Se il diritto è double face

ImmagineIndividuato l’assassino di Yara Gambirasio (soddisfazione). Il presunto assassino, intendo dire (prudenza, precauzione, morso della lingua). Messa così, fra la soddisfazione e la precauzione con cui si precisa che, al momento, si tratta solo di una colpevolezza presunta, perché fino all’ultimo grado di giudizio nessuno è colpevole, messa così la cosa il ritardo è minimo: giusto il tempo di una proposizione. Angelino Alfano, ministro dell’Interno, ha impiegato invece diciotto ore circa. Ha prima twittato giulivo che l’assassino è stato individuato, ringraziando forze dell’ordine e magistratura. Poi – ma molto, molto poi, praticamente il giorno dopo – ha scritto in un secondo twit che, ovviamente, la presunzione di innocenza vale per tutti. Figuriamoci, si può aggiungere, se non debba valere per chi si trovava, al momento del giubilo di Alfano, ancora solo in stato di fermo, e in attesa della convalida dell’arresto. Ma sono sottigliezze. Quel che conta è il risultato e, come ha detto il ministro, l’opinione pubblica deve sapere. Dimenticandosi di avvertire che quel che deve sapere non è nient’altro che la verità, cioè che c’è un fermo per il caso di Yara, non che l’assassino è stato preso, perché per quello anche l’opinione pubblica più impaziente di avere tra le mani il colpevole (e anzi soprattutto quella) deve aspettare ancora.

L’intervallo delle diciotto ore misura così il non brillante tempo di reazione di Alfano, quando gli mettano innanzi non la vicenda in cui è coinvolto un compagno di partito, o magari il Presidente Silvio Berlusconi, ma un bel caso insoluto di omicidio, che ha suscitato grande eco mediatica, e nel chiudere il quale, mettendoci la faccia e diramando un comunicato, si può lucrare un particolare compiacimento. Per tenere conto dell’intervallo in questione, e del modo in cui il ministro Alfano lo occupa, si potrebbe aggiungere un comma all’articolo 27 della Costituzione. In questo modo: «Comma 2. L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. Comma 3. Può però essere dichiarato senz’altro colpevole nelle diciotto ore immediatamente seguenti al suo arresto, scadute le quali è ripristinato il principio di non colpevolezza di cui al comma precedente».

Solo un infortunio, si dirà, ed è vero. Ma parte il fatto che non è il primo infortunio in cui incorre il Ministro dell’Interno, purtroppo, sta il fatto che la gaffe è rilevatrice di una maniera troppo disinvolta di considerare il diritto, i suoi principi, le sue garanzie fondamentali. Di solito questa disinvoltura si traduce nella velocità fulminea e pelosetta con la quale dopo un arresto eccellente si ricorda prima il principio, e solo dopo, se proprio non se ne può fare a meno, si rammentano anche i fatti contestati; questa volta invece si è trattato, all’opposto, di mettere quel principio semplicemente da parte, come un «gargarismo che non c’entra niente», come direbbe Marco Travaglio.

E invece c’entra. E c’entra particolarmente in un caso come quello di ieri: al di là degli elementi di prova raccolti, infatti, il caso si segnala per l’emozione profonda suscitata dall’assassinio della tredicenne, e per gli sforzi finora sempre frustrati di trovare il colpevole. Le parole con cui Alfano ha cercato di giustificarsi, richiamandosi al diritto dell’opinione pubblica di sapere, costituiscono se mai un aggravante. Perché quella di venir incontro a una domanda dell’opinione pubblica è un’esigenza sacrosanta: della politica, però, non della giustizia. Quest’ultima anzi deve guardarsene bene, perché quanto maggiore è la pressione popolare tanto maggiore deve essere la prudenza, il riserbo, l’osservanza delle forme e delle procedure. Il procuratore di Bergamo lo sa, e infatti ha espresso forte disappunto per come è stato dato l’annuncio della soluzione del caso, «anche a tutela dell’indagato». Qualificandolo subito come assassino, Angelino Alfano si è dimenticato qualunque tutela. Per diciotto ore. Poi ha detto che lui è uno che ci crede particolarmente alla presunzione di innocenza. Auguriamoci allora che la prossima volta, visto che ci crede, riesca almeno a dimezzare il suo tempo di reazione e a darci la correzione del tiro in otto, nove ore al massimo.

(L’Unità, 18 giugno 2014)             

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