Se l’indipendenza diventa immunità

ImmagineSette voti di scarto – sette voti a scrutinio segreto – e il governo viene battuto alla Camera sul tema della responsabilità civile dei giudici. Renzi dall’Asia prova a minimizzare: gli incidenti di percorso ci sono sempre stati, dice, ed è vero. Ma la giustizia è materia troppo delicata perché il voto di ieri non risvegli sensibilità, susciti preoccupazioni, e sopratutto indichi esigenze non più differibili.

La responsabilità civile dei giudici è sul tavolo della politica dal referendum promosso negli anni Ottanta dai radicali. Il referendum fu vinto, e in conseguenza del suo esito fu introdotta nell’88 la legge Vassalli che prevedeva finalmente un regime di responsabilità per i magistrati. Quel regime, tuttora vigente, si fonda su alcune limitazioni dell’azione di risarcimento: il cittadino non può intentare l’azione risarcitoria direttamente contro il magistrato, la legge limita l’ammontare del risarcimento, i casi in cui il procedimento può essere avviata sono limitati, e comunque non devono toccare le attività di interpretazione delle norme e di valutazione dei fatti, su cui la discrezionalità del magistrato deve rimanere intatta.

Si tratta di un regime speciale di responsabilità, che trova la sua giustificazione nella delicatezza della funzione giurisdizionale esercitata dai magistrati. Il risultato è però che, in un quarto di secolo, si contano sulle dita di una mano i casi in cui questo sistema ha investito davvero la responsabilità civile dei magistrati. Vale a dire: il sistema non funziona.  C’è poco da fare. Naturalmente non è l’unica cosa che non funziona, nei tribunali e nelle procure italiane. Ma ciò non toglie che un intervento era ed è necessario, anche perché la stessa Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata in merito, costringendo il nostro Paese ad avviare una ridefinizione della materia.

E siamo così al voto di ieri. E all’emendamento, approvato contro il parere di relatore e governo, che mette il cittadino in condizione di esercitare un’azione diretta contro il magistrato. Il voto però si colloca non solo a valle della storia che abbiamo raccontato, ma anche nel bel mezzo di un fronte assai aspro di polemiche. Basti vedere le reazioni: la Lega, presentatrice dell’emendamento, esulta. Esulta anche Forza Italia. Pezzi di opinione pubblica, invece, tirano in ballo la volontà della politica di vendicarsi delle clamorose inchieste in corso sulla corruzione: quasi un avvertimento mandato ai magistrati, perché non si spingano troppo in là. Quanto al Pd e alla maggioranza, manifestano un forte imbarazzo. Perché l’emendamento non sarebbe passato senza il voto di un numero consistente di democratici, e tuttavia, salvo l’eccezione del deputato Giachetti, non c’è nessuno che osi rivendicare il risultato. E anche i Cinque Stelle, astenendosi, hanno mostrato come minimo di non avere le idee chiare sulla questione, e di sapersene solo lavare le mani.

Il fatto è che, senza un chiaro giudizio storico-politico su cosa è stato il rapporto fra politica e magistratura negli ultimi vent’anni, si continuerà a procedere così, per strappi e imboscate, sospetti e manovre, senza chiare assunzioni di responsabilità. Non v’è dubbio che l’indipendenza della magistratura sia infatti un bene prezioso da tutelare, un bene costituzionale e non un odioso privilegio, come ha giustamente ricordato il Presidente Napolitano; ma non v’è dubbio altresì che i magistrati godano oggi di qualcosa di più che non l’indipendenza: godono di fatto di un’immunità quasi completa. Per mettere però mano a una materia così delicata, per far valere principi di diritto che appartengono ai paesi di più avanzata cultura giurisdizionale, per prevedere azioni più efficaci di risarcimento senza ledere autonomia e indipendenza, per riequilibrare i rapporti fra le parti del processo, e, su un piano più generale, quelli fra poteri dello Stato, ci vuole ben altro che lo spirito punitivo insufflato nell’emendamento leghista, e qualche esultanza scomposta dopo la brutta figura della maggioranza.

Tra poche settimane il ministro della Giustizia Andrea Orlando presenterà un progetto di riforma, che mira anzitutto a restituire efficienza al sistema della giustizia, e certezza al diritto. Siamo un paese dove è più conveniente essere debitori che creditori: prima che intervenga la giustizia, campa cavallo. Ciò detto, ci aspettiamo che insieme agli aspetti di razionalizzazione e riorganizzazione della giustizia, un grande dibattito politico-parlamentare, di natura costituente, mostri al Paese in qual modo si intenda provare – provare almeno – a curare le gravi patologie della giustizia italiana, senza nascondere la testa sotto la sabbia, e senza neppure volerle tagliare sommariamente.

 (Il Mattino, 12 giugno 2014)

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