Le amare tragedie e gli inganni dei fondi non spesi

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Per fortuna, stavolta, morti di mezzo non ce ne sono. Due navi si sono urtate nel porto di Napoli: una nave crociera e una nave cisterna. Nessuna vittima, solo danni alle imbarcazioni. Ma un filo lega l’incidente di ieri a quello ben più grave occorso qualche giorno fa, in Galleria Umberto I, quando il distacco di un cornicione ha causato la morte di un ragazzo, e quel filo sale lungo la Penisola, passa per Roma e arriva sino a Bruxelles. Arriva là dove rischiano di tornare i fondi europei non ancora utilizzati, a pochi mesi ormai dalla chiusura del ciclo di programmazione 2007-2013. Come infatti sono a disposizione fondi per il restauro e la riqualificazione del centro storico di Napoli (patrimonio Unesco da quasi vent’anni), così altri fondi sono a disposizione per le attività portuali, per decongestionare il porto di Napoli, per la sicurezza e la tutela ambientale dell’area. Intanto, però, i cornicioni si staccano e le navi si urtano.

E quei fondi non si spendono, e i finanziamenti giacciono inutilizzati per importi considerevoli. Sviluppare l’innovazione, migliorare la competitività, aumentare l’occupazione, ridurre le diseguaglianze: sta di fatto che l’Italia quei fondi non è capace di spenderli come si deve. La Regione Campania non è capace di spenderli. Napoli non è capace di spenderli.  E così prende forma il vero tormentone di questa estate: invece del motivo che si ballerà per tutta la stagione estiva, è un’altra la canzone che si finisce col ripetere fino alla noia: i fondi europei sono spesi poco, e sono spesi male. La colpa è del Comune; no, la colpa è della Regione. La colpa è dei politici; no, la colpa è della burocrazia. La colpa è dell’attuale Amministrazione; no, la colpa è dell’Amministrazione passata. La colpa è dei privati; no, la colpa è della mano pubblica. Le colpe vengono da lontano; no, questo è solo un modo per assolversi. L’Europa ci strozza con il suo rigore; no, siamo noi che si strozziamo da soli, con le nostre inefficienze. E così via scaricando il barile delle responsabilità. Ma lasciando anche che nessuno degli obiettivi ai quali quei fondi sono destinati venga in questi anni non si dirà raggiunto, ma almeno avvicinato.

Ora, finché la materia rimane oggetto di discussione, di convegni, di dibattiti, ci si può anche dividere fra chi lamenta i ritardi, chi le inadempienze, chi le incompetenze. Si può trarne motivo per l’analisi economica, per l’inchiesta sociale e per la polemica politica. Ma poi si volta la pagina politica e si finisce in cronaca, e spesso è cronaca nera. Ieri è andata sin troppo bene, ma non sempre le navi che si urtano rimangono a galla; non sempre nessuno finisce in mare. Succede anche con i cornicioni: non sempre finiscono sui marciapiedi o sulla sede stradale senza danno per nessuno: a volte capita invece che si perdano vite umane, e nessuno ha voglia di prendersela solo con la fatalità, trascurando l’incuria, il degrado, l’irresponsabilità, l’inerzia.

Da dove si comincia? Che cosa si può fare? Sulle pagine di un giornale, usare perlomeno parole senza inganni. Ebbene, nel caso dei fondi europei almeno un inganno (più o meno involontario) c’è: si chiamano fondi europei, e si lascia così pensare che quei fondi sono gentilmente donati dall’Unione Europea ai suoi paesi membri. Uno spreco, ovviamente; un’occasione mancata. Ma almeno non sono soldi nostri, e questa mentalità così diffusa ottunde il senso civico, e manda tutto in malora. Non è così: non solo perché quei fondi provengono non dal campo dei miracoli bensì dagli stessi paesi membri, ma anche perché i relativi progetti sono cofinanziati quasi sempre dallo Stato. Dallo Stato, però, e non dalle Regioni, che per questo non hanno un interesse vero a verificare dove e come finiscano i soldi. Il fatto tuttavia è che, per colmo di ironia, non finiscono affatto; piuttosto, avanzano. Dando motivo così a qualcuno di credere che non ve ne sarebbe bisogno. E pure questo è un inganno, che però perpetriamo noi stessi a nostro danno.

Così le polemiche possono ripartire, i rimpalli di responsabilità anche, le denunce pure. E intanto i cornicioni si staccano, le navi entrano in collisione, e in cronaca non c’è nulla, proprio nulla che possa ricondurre Napoli ad essere una città normale.

(Il Mattino, 16 luglio, ediz. Napoli)

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