“Labirinto filosofico”. Cacciari torna alla metafisica

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I concetti filosofici, diceva Gilles Deleuze, sono firmati. L’«idea» è l’idea platonica, la «sostanza» è la sostanza aristotelica, il «cogito» è il cogito cartesiano e la «volontà di potenza» è la nietzscheana volontà di potenza. Tra i pochi pensatori che hanno oggi l’energia necessaria per firmare i propri concetti c’è Massimo Cacciari. L’«inizio» è, infatti, l’inizio di Cacciari, dall’uscita quasi venticinque anni fa del suo gran libro: «Dell’inizio», per l’appunto. A questo versante squisitamente metafisico delle ricerche cacciariane appartiene anche l’ultimo saggio, «Labirinto filosofico», apparso ora per Adelphi. Ed è degno di nota che l’Italia sia il paese in cui più forte sia oggi il «bisogno di metafisica». Per taluni, è il segno della solita arretratezza o del provincialismo italiano: in Italia il grido «Keine Metaphysik mehr!» («mai più metafisica!») della cultura positivistica e scientifica di metà ottocento non sarebbe mai risuonato con abbastanza forza. Per altri, è invece il segno della vitalità, o almeno della peculiarità della nostra tradizione filosofica, da sempre in concordia discors con la philosophia perennis. Scrivendo la voce «metafisica» per l’enciclopedia Treccani, Guido Calogero notava bene come l’idealismo di Croce e Gentile comportasse per un verso il rifiuto delle anticaglie metafisiche (scolastiche, razionalistiche, oggettivistiche), ma, per altro verso, la riproposizione «dei sommi problemi dell’ontologia e della gnoseologia». Il rifiuto si è riversato nell’indirizzo storicistico e pratico-politico di larga parte della filosofia italiana del dopoguerra. La riproposizione dei sommi problemi continua invece nel lavoro filosofico di Cacciari, ma anche di Emanuele Severino o di Vincenzo Vitiello.

Basterebbe peraltro la citazione che apre il saggio di Cacciari a indicare nel problema metafisico – nella domanda: che è l’ente?, che è la cosa? – il filo conduttore di queste ricerche: «Se la filosofia fosse vuoto formalismo si esaurirebbe in mezz’ora» (Hegel). E cioè: se non avesse una materia, se fosse mera combinazione di concetti, se fosse solo logica formale e metodologia applicata alle singole scienze non metterebbe conto occuparsene. La materia della filosofia, peraltro, non proviene da una qualche speciale rivelazione, ma proprio e soltanto dalla fertile bassura dell’esperienza – per dirla con Kant –, cioè dalla meraviglia inesauribile dell’incontro con l’ente. Con l’ente vuol dire: non con l’essere in generale, che è una vuota astrazione, ma proprio con questo ente qui, con la «cosa stessa», il cui «chiaro mistero», la cui singolarità sempre palese, sempre aperta e rivelata a tutti, rimane tuttavia a una distanza incolmabile, labirintica dalle parole che provano a dirla. Qui, insomma, è l’inizio, non da un’altra parte. E pensare, far filosofia, è percorrere sempre nuovamente la distanza dall’inizio che rimane incancellabile, l’oceano di parole in cui la cosa, questa cosa, non si risolve mai.

L’interesse del libro di Cacciari sta dunque in ciò, che il bimillenario labirinto costruito dal pensiero occidentale non viene abbandonato o fatto a pezzi, come in tanta parte della critica contemporanea. La quale procede di solito in due modi: o considera sbrigativamente che la metafisica sia solo un falso problema, da curarsi attraverso un uso sorvegliato delle parole e degli argomenti, oppure considera che sia (stato) un vero problema, legato però a un orizzonte storicamente determinato (e, anche, ormai superato). Non viene però il labirinto di Cacciari neppure trionfalmente dominato o vinto, come un enigma portato finalmente a soluzione. Viene anzi, al contrario, continuato in nuove vie e nuovi percorsi. «Che è l’essente? Fenomeno e noumeno». La congiunzione impedisce tanto il riduzionismo scientifico (vi sono soltanto fenomeni) quanto la metafisica ingenua (oltre questo mondo c’è un altro mondo: meta-fisico, appunto). Fenomeno è l’ente in quanto appare, si dà. Noumeno è tuttavia quello che, nel fenomeno (e non da un’altra parte, sotto un altro cielo), rimane puramente «pensato», indicato, congetturato, e non mai afferrato.

Questo volto eterno dell’ente Cacciari interpreta fin dal libro del ’90 come il Possibile, il non mai determinato né determinabile. Si può dire anzi che Cacciari rilegge con grande efficacia e suggestione i testi della tradizione filosofica non per altro che per difendere strenuamente e far risaltare la possibilità di questo Possibile – che è la possibilità stessa del pensiero. Per farlo, sia o no un segno dei nostri tempi grami, la compagnia che il pensiero di Cacciari sceglie e coltiva è sempre meno la politica o la storia, ormai disossate e di poco respiro, e sempre più il grande pensiero della metafisica e della teologia.

(Il Messaggero, 23 giugno 2014)

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