codice attualmente in vigore – ricevesse l’attenzione della magistratura. È lecito tuttavia dubitare che De Luca si augurasse il contrario, che cioè sperasse in qualche superficiale alzata di spalle, o che non lo si prendesse seriamente, magari con la scusa che quelle dello scrittore sono ardite metafore, o forse solo parole in libertà, dette con leggerezza e prive di peso. Parole, insomma, da non prendersi alla lettera, frutto magari dell’estro poetico e  letterario di un artista, e non attentamente ponderate. Forse a processo sarà proprio questa la linea difensiva di De Luca. Ma se invece egli tiene alla sua arte, oltre che alla coerenza delle sue parole, deve essere ben contento che qualche magistrato, avendolo sentito spronare i più esagitatori oppositori della Tav perché passassero alle vie di fatto, abbia ritenuto di processarlo.

Comunque sia, i suoi amici non sono affatto contenti (e noi con loro). È orribile, essi dicono, che uno scrittore sia in stato d’accusa per un reato d’opinione. Per il giorno dell’udienza, sono così previste pubbliche letture delle opere di De Luca: a Roma, a Napoli, a Bari e in molte altre città. L’argomento pare essere il seguente: se le parole di De Luca sono pericolose, allora ci autodenunciamo, prendendo le parole dai suoi libri e leggendole a gran voce. È un buon argomento: i libri non si bruciano, gli scrittori non si mandano in carcere. Questo, almeno, in un orizzonte giuridico liberale di cui De Luca probabilmente manca di riconoscere o di rispettare qualche elemento basilare, visto che consiglia azioni di sabotaggio per fermare l’Alta Velocità. In quell’orizzonte, è effettivamente possibile che uno scrittore mostri a parole di fregarsene altamente della legalità democratica. Ma in tal caso la cosa migliore che ai pubblici poteri conviene fare è di fregarsene altamente delle intemperanze verbali dello scrittore. Anche solo per evitare che assuma pose da martire della libertà. Quelle che, peraltro, ha già cominciato eroicamente ad assumere, annunciando che in caso di condanna non ricorrerà in appello. Probabilmente De Luca, gran cultore di cose bibliche, immagina di avere nello Stato il suo personalissimo gigante Golia da abbattere (cioè da sabotare) fiondandogli contro le sue parole dure come pietre. Lo faccia pure: ognuno ha le sue ossessioni. E fino al 5 giugno ci asterremo finanche dal giudicarle. Ma appena si chiuderà con un nulla di fatto la vicenda processuale, come ci auguriamo vivamente, torneremo a pensare che incitare al sabotaggio è un pessimo modo di usare la libertà di opinione che in uno Stato liberale (e solo in uno Stato liberale)  è e deve essere garantita a tutti.

(Il Mattino, 30 maggio 2014)

Nel nome del padrone

ImmagineLa parabola del Movimento Cinque Stelle e quella, ancora più malinconica, di Forza Italia, si presta, prima ancora che all’analisi politica, a quella metafisico-linguistica (addirittura!). Se c’è infatti una cosa che non è possibile sostituire è il nome proprio. Ci chiamiamo così, con nome e cognome, dal primo all’ultimo dei nostri giorni, e anche oltre, perché tale resterà il nostro nome – insostituibile – perfino sulla lapide che di noi tramanderà il ricordo «per saecula saeculorum» (almeno me lo auguro).

Un simile miracolo sembra che riesca al nome, e al nome soltanto. E da sempre filosofi e poeti, teologi e letterati, stregati dal nome proprio, sognano di poter indicare le cose, tutte le cose, con una simile, univoca determinatezza. E però: altro che paradiso del linguaggio! Se tutti i nomi fossero propri, individuali, esclusivi, se non vi fosse più nulla in comune fra di essi, il linguaggio si frantumerebbe in tanti pezzi incomunicabili fra loro e, molto semplicemente non sarebbe più un linguaggio, una «comunità» di parole e discorsi (se avete tempo, fate la prova, provate a metter su una frase formata solo da nomi propri).

