Non lasciare i popoli ai populisti

ImmagineLa più grande responsabilità che incombe sul partito democratico e su Matteo Renzi è dare significato alla parola democrazia. Ma non per le ragioni che qua e là sono state addotte, in questi primi mesi a guida Renzi: perché ad esempio la via intrapresa dalle riforme istituzionali nasconderebbe un sottostante pericolo autoritario; oppure perché l’accentuazione della leadership di Renzi ridurrebbe gli spazi di dialettica e di confronto. Con tutto il rispetto per simili discussioni – che a volte rivelano preoccupazioni reali, ma più spesso paiono sollevate pretestuosamente – non si tratta di nulla del genere. Si tratta invece di una cosa che viene da lontano.

Qualcuno dice persino che tutto il XX secolo, che è il secolo della democrazia di massa, è anche, contemporaneamente, il secolo della sua crisi, come se l’ordinamento politico democratico fosse cioè sempre minacciato dalla possibilità di rovesciarsi nel suo contrario. Questa minaccia appare oggi lontana, ma lo è meno di quanto comunemente si ritiene. Certo, crisi o non crisi, la vita procede in maniera abbastanza ordinata: le auto girano, le scuole e gli ospedali funzionano, i negozi sono aperti. Il lavoro però manca, soprattutto al Sud, e il sistema economico fa fatica. Ma è soprattutto l’area della fiducia, il sentimento di adesione, l’investimento di senso nella trama legale degli ordinamenti giuridici vigenti che va sensibilmente riducendosi. La fonte ultima di legittimità di questi ordinamenti è infatti meno limpida, meno visibile di un tempo. E a questa opacità non è estranea ovviamente, la costruzione europea, i cui punti alti di rappresentanza appaiono decisamente sfocati agli occhi dell’opinione pubblica, che continua a vedere nettamente in primo piano la Banca centrale, i governi nazionali, e poco altro. Il voto del 25 maggio mostra quanto l’affanno delle democrazie investa l’intero spazio dell’Unione. E lancia così una sfida decisiva. La sfida non è tuttavia tra i due schieramenti che paiono delinearsi: da una parte l’europeismo dei diritti e delle libertà, dall’altra l’antieuropeismo delle formazioni populiste e nazionaliste. O per meglio dire: questa sarà pure la sfida, ma se la si gioca così, in questi termini, lasciando che si scontrino da un lato le ragioni ideali del diritto, dall’altro quelle reali dei popoli; da un lato, l’altruismo di una morale universalistica, dall’altro l’egoismo delle politiche nazionali, particolaristiche; da un lato la certezza formale delle regole, dall’altro le pulsioni imprevedibili della vita reale, ebbene: questa sfida non sarà facile vincerla. Meglio saperlo; meglio non farsi troppe illusioni. Per non dover sgranare troppo gli occhi scoprendo che nelle urne si ingrossa il consenso delle destre nazionaliste, delle formazioni reazionarie, o anche solo di forze politiche euroscettiche. Che cosa questi partiti politici vogliono, infatti, si capisce. Che cosa vogliono invece i tradizionali partiti europeisti, no. Politiche di bilancio rigorose: d’accordo. Un maggior coordinamento delle politiche fiscali: va bene. Ma poi? Che cosa dicono oggi che miri più in alto di una difficile linea di galleggiamento dell’Unione? Che cosa dicono, che parli davvero ai popoli europei? Se non si modificano i termini della partita, se europeismo significa rimanere a guardia di vincoli, compatibilità, regole – magari allentandoli un po’, ma senza avvertire il bisogno di gettare fondamenta nuove – allora la sfida, torniamo a dirla, non sarà facile vincerla.

Perciò daccapo: dare nuovamente significato alla parola democrazia è la più grande responsabilità. Il risultato del Pd, e il semestre italiano di guida dell’Unione, devono saperla assumere. Perché non abbiamo altro modo di cominciare, non abbiamo altro inizio, che non provenga da lì: dalla energia del demos. Dalla sua forza di dichiararsi ed esserci. Se l’Europa che occorre difendere è l’Europa liberal-democratica, domandiamoci una buona volta, insomma, se quello che ad essa manca sta dal lato della libertà, o dal lato della democrazia. Se abbiamo bisogno di piccole dosi di liberalismo, o di robuste iniezioni di democrazia. Se abbiamo cioè bisogno di atti che inventino daccapo le condizioni alle quali l’Europa è unita. Un’unione non può procedere solo per minimi accordi tra governi, senza mai mettere i popoli che quei governi rappresentano dinanzi al loro destino politico. I popoli sono una cosa troppo importante perché li si possa lasciare ai populisti.

(Il Mattino, 2 giugno 2014)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...