Dai Quaderni di Gramsci a House of Cards, così parla la politica

ImmagineGramsci, Togliatti, Berlinguer. E Kevin Spacey. Oppure: Sturzo, De Gasperi, Moro. E Kevin Spacey. Percorri una linea, percorri l’altra ma sempre a Spacey arrivi. Se a tirare la riga, beninteso, è Matteo Renzi. Che, nel presentare alla direzione del Pd i suoi propositi in materia di formazione politica, ha mancato di citare il «Manifesto del partito comunista» di Marx, oppure «Che fare?» del compagno Vladimir Il’ic detto Lenin, o i «Quaderni» di Antonio Gramsci, così come peraltro non ha voluto ricordare il fondamentale «Stato, parlamento e partiti» di Sturzo, o la lezione costituzionale di Dossetti, o il magistero dogmatico conciliare della «Lumen Gentium»; ma, congedata nel più rispettoso dei modi ogni possibile tradizione, è andato piuttosto a pescare là dove si racconta davvero la politica oggi, cioè nelle serie televisive americane. Kevin Spacey veste infatti i panni di un politico americano senza scrupoli, Frank J. Underwood, in «House of Cards», la strepitosa serie del momento, giunta in America alla seconda edizione (e distribuita in rete da Netfix).  Che non predica idealismo, ma insegna un realismo fin troppo cinico. Come dicevano i grandi classici della politica moderna: non la realtà quale deve essere, ma qual è effettualmente.

Nel far ciò, Renzi ha ragione da vendere: è inimmaginabile che i giovani democratici selezionati dal partito, messi davanti ai sordidi intrighi e alle lotte di potere che si svolgono all’ombra della Casa Bianca, sbottino tutti insieme con un liberatorio: «È una cagata pazzesca». Tutt’al contrario: saranno sicuramente avvinti e non vorranno affatto esser liberati. Alla scrittura di questi prodotti televisivi si dedicano infatti i migliori sceneggiatori del pianeta, e sicuramente non c’è oggi miglior linguaggio in circolazione in cui la politica venga raccontata (altra cosa sarebbe pensarla, ma un simile proposito suona vecchio anche solo a formularlo).

È altrettanto inimmaginabile che dopo la trasmissione di un episodio – trasmissione? In realtà, suona vecchio pure questo termine – segua qualcosa come il famoso (e fumoso) dibattito da cineforum, quello che appassionava il professorino Stefano Satta Flores in «C’eravamo tanto amati». C’eravamo, per l’appunto. Oggidì la politica la si fa in tutt’altro modo, e Renzi sa tenerne conto. Sa che il lessico della politica sta facendo rapidamente la fine del latino ecclesiastico: roba per i chierici, mentre già la gente parla in tutt’altro modo. Senza complessi di inferiorità, senza ipocriti sussieghi, dopo aver moltiplicato i tweet sul web, e avere introdotto le slides nelle conferenze stampa da Palazzo Chigi, Renzi si affida ora ai telefilm di successo per la sua scuola di formazione. Rottamando in un sol colpo l’Istituto Sturzo e le Frattocchie. E allineandosi a Obama, che di «House of Cards» è fedelissimo spettatore.

Fedeltà: ecco la parola. Non c’è politica, perché non c’è legame sociale, senza fedeltà. Se l’ideologia non riesce più ad ottenerla, se anche la trama della rappresentazione religiosa appare strappata in più di un punto, allora tocca alle serie televisive ricucire i fili del racconto quotidiano della realtà. Dove trovate infatti un altro prodotto, un altro modello di consumo per il quale usare l’espressione: «non se ne perde neanche una!»? O si tratta della partita, o si tratta della puntata. Basta peraltro andare in libreria per scoprire che anche i romanzi, specie quelli destinati ai più giovani, si stanno sempre più serializzando. La serie è cioè l’unica forma capace oggi di catturare durevolmente l’attenzione, l’unica capace di fidelizzare, di accattivare; l’unica, in definitiva, capace di ridurci in cattività. Cioè di addomesticare. Che significa: costruire consuetudini di comportamento e di consumo, dove altrimenti regnerebbero solo la proliferazione delle differenze, la polverizzazione delle esperienze.

Non c’è nulla di nuovo, antropologicamente parlando. Cambiano, quelle sì, le forme in cui ciò avviene. I primi che hanno inventato le serie sono stati d’altronde quei maghi e antichi sacerdoti che hanno introdotto la scansione del calendario grazie al giorno di riposo, che torna ogni settimana. Senza settimana, insomma, niente serie. Così la storia si ripete, per fortuna: con le sue liturgie ed i suoi riti. E cos’altro ha oggi carattere liturgico se non la serie (o il campionato)?

Che poi a suggerire simili riflessioni sia il paladino della nuova politica è solo un apparente paradosso. Non c’è novità, nelle cose umane, senza rinnovamento. E rinnovamento (rinovellamento) vuol dire un’altra volta ritorno. Anzi rivoluzione. Ma questo, forse, anche col 40% è un poco troppo.

(Il Mattino, 31 maggio 2014)

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