Ora, questo piccolo ma istruttivo insegnamento può essere utile per capire cosa stia succedendo dalle parti del centro destra e del Movimento Cinque Stelle, cioè in quelle due aree politiche timbrate inflessibilmente, indeclinabilmente dal nome proprio dei loro fondatori. Si dice Movimento Cinque Stelle, infatti, e si legge Grillo. Grillo Giuseppe detto Beppe. Suo il nome, suo il blog, suo il dominio. Così come d’altro canto si dice Forza Italia e si legge Berlusconi. Silvio Berlusconi. Suo il partito, sue le risorse, sue le televisioni. E non c’è verso. Non c’è risultato elettorale che tenga. L’individuazione è tanto radicale, l’identificazione è tanto stretta e indissolubile, quanto quella che appiccica il nome proprio alla cosa: come non puoi cambiare quello, così non riesce a Forza Italia e al Movimento Cinque Stelle di cambiare i loro leader.

Le due situazioni non sono però fra loro identiche. Grillo, è vero, aveva detto che in caso di sconfitta sarebbe andato a casa, e invece è volato a Bruxelles, ma la vita del Movimento è ancora così breve, che si può ben immaginare una prova d’appello. E però le dinamiche del movimento sono tali, che non si può non temere che spazio per un’altra figura che prenda il posto di Grillo non ce n’è, nonostante la retorica del movimento in cui ciascuno conta uno. Ho detto «nonostante» ed ho sbagliato: bisogna dire «a causa» di quella retorica, che è solo l’altra faccia della metafisica idiosincratica del Nome (maiuscolo: quello di Grillo). Perché se ciascuno conta uno, nessuno può contare per gli altri, rappresentare gli altri, fare affidamento sugli altri e condividere con altri, comporsi insieme agli altri; tutti rimangono inchiodati all’atomo indivisibile del loro nome e non mettono mai nulla in comune.

Ben altra storia ha Forza Italia. Una storia di vent’anni, in cui l’identificazione con il leader indiscusso è stata presso che totale: chiunque altri abbia cercato di «farsi un nome» è stato disperso. Ha dovuto cioè, prima o poi, togliere il disturbo: da Fini a Tremonti ad Alfano. Nessuna meraviglia se Berlusconi non riesce ad immaginare una prosecuzione dell’attività politica del partito se non attorno al suo nome, o almeno a quello di sua figlia.

Proprio il successo di Matteo Renzi dimostra tutti i limiti di questa concezione della politica. Che confonde il leaderismo con una sua interpretazione proprietaria, e arrischia l’ossimoro del partito personale per nascondere il fatto che di partito ce n’è rimasto ben poco, mentre della persona permane il sigillo incancellabile: il nome, ancora una volta. Ora, non v’è dubbio che con Renzi anche il partito democratico abbia trovato un leader. Ma per l’appunto l’ha trovato: non si è cioè annullato come partito per risorgere nella figura del suo leader. Lo ha anzi prima cercato, poi contrastato, infine consacrato. Renzi ha perduto, ed è rimasto nel partito; poi ha vinto, e chi è stato sconfitto è pure lui rimasto nel partito. Nulla del genere è avvenuto nel centrodestra o tra i grillini, dove non si riesce nemmeno a capire che cosa possa mai significare che Berlusconi perda, o che Grillo perda. Se però non c’è una sconfitta possibile, non c’è nemmeno un futuro possibile oltre i loro nomi. O meglio: l’unico futuro possibile, l’unica evoluzione finora intravista è nel segno della divisione. Nessuna meraviglia: il nome proprio porta con sé non partecipazione ma divisione, perché non ce la fa a risolversi in un nome comune, e in una storia collettiva.

Questo rende difficile anche una lettura del voto italiano in una chiave strettamente europea. Dove, in genere, si sono imposte forze populiste, euroscettiche, nazionaliste, e i partiti tradizionali, appartenenti alla due principali famiglie politiche – quella socialista e quella popolare – hanno raccolto meno consensi che in passato. Il successo al di là di ogni aspettativa di Renzi fuoriesce vistosamente da questo quadro, ma fuoriescono anche i risultati raccolti da Berlusconi e Grillo: l’uno, infatti, fatica a stare dentro il partito popolare europeo; l’altro stenta a entrare in coalizione con le forze politiche anti-europee. L’uno e l’altro sembrano cioè destinati a marcare una specificità, che non ha altra spiegazione che il loro nome e cognome. Ho detto «spiegazione» e ho sbagliato di nuovo: dovevo dire «maledizione». Cos’altro infatti si maledice se non il nome proprio? E come in ogni maledizione che si rispetti, sono proprio le ragioni per cui a quelle formazioni ha arriso in passato il successo, che impediscono oggi ad esse di avere anche un futuro.

(L’Unità, 29 maggio 2014)