La generazione che ha perso fiducia e ideali

ImmagineIl legno storto dell’umanità. «Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto». Se è così, se l’uomo è fatto così, allora come può bastare il vocabolario del diritto a tenere insieme una società? E infatti non basta. Ma chi si è inventato la metafora del legno storto pensava di avere comunque tra le mani qualche fascina di legno sano, anche se non proprio dritto. E invece leggi le cronache napoletane che raccontano di come si possa condurre la vita tra Chiaia e Posillipo, di medici e avvocati, imprenditori e gioiellieri che un po’ consumano e un po’ spacciano, un po’ si divertono e un po’ si annoiano, e ti viene il dubbio che con questa mediocre borghesia cittadina non puoi costruire proprio nulla di buono.

Ma non voglio moraleggiare. Per evitare i facili moralismi, rileggo qualche pagina della teoria delle classi agiate di un pensatore irregolare  come Thorstein Veblen. Lì trovo che più o meno in ogni società si distinguono certi gruppi che marcano la loro differenza dalle classi lavoratrici in molti modi, e tra questi rientra senz’altro il «consumo vistoso». Le classi inferiori praticano una forzosa continenza; la casta superiore si permette invece lo scialo ed il festino. Però Veblen aggiunge: «Strettamente connessa con l’esigenza che il gentiluomo deve consumare beni liberamente e del genere più squisito, c’è l’esigenza  che egli deve saperli consumare in modo conveniente». E «conveniente» non significa nulla di moralistico, ma semplicemente: in maniera conforme al proprio rango, al proprio gusto, al proprio senso estetico. Ora, che fine ha fatto questa seconda esigenza? Come rintracciarla nel professionista benestante che fa la spesa di narcotici «pe’ tutt’ quant’», e non si limita a consumare ma si prende anche la fatica di spacciare? Come farla valere se a volte, nell’oscurità della notte, Posillipo finisce con l’assomigliare a Scampia, come ha raccontato su questo giornale Pietro Treccagnoli? E cosa vuol dire il fatto che quella esigenza non sia più riconoscibile, che le due Napoli si sono mescolate a un punto tale che non vale più l’adagio «quale il padrone, tale il servo» – non però perché non vi sono più padroni, ma perché non vi sono che servi? Nel suo editoriale di ieri, Alessandro Barbano ha chiamato in causa «l’incontro mancato tra la borghesia e i doveri». E ormai si può dire: non solo a Napoli, e forse non più a Napoli di quanto non accada a Venezia, all’ombra del Mose, o a Milano, dietro le ruspe dell’Expo. Manca la tenuta morale, manca il senso del dovere, e tutto si risolve in termini di rivendicazione di diritti, e di diritti soggettivi, che slegati da ogni responsabilità collettiva, perdono ogni ancoraggio in un possibile compito pubblico, in qualcosa come un ethos condiviso, o in una missione storico-nazionale e infine – perché no? – in un senso di patria.

C’è del vero, in questa disamina. E però vorrei dire così: a noi, all’Italia, Mazzini non è mancato. Non è mancato prima Alfieri, poi Foscolo, e poi Mazzini. Non è mancato l’idealismo romantico. Non è mancato chi ha scritto dei doveri dell’uomo, per infiammare la giovine Italia e spronarla all’azione. È mancato al contrario un senso di spregiudicatezza nel ricercare e nel perseguire la modernità non solo come il terreno gretto dell’utile, ma come il terreno operoso della virtù. Ed anche dell’individuo – il vero fiore all’occhiello della modernità – è forse mancato non il contrappeso, che ne contenesse i desideri e gli egoismi, ma il prolungamento. Non è vero infatti che individuo e società, privato e pubblico siano termini opposti, così che a premiare l’uno si debba penalizzare l’altro. Ogni individuo, in quanto è un cittadino, non può non aver fiducia di incontrare, in fondo alla propria autorealizzazione, alla propria emancipazione, quella di tutti. Il presentismo, che ci ricaccia in un consumo privo di prospettiva e di senso, è la malattia di chi ha perso questa fiducia. E forse non un eccesso di diritti, ma un eccesso di sfiducia sta dietro l’imprenditore annoiato che non trova di meglio di una striscia di coca per legare una giornata all’altra. Ritrovarla, però, è impresa tutt’altro che semplice. E in una città come Napoli lo è ancora meno.

(Il Mattino, 16 giugno 2014)

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