Potere, sesso e paradigma giudiziario

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Qualunque italiano di media intelligenza non ha aspettato la sentenza di appello di ieri, che ha mandato assolto Berlusconi, per farsi un’idea sulla vicenda di Ruby: sulla telefonata in questura, sulle cene eleganti e sui regali alle ragazze. Più difficile è che si sia fatto un’idea sulla storia giudiziaria, sul perché in una simile vicenda siano dovuti entrare i giudici di un tribunale, per correggere, anzi cancellare una condanna a sette anni inflitta in primo grado al Cavaliere. Eppure è andata così. Ed è andata diversamente da come si pensava che si sarebbe conclusa (a meno – si capisce – di ricorsi in Cassazione).

Ma è andata non troppo diversamente da tante altre storie, più o meno boccaccesche. Tutti sanno infatti che, piaccia o no, la storia umana universale è piena di vicende in cui sesso e potere sono legati. Vicende in cui il potere è un buon sistema per fare sesso, e il sesso è un buon sistema per acquisire potere. Poche tra queste vicende hanno però avuto un così lungo strascico penale, fatto di udienze, escussioni di testimoni, arringhe, verdetti. E, naturalmente, cronache giudiziarie, pagine di giornale, servizi fotografici.

Cerchiamo però di non essere ipocriti, e di prendere una distanza sufficiente dai fatti, come se dovessimo commentarli a beneficio della storia, e non dell’attualità. Da una simile distanza si vedono meglio due o tre cose. La prima. Il Rubygate ha sicuramente avuto un’incidenza molto negativa sull’immagine di Silvio Berlusconi, sulla tenuta del suo governo e della sua maggioranza. L’incidenza non sarebbe stata uguale se lo scandalo non fosse stato impugnato dalla magistratura, e se non si fosse trascinato così a lungo. È un punto essenziale, perché «le figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà» c’erano già nella lettera di Veronica Lario del 2009: chi voleva farsi un giudizio sulla persona di Silvio Berlusconi (chi riteneva che un simile giudizio potesse servire a qualcosa) non aveva affatto bisogno del tentativo di trascinare sul terreno penale simili comportamenti: della minorenne, delle olgettine, del ragioniere che tiene la cassa e stacca assegni. Chi poi voleva formarsi un giudizio storico-politico sul berlusconismo, non doveva allora – e a maggior ragione non deve ora – passare per l’ipotesi della prostituzione minorile e quella della concussione. Non ci sono più entrambe, ed è molto meglio così. Chi invece voleva mischiare le acque, confondere i piani, investire la sfera pubblica di faccende private, ergersi a moralizzatore della vita pubblica e, passo successivo, penalizzare la morale, ne aveva bisogno e, presumibilmente, ne ha tratto anche profitto.

Seconda cosa. Il cammino delle riforme istituzionali è probabilmente aiutato dall’assoluzione di Berlusconi. Ma sarebbe bello che fosse aiutata la politica tutta quanta. Anzi, la politica molto prima che le riforme, dal momento che per curare la crisi di legittimazione, di credibilità, di fiducia che investe i partiti politici italiani non bastano certo la riforma del Senato e la nuova legge elettorale. Sicuramente però un passo avanti sarà fatto se viene meno la necessità di indignarsi, il professionismo dell’indignazione, e il coro di anime belle dell’indignazione. Non perché bisogna avallare i comportamenti immorali, ma perché bisogna guardare a quelli politici secondo la razionalità e la logica che è loro propria.

Terza e ultima cosa. Questa sentenza arriva quando ormai la parabola politica di Berlusconi volge al tramonto. L’accordo del Nazareno con Renzi può forse servirgli a salvare il salvabile, ma certo non a restituirgli una nuova gioventù, una seconda (o terza: valle a contare) vita politica. Chiamiamola pure una coincidenza: il fatto è che le cose sono venute effettivamente a coincidere, e questo un suo senso ce l’ha. Questo non significa che qualcuno glielo ha dato in principio: non è necessario pensarlo, con qualche malizia. Ma può averlo nelle conseguenze, nella possibilità di tornare «sine ira ac studio» sul tema dei rapporti fra politica e magistratura, e, forse, sulla possibilità di ascoltare i primi vagiti della terza Repubblica.

(Il Mattino, 19 luglio 2014)

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