Un altro segno di cambiamento

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E a settembre la legge sulle unioni civili. All’assemblea nazionale di sabato, Renzi ha confermato che intende procedere nella direzione indicata dapprima durante le primarie, e poi nel discorso per la fiducia in Parlamento: la civil partnership, sul modello tedesco. Di mezzo tra le prime dichiarazioni e quelle rese sabato scorso sta il dato elettorale, quel 40,8% che Renzi intende considerare come «un punto di partenza per cambiare davvero l’Italia». E fare una legge sulle unioni civili significa davvero cambiare. Farlo poi dopo il voto del 25 maggio scorso significa mettere la sordina a un bel po’ di reazioni che a inizio d’anno punteggiarono le prese di posizioni di quello che allora era solo il nuovo segretario del Pd: i prudenti distinguo di Alfano, i «non possumus» di Giovanardi, i possibilismi di Schifani, i trombonismi di Formigoni. Nel merito, Renzi non ha indicato i contenuti dell’iniziativa parlamentare ma per il momento c’è l’indicazione di una chiara volontà politica: su un terreno sul quale l’Italia accusa un ritardo impressionante rispetto agli altri paesi europei, ci sarà una legge. Una legge che dia alle coppie conviventi – ivi comprese le persone dello stesso sesso – diritti degni di un Paese civile. Ovviamente non mancano i punti ancora controversi, a cominciare dalla possibilità per le coppie di adottare, ma per una volta, come si dice, lasciamo che a prevalere sia il dato politico. Cioè la direzione di marcia. Perché è vero: c’è un elenco imbarazzante di cose da fare, e molte di queste si fanno solo se c’è una forza politica sufficiente a sostenere il peso della mediazione necessaria e a rivendicare il passo avanti che può comportare. Nello stilare l’elenco, Renzi ha messo in fila: la riforma della legge elettorale, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma della giustizia, la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo, la sfida educativa, una nuova legge sulle infrastrutture, un nuovo impegno europeo sull’immigrazione, norme di semplificazione fiscale, e sicuramente dell’altro ancora. Su tutti questi punti non è difficile immaginare linee di resistenza più o meno robuste. Quel che però verrà giudicato non più accettabile è che non ci si assuma la responsabilità di affrontare tutti questi nodi per il prevalere di opposizioni esplicite o striscianti, veti incrociati, corporativismi. Questo non significa affatto che, in tutte queste materie, qualunque legge è meglio di nessuna legge, o che avrà il pregio di chiamarsi riforma qualunque intervento legislativo modifichi le cose, in qualunque direzione vada. Per questo, ci vorranno il partito e i gruppi parlamentari, le sedi di elaborazione, di discussione e di confronto, la congruenza fra gli ideali di una sinistra democratica, ben ancorata al socialismo europeo, e l’attività parlamentare e di governo. Ma il voto di maggio offre a tutti una cartina di tornasole su cui valutare l’impegno del partito democratico, della maggioranza e del governo di qui alle prossime elezioni. Renzi ne è assolutamente consapevole.

Ma questa situazione offre forse anche l’opportunità per una piccola considerazione di sistema. Renzi ha in Parlamento la stessa maggioranza uscita dalle urne un anno fa. Il risultato alle Europee non gli ha portato un solo voto in più nel Parlamento nazionale. E tuttavia la sua forza è enormemente accresciuta, così come la sua legittimazione a governare. Vale a dire: i numeri contano, ma torna a contare anche la politica. In fondo, il tema delle unioni civili è un tema delicato, che smuove sensibilità profonde, ma che tocca anche diritti sacrosanti per troppo tempo calpestati e negletti. Su una simile materia, anche quando si sono profilati almeno idealmente schieramenti parlamentari sufficientemente ampi, non si è avuta in passato la forza di fare una legge. Ora che al governo continua ad esservi una coalizione che include pezzi di centrodestra, i quali hanno comunque un peso determinante in un ramo del Parlamento, l’investimento compiuto dal Paese con quella cifra, il 40,8%, che all’improvviso ha quasi raddoppiato la dimensione elettorale del partito di maggioranza, contiene un mandato politico tanto chiaro e forte da obbligare Renzi a sfogliare con rapidità e determinazione i petali delle riforme, anche su terreni controversi.

Certo, conta anche una diversa maturità del Paese. Contano i pronunciamenti della Corte Costituzionale. Quando essa ad esempio interviene, come è accaduto di recente con una sentenza storica, per dichiarare illegittima la norma  che annulla le nozze nel caso in cui uno dei due coniugi cambi sesso, è chiaro che sancisce nel più formale dei modi il cambiamento avvenuto. Quell’uomo e quella donna rimarranno legati dal vincolo matrimoniale nonostante la coppia sarà formata da due individui dello stesso sesso: come è possibile allora non includere d’ora in poi nel nostro ordinamento giuridico le nozze gay? La sentenza fa rilevare peraltro proprio l’assenza di alcun’altra forma di vincolo che, nella nuova condizione intervenuta, tuteli i diritti e gli obblighi della coppia. Come dire: il Parlamento deve legiferare e darci quell’altra forma di vincolo che finora non si è riusciti a configurare giuridicamente, limitandosi al più a riconoscere situazioni di fatto nei registri comunali (e non senza inciampi anche in quei casi). Tutto questo, si diceva, conta. Ma ancora di più conta il fatto che adesso c’è una forza politica che ha titoli sufficienti non solo per fare la legge, ma per intestarsi finalmente questa battaglia come una battaglia di progresso. O forse, visto che c’è ancora timidezza ad usare (o tornare ad usare) la parola «progresso», per uscire finalmente da una storica arretratezza.

(L’Unità, 16 giugno 2014)

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