Riforme e pregiudizio

ImmaginePremessa per intendere in maniera pacata i fatti odierni. L’immunità parlamentare sta nella Costituzione italiana dal 1948. Non basta, si potrebbe tornare ancora più indietro: all’epoca medievale, per esempio, e alle prerogative riservate ai membri dei parlamenti in ragione della loro alta funzione. Non c’era ancora la democrazia, non c’era ancora il suffragio universale, non c’era ancora il costituzionalismo, e però si poneva comunque il problema di come tutelare i componenti delle assemblee elettive. Questa tutela si chiamava allora e si chiamerà in seguito – udite udite – «privilegio parlamentare», e si chiamava così, in assenza di grillini agguerriti che elevassero sdegnati la loro protesta. Ma ora i grillini ci sono, e si sdegnano e come: se uno vale uno, come recita il loro finto iperdemocraticismo – finto perché trova un’applicazione piuttosto altalenante, a seconda delle circostanze –, qualunque privilegio è inammissibile. Lo dice (lo direbbe) la parola stessa.

E invece la parola racconta la lunga storia con cui le istituzioni parlamentari si sono fatte largo contro la prevaricazione di altri poteri, conquistando uno spazio giuridico protetto, a tutela della insindacabilità delle opinioni e dei voti espressi nell’esercizio della funzione parlamentare, e per frapporre un impedimento (entro certo limiti e condizioni) alla sottoposizione a procedimenti penali, o all’arresto, o ad altre misure restrittive, di un rappresentante del popolo.

La premessa finisce qua. Dovrebbe essere ben più lunga e tornita ma può bastare. E anche se si giudicasse che non era necessaria per capire cosa è successo in questi giorni, con la reintroduzione dell’immunità parlamentare per i membri del Senato, sarebbe bene che la si tenesse comunque presente, dal momento che più è ampio e profondo il pensiero che accompagna le riforme costituzionali e meglio è. Una volta esplosa la polemica – lo scambio di accuse, le giustificazioni, lo scaricabarile – si capisce una cosa soltanto: nessuno è ancora in grado di affrontare in maniera calma e ragionata un tema simile. E invece, qualunque cosa si pensi al riguardo, è innegabile che di privilegi e immunità parlamentari si parla da che esistono i parlamenti, e dunque qualunque riscrittura della Costituzione è chiamata ad affrontare la questione. Solo che bisognerebbe farlo «sine ira ac studio»: non diremo con atteggiamento scientifico, perché la politica ha le sue ragioni che non sempre la scienza giuridica riconosce, ma sì con una sufficiente distanza e consapevolezza storico-politica. E invece l’ondata di indignazione che si solleva travolge ogni cosa. In queste condizioni, quali distinzioni possono essere fatte valere? Basta la parola. Si chiama «privilegio» dunque è inammissibile. Concede immunità dunque è cosa odiosa e inaccettabile. E poi i politici sono tutti ladri. Ed è la casta che rialza la testa. Il lupo perde il pelo, eccetera. E infine, immancabile: non si può dare un segnale simile all’opinione pubblica.

Tutto giusto (o quasi). Ma tanto per dire: con gli stessi argomenti, con la stessa, ideologica determinazione, il Movimento Cinque Stelle, che vuole senz’altro l’abolizione dell’immunità parlamentare, farebbe bene a chiedere anche – già che c’è – l’abolizione del Parlamento, visto che celebra ed esalta la democrazia diretta e non ha, nelle proprie corde, alcuna sensibilità per la mediazione parlamentare, neppure come mera articolazione funzionale dei poteri dello Stato. La verità è che si vorrebbe poter dire, ad esempio, che il primo comma dell’articolo 68 della Costituzione è un gran bel comma, visto che protegge le opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle loro funzione. In fondo, è un privilegio pure questo. Quanto invece all’autorizzazione a procedere (ai commi successivi), la si abolisca pure, ma si conservi almeno memoria delle ragioni per cui un problema esiste: perché vi può essere un interesse generale dello Stato a contemperare il perseguimento di crimini con i beni tutelati dal privilegio parlamentare, in merito all’indipendenza e all’autonomia dell’organo. La scriviamo apposta così, un po’ difficile, perché si recuperi almeno un minimo di sensibilità istituzionale, lasciando fuori dalla porta la facile levata di scudi dell’indignazione, e soprattutto perché si torni a nutrire un rispetto genuino per le opinioni espresse, anche quando vanno contro il sentimento popolare.

Però, difficile o no che sia, sarebbe importante che si capisse bene: in discussione, prima ancora del merito, è il metodo, e persino il clima. E la possibilità di mettere mano alla materia senza passare per farabutti.  Questa possibilità è imparentata con quella cosa importante che si chiama libertà, anche se non tutti – bisogna ammetterlo – sembrano comprenderlo.

(L’Unità, 24 giugno 2014)

